Lost Souls-La profezia

Maya è una donna cattolica, che da bambina è stata posseduta dal demonio. Adesso lavora con due sacerdoti che praticano esorcismi sulle vittime di Satana. Mentre stanno facendo un esorcismo su un assassino, vengono in contatto con un giornalista che non crede nel demonio. L’esorcismo fallisce e l’assassino annuncia che Satana sta per tornare sulla Terra. E guarda caso si incarnerà proprio nel giornalista scettico…

Sarà l’ossessione polacca per la religione o il culto per Polanski che ha spinto il premio Oscar per la fotografia di
Schindler’s List
alla sua prima regia? Co-prodotto da Meg Ryan, il film pare piuttosto l’incrocio tra una pedante ripresa di
Rosemary’s Baby
e
L’esorcista
. A partire dal casting: Maya Larkin/Winona Ryder come Rosemary/Mia Farrow, il diacono John/Elias Koteas come padre Karras/Jason Miller, il padre superiore/John Hurt come padre Merrin/Max von Sydow. Per continuare con le location: il seminario buio e dimesso, le chiese di mattoni costantemente bagnate dalla pioggia e soffocate da piante rampicanti. Per non parlare dell’appartamento newyorkese covo di personaggi inquietanti e del complotto tramato ai danni dell’inconsapevole anticristo. Kaminski crede – al pari dello Zemeckis di
Le verità nascoste
– che il Digital Dolby sia la soluzione a tutti i problemi, dopo aver lesinato allo spettatore le immagini del diavolo all’opera. Ma mentre Zemeckis padroneggia attori capaci, regia sapiente e una sceneggiatura di ferro, Kaminski si fa prendere la mano da accelerazioni, ralenti ed effettacci (il serial killer che «pattina» alle spalle della povera Winona, lampadine che si fulminano con l’effetto di bombe, l’abusata lama che sta per colpire l’occhio). La recitazione è sempre sopra le righe; quanto alla sceneggiatura, dalla prima opera di Pierce Gardner – già produttore di
Papà ti aggiusto io!
e
Fatal Instinct
– non ci si poteva certo aspettare un fine trattato di demonologia.
(raffaella giancristofaro)

I pinguini di Mr. Popper

La vita di un uomo d’affari cambia dopo aver ricevuto in eredità sei pinguini. Il suo appartamento di New York si trasforma in un parco dei divertimenti invernale. Il progetto a cui sta lavorando da tempo non viene portato a termine e per poco non finisce in prigione…

In Good Company

Un manager sulla cinquantina (Quaid), dalla vita professionale soddisfacente e dal matrimonio felice, vede il proprio mondo ribaltarsi quando un giovane ventenne di successo e senza esperienza diventa il suo capo; e inizia pure a frequentare sua figlia, studentessa prossima al college. Una commedia elegante e dai risvolti sociali, che in modo davvero divertente affronta una varietà di aspetti “malati” della vita contemporanea. Ruolo esplosivo per Grace, perfetto come dirigente arrivista che scopre la vacuità della propria esistenza. Weitz è al suo debutto in assolo come regista e sceneggiatore. Malcolm McDowell compare non accreditato.

Psycho

Lento, artificioso remake scena per scena assolutamente senza senso del classico di Hitchcock (con qualche maldestro nuovo tocco a macchiare la sua pretesa di essere una replica esatta). Il risultato è un insulto più che un tributo, a un film che è una pietra miliare.

Regole d’onore

William Friedkin è destinato a essere un regista controverso. Dopo essere stato il cineasta più odiato dalla critica di sinistra degli anni Settanta (forse solo Clint Eastwood sì è beccato la stessa quantità di insulti: basta ricordare le accuse di propaganda cattolica rovesciate su
L’esorcista
o quelle di fascismo per
Il braccio violento della legge
), Friedkin, con il declinare dei Seventies e con il cinema americano sempre più anemico, è diventato (inevitabilmente) un autore di culto. In questo senso,
Vivere e morire a Los Angeles
ha sancito la canonizzazione cinefila attesa da molti. Ma i seguenti
L’albero del male
e
Jade
sono stati trascurati dai più.
Regole d’onore
giunge nelle nostre sale quando la crisi in Medio Oriente sembra avviata verso un terribile punto di non ritorno. Friedkin, da straordinario moralista cinematografico qual è, licenzia un film terribile, feroce e visionario, che si offre come la più lucida disamina di una metafisica del Male mai osata dal cinema americano.

Ferocemente reazionario (già, Friedkin è un repubblicano…), decisamente antiarabo (accuse di filosionismo si sono levate durante la proiezione per la stampa),
Regole d’onore
giustappone – secondo un’inesorabile logica fulleriana – mondi in collisione. Riuscendo nel miracolo di non trarre conclusioni politiche dai suoi pregiudizi ideologici, Friedkin realizza, grazie al suo folle nichilismo, una pellicola che mette in luce tutto l’orrore e il prezzo pagato per tenere in piedi il cosiddetto «new world order». Talmente schierato da potersi permettere il lusso di far saltare in aria bambini, donne e anziani, il regista fissa il suo sguardo nell’orrore e non lo ritrae. Il marine interpretato da Samuel L. Jackson non è un esaltato: è un marine, l’americano per eccellenza. Le sue azioni sono il risultato di quella medesima ideologia, che impone il saluto alla bandiera e che stabilisce le «regole d’ingaggio».

Provocatoriamente, Friedkin si schiera con il suo marine e paradossalmente rivela il cuore di tenebra di un’America malata di testosterone patriottico. Non riconoscere che
Regole d’onore
è molto più utile di qualsiasi sciocchezza spielberghiana attualmente in circolazione significa non voler accettare il grado di complessità di un film forte e necessario. Friedkin, infatti, compie l’impresa di realizzare un’opera infinitamente complessa, che ci restituisce alla nostra libertà critica con tutto il peso che comporta il muoversi in quello che non è esattamente il migliore dei mondi possibili. Ma per chi ama i compitini preconfezionati come
I cento passi
e
Salvate il soldato Ryan
, con buoni e cattivi distribuiti secondo i canoni vigenti del politically correct, lo scandalo è garantito.
(giona a. nazzaro)