K-19

Nel 1961, un patriottico ufficiale della marina russa (Ford) porta fuori un sottomarino nucleare nel suo viaggio inaugurale, dopo aver usurpato il comando a un simpatico capitano (Neeson) che rimane come funzionario esecutivo. Ma il sottomarino, e il suo equipaggio, sono mal addestrati per le sfide che si troveranno ad affrontare. Ricco di tensione e di emozione in alcuni momenti, ma le motivazioni principali dei protagonisti non sono sempre comprensibili, ancora meno dopo lo scontro culminante. Molto “Sturm und Drang” in questo film lunghissimo, ma dal significato non abbastanza chiaro. Basato su un fatto reale. Ford è anche produttore esecutivo. Super 35.

Kinsey

Se di sesso oggi si parla con una certa disinvoltura, se vi sono buone conoscenze in materia a portata di mano, se possiamo rilevare una certa liberalizzazione dei costumi, lo dobbiamo in misura non trascurabile ad Alfred Kinsey. Uno scienziato americano, che nel film seguiamo a partire dall’infanzia, segnata da un padre chiuso e bigotto, sin verso la fine della sua vita, arricchita dalla forza e dal senso critico della compagna Clara McMillen. Kinsey, che si dedicò; per vent’anni allo studio delle vespe, finì per scoprire che l’uomo non era tanto diverso da queste ultime, ma era decisamente più interessante. Dopo aver rilevato (e sperimentato personalmente) che le conoscenze in materia sessuale erano alla sua epoca assai deficitarie, dedicò la sua vita a imponenti e controversi studi che consentissero all’uomo della strada una sessualità più consapevole e gratificante. Kinsey ha segnato la società almeno quanto ha lasciato che le ardite ricerche che svolgeva segnassero la sua vita. Un pioniere che ha rivoluzionato conoscenze e costumi sessuali e spaccato l’opinione pubblica.
Uno dei migliori tra i numerosi film di argomento biografico usciti quest’anno. Girarlo presentava problematiche non indifferenti: prima fra tutte quella dell’accoglienza negli Stati Uniti. Lo «scienziato del sesso» è un personaggio controverso e comunque inviso alla vasta componente puritana della popolazione, quella che non riesce a fare pace con le manifestazioni gay di San Francisco e le pubblicità ammiccanti. E in un periodo di forte fermento su questioni di natura sessuale, come l’aborto, i diritti degli omosessuali e l’educazione sessuale, la produzione del film ha dovuto fare fronte ad alcune opposizioni materiali oltre che ideologiche alla realizzazione della pellicola. La quale, introdotta nelle sale statunitensi poco dopo il voto per la presidenza, ha avuto un successo limitato, non riuscendo neanche a rientrare delle spese di produzione.
Il film ha spessore: non dipinge Kinsey come un santo, non è un’agiografia. Il problema di fondo è quello dei confini. Morali, psicologici, culturali. Sociali e individuali. E Kinsey comincia a spostarli, pur non conoscendo bene nemmeno i suoi. La sua influenza sulla cultura sessuale e psicologica contemporanea è notevole: può essere considerato un pioniere che ha aperto la strada, negli anni Quaranta, alla rivoluzione sessuale. Un personaggio importante quanto Masters e Johnson per gli studi sulla sessualità, ma anche una figura controversa. Liam Neeson lo interpreta con devozione e passione, restituendo le diverse sfumature caratteriali dell’uomo. Al suo fianco la figura della moglie, Clara McMillen, è interpretata da una notevole Laura Linney che ha il volto tirato e amorevole della compagna indispensabile.
Pregio di Kinsey è essere un entomologo e considerare l’essere umano da un punto di vista puramente naturale, biologico, astraendolo dalle sovrastrutture sociali e culturali. Ma lo sguardo dell’entomologo è anche il suo difetto: Kinsey spesso non sa valutare le risonanze psicologiche dei propri esperimenti e convinzioni. E il film lo dice. Così come dice che all’origine dell’interesse di Kinsey per la materia vi era la repressione ideologica degli istinti sessuali operata dal padre. E l’uomo-scienziato finisce forse con lo sviluppare un’ossessione opposta. Tanto è un acuto entomologo e sociologo nel valorizzare le differenze fra ogni individuo, quanto uno scarso psicologo, anche di se stesso.
Si trattava di rendere interessante e godibile la vita di uno scienziato, un’operazione non banale. Dalla sua Bill Condon (Demoni e dei), autore oltre che regista, aveva però l’argomento centrale delle ricerche di Kinsey: il sesso. Il risultato è intelligente: vita e opere dello scienziato sono raccontate in modo strettamente intrecciato, mostrandone i reciproci rapporti di influenza e garantendo il continuo rilancio dell’interesse. Nel contempo l’argomento del sesso è trattato in modo abbastanza schietto ma spesso anche ironico, sfruttando con garbo e simpatia il potenziale comico della tematica. Questo, insieme ad alcuni aspetti della messa in scena e a uno stile registico piuttosto classico, contribuisce a dare la percezione di una scrittura un po’ romanzata. Ma il film resta più che interessante e, anzi, evita con buon distacco il rischio dell’esclusiva celebrazione, raccontando, di un uomo così particolare, il dritto e il rovescio. (stefano plateo)

The Skeleton Key

Caroline
(Kate Hudson),
ex manager musicale, lavora come infermiera in un ospizio di New Orleans. Il decesso di un paziente la sconvolge a tal punto da abbandonare l’ospedale e indirizzarsi verso l’assistenza a domicilio. Decide così di mettersi a servizio da una coppia di anziani che vive fuori città. Qui entra in contatto con un ambiente misterioso e cupo che nasconde terribili segreti. La pellicola di Sftley (K-Pax) è notevole per la buona capacità nel rendere le atmosfere indecifrabili della capitale del blues e della Louisiana. Grazie ad una fotografia cupa e misteriosa affidata a Daniel Mindel, il film riesce a tenere viva l’attenzione dello spettatore. Da non perdere la sequenza finale.

Flightplan – Mistero in volo

Kyle Pratt (Jodie Foster) è un ingegnere aeronautico. Suo marito è appena deceduto precipitando tragicamente dall’ultimo piano del palazzo in cui vivono a Berlino. Dopo aver risolto le pratiche burocratiche all’obitorio, la donna parte alla volta degli Usa insieme alla figlia Julia (Marlene Lawstone), di sei anni, per riportare la salma del coniuge alla famiglia. Arrivate all’aeroporto, sono le prime a passare il check-in e salire a bordo del modernissimo Airbus 380, occupando due posti in fondo al ponte superiore. Julia è ancora sotto shock per la recente perdita e sua madre fa di tutto per cercare di consolarla. Così, insieme, decidono di stendersi su di una fila centrale di posti liberi per riposare. Qui si addormentano. Ma quando Kyle riapre gli occhi, sua figlia non c’è più. Preoccupata, la donna comincia a cercarla per tutto l’aereo, chiedendo informazioni ai passeggeri e agli assistenti di volo. Il nome della bambina non risulta neanche nella bolla d’imbarco e nessuno si ricorda di averla mai vista salire a bordo. Kyle allora chiede insistentemente di parlare con il comandante ma viene immobilizzata dall’agente di sicurezza a bordo, Gene Carlson (Peter Sarsgaard). L’uomo l’aiuta nelle vane ricerche della piccola, mentre il resto dei passeggeri è costretto a rimanere seduto per ordine del capitano. Lentamente, nella mente di tutti, comincia a consolidarsi l’idea che la donna sia pazza e che in realtà sua figlia non sia sull’aereo. Come stanno in realtà le cose? Kyle mente o è veramente successo qualcosa di terribile a sua figlia?

Dal produttore Brian Glazer
(A Beautiful Mind, 8 Mile)
e dal regista Robert Schwentche
(Tatoo)
un thriller ben studiato che abbatte il tabù post 11 settembre dei film ambientati sugli aerei. Gli elementi per una buona pellicola ci sono tutti: un ottimo cast, una buona sceneggiatura (che ogni tanto sfrutta qualche trucco del genere) e il preciso occhio del regista che non delude mai lo spettatore. Jodie Foster è perfetta nel ruolo di Kyle, personaggio che mischia sensibilità e durezza d’animo. Convince anche l’interpretazione dell’agente di sicurezza offerta da Peter Sarsgaard
(Kinsey, La mia vita a Garden State).

Il difetto sta semmai nel ritmo. Il momento di massima tensione si raggiunge a metà della proiezione, allorché il mistero sulla scomparsa di Julia, la brava Marlene Lawston (alla sua prima esperienza cinematografica), è più che mai un dilemma. Poco dopo però lo schema della trama è fin troppo chiaro e la pellicola si trasforma in un action movie fatto di inseguimenti e sparatorie negli angusti spazi dell’aereo.

Un vero peccato per una storia che avrebbe potuto sforzarsi di caratterizzare più a fondo tutte le figure dei suoi personaggi principali, anziché perdersi in spettacolari ma quanto mai sterili scene d’azione nel finale, sacrificando così il climax della storia. Il tutto poi è condito da un pizzico di retorica: l’indifferenza e l’ostilità dei passeggeri e del personale di bordo, l’altezza morale del capitano, le accuse a un uomo di nazionalità araba estraneo a tutto (e che si rivelerà anche di buon cuore) e l’incompetenza seguita da imbarazzo di una psicologa improvvisata. Pregevole invece la scelta del cattivo che, in uno dei primi film girati in quota dopo l’11 settembre, fa riflettere sulla ragione dell’attuale pericolo terroristico. Un film, quindi, riuscito a metà che deve molto alla bravura dei suoi interpreti e alla capacità del regista di farla risaltare.
(mario vanni degli onesti)

L’inventore di favole

Basato su una storia vera accaduta sul finire degli anni Novanta e raccontata dal giornalista di
Vanity Fair
Buzz Bissinger
in un articolo intitolato
Shattered Glass
(vetro infranto). Stephen Glass
(Hayden Christensen)
è il giovane e brillante redattore di una rivista di politica statunitense, la
New Republic,
famosa per essere sempre presente sull’Air Force One, l’aereo presidenziale. La sua carriera sembra avviata nella direzione migliore, quando l’editore del giornale
(Ted Kotcheff)
decide il siluramento del direttore Michael Kelly
(Hank Azaria),
mentore di Glass, e la sua sostituzione con il giovane Chuck Lane
(Peter Sarsgaard).
Tra il nuovo direttore e la giovane e rampante redazione non corre buon sangue, ma è proprio Lane a sentir suonare i primi campanelli d’allarme quando un sito Internet pubblica un articolo che «smonta» pezzo per pezzo un articolo di Glass, contenente la cronaca, come sempre brillante e (apparentemente) informatissima, su un
hacker
giovanissimo che sarebbe stato assoldato a suon di dollari dalla società informatica di cui aveva violato gli archivi. Lentamente ma inesorabilmente la verità viene alla luce: il giovane e brillante giornalista s’inventava i pezzi, approfittando delle «falle» del sistema che sovrintende la produzione delle notizie.

Apologo sulla professione giornalistica e sulla fragilità del sistema di verifica delle informazioni,
L’inventore di favole
affronta con piglio cronachistico uno dei temi più scottanti della società dell’informazione nella quale viviamo. Diciamo subito che non ne vaticiniamo un convinto successo di pubblico.
Bily Ray,
che firma regia e sceneggiatura, sembra molto preoccupato di riferire i fatti come realmente accaddero, dimenticando però di aggiungere
pathos
alla storia, concentrandosi unicamente sulla vicenda principale. Non proviamo neppure a fare qualche paragone con pellicole del passato che hanno affrontato – magari da altri punti di vista – lo stesso argomento. La storia c’è, è il film a mancare.

Non siamo affatto compiaciuti nel dare un giudizio così netto. Il tema sollevato è quanto mai attuale, anche se calato in un contesto distante dalla nostra esperienza. Basti osservare il dettaglio che – si apprende dal prologo del film – l’età media dei redattori di
New Republic
è di 26 anni. Da noi i loro coetanei si potrebbero considerare fortunati se fossero «abusivi», vale a dire collaboratori privi di diritti, spesso costretti a elemosinare un incarico senza alcuna certezza che esso sarà (mal) retribuito. Ma ne riparleremo quando un regista italiano ci farà sopra un film.

(enzo fragassi)

La maschera di ferro

La maschera di ferro

mame cinema LA MASCHERA DI FERRO - STASERA IN TV leo
Leonardo DiCaprio in una scena del film

Liberamente ispirato al romanzo Il visconte di Bragelonne (1848) di Alexandre Dumas, La maschera di ferro è un film del 1998 ambientato nella Francia del XVII secolo. Il re Luigi XIV (Leonardo DiCaprio) non si cura delle sofferenze del suo popolo e solo D’Artagnan (Gabriel Byrne) è rimasto al suo servizio. Gli altri tre moschettieri si sono infatti ritirati da tempo. In questo clima di tensione, inoltre, aleggia un mistero. Un prigioniero sconosciuto pare sia nascosto nelle prigioni reali: il suo volto è celato da una maschera di ferro. Chi è questo individuo? Si tratta di un amico o di un nemico del re? E, soprattutto, avrà una qualche influenza sul regno?

Una reinterpretazione della storia, una versione inquietante degli eventi; così si potrebbe forse definire La maschera di ferro. Tuttavia, quale che sia l’opinione sulla trama in sé, un attore versatile come Leonardo DiCaprio non può non coinvolgere gli spettatori nelle vicende narrate.

Curiosità

  • Il film è stato girato interamente in Francia: Lione, Le Mans, Vaux-le-Vicomte, Fontainbleau, Taureau, La Ferté-Alais e Pierrefonds.
  • Il regista è Randall Wallace.
  • Aramis, Athos e Porthos sono interpretati rispettivamente da Jeremy Irons, John Malkovich e Gerard Depardieu.
  • Inoltre, la regina Anna è interpretata da Anne Parillaud.
  • La figura di Luigi XIV è stata oggetto di molte rappresentazioni artistiche, televisive e cinematografiche. Infatti, il famoso Re Sole è il protagonista della serie tv Versailles, attualmente disponibile su Netflix.
  • Randall Wallace non è solo il regista del film, ne è anche lo sceneggiatore.
  • Leonardo DiCaprio si aggiudicò i Razzie Awards del 1998 nella categoria Peggior coppia.
  • La colonna sonora del film è stata composta da Nick Glennie-Smith.

An Education

Una storia ispirata ai racconti autobiografici di Lynn Barber. Siamo nella londra anni ’60 e Jenny, diciassettenne determinata, vuole coronare il proprio successo con gli studi. Ma le sue prospettive vengono sconvolte dall’arrivo di David, un playboy con il doppio dei suoi anni.
Commedia diretta dalla svedese Lone Schefig e scritta da Nick Hornby (autore di Alta Fedeltà e Febbre a 90°).

Orphan

La tragica perdita del figlio che aspettavano ha devastato Kate e John e messo in crisi il loro matrimonio e la fragile psiche della donna, perseguitata dagli incubi e dai demoni del suo passato. Nel tentativo di recuperare un’apparenza di normalità, la coppia decide di adottare un altro figlio e, una volta all’orfanotrofio, si sente stranamente attratta da una ragazzina, Esther… ma Esther non è come appare. Preoccupata dell’incolumità della sua famiglia, Kate cerca di far capire a John e agli altri cosa si nasconde dietro l’aspetto dolce di Esther, rischiando che le sue parole restino inascoltate fino a quando forse è troppo tardi… per tutti.

La mia vita a Garden State

Lontano da oltre un decennio dal suo paese natale, Andrew Largeman (Zach Braff), giovane abulico e narcotizzato dalla vita, torna a Garden State per il funerale della madre. Nell’arco di pochi giorni farà i conti con il padre, il passato e una manciata di inattesi bivi esistenziali.
Un film che parla di mondi: quello grande e illeggibile dell’esistenza umana, quelli dei luoghi come l’asfittica Garden State e quelli complessi, affascinanti e spesso incomunicanti di ciascun individuo. Un film di relazioni, che racconta quanto è frustrante o alienante per l’uomo essere inevitabilmente un animale sociale. Ciascuno si muove a modo suo, navigando a vista fra branchi di persone che non si toccano. Ogni tanto, imprevisti, ecco gli squarci nell’insensatezza, che si offrono sotto forma di persone che di colpo si riconoscono senza quasi la necessità di parlare. Nel frattempo il mondo intorno gioca con noi: incomprensibile in sé, a volte ironico, a volte triste. Ma sempre surreale, animato, in movimento.
Zach Braff scrive, dirige e interpreta la sua opera prima con la spavalderia dell’esordiente ambizioso e convinto di sé. Lo abbiamo lasciato medico ai primi ferri nella serie demenzial-esistenziale Scrubs, trasmessa da Mtv, e lo ritroviamo regista alle prime riprese su un set tutto suo. E non c’è che dire: vista la complessità di un esordio tutto sulle sue spalle e le pretese delle tematiche, Braff si muove spigliato e con discreto senso della misura.
Un film che non si lascia racchiudere in una formula: non è banalmente commerciale, non è soltanto surreale, non è noiosamente sofisticato. Ha qualcosa di tutti questi elementi, è un ibrido piuttosto originale e, in prospettiva, promettente. La proiezione inizia in modo intrigante e spiazzante fra aerei che sembrano precipitare e rubinetti che si azionano da soli. E si comincia da subito a oscillare fra sorrisi di cuore, ghigni a denti stretti e venature malinconiche: le atmosfere prendono possesso dello stomaco e giocano con lo spettatore per le due ore successive. Succede se si hanno occhi per guardare un film in cui la surrealtà è la normalità, esattamente nello stesso modo in cui la vita appare a molte persone. In verità c’è di che attingere anche per coloro che sulla vita e sul cinema hanno uno sguardo meno vago e sognante, visto che il racconto tocca temi esistenziali comuni, ha ritmo, è curioso. Solo, non è lo spirito migliore per cogliere ciò che il film, in profondità, cerca di dire.
Qua e là, soprattutto con lo scorrere della pellicola, Braff si ricorda della sua militanza a Mtv e scivola su alcune banalità nei dialoghi o su qualche ingenuità sentimentale. La sua recitazione è credibile e calzante, ma ancora acerba. Natalie Portman e Ian Holm sono buoni co-protagonisti, pur senza eccellere. Ma il film ha un’anima dall’inizio alla fine, emana calore, diverte, impegna. L’ossatura della trama – il ritorno in un luogo del passato, la ricerca interiore, la scoperta dell’amore – non è originalissima, ma lo stile e la visione del mondo che lo determina mostrano freschezza, partecipazione, voglia di rischiare. E in giro si trovano disseminate diverse piccole perle che compensano ampiamente qualche scivolone. Immagini, dialoghi, scene intrise di un senso non banale e di un’atmosfera straniante e poetica.
Una di quelle pellicole in cui lo stile e le unità narrative minime risaltano e brillano di luce propria, facendo passare in secondo piano le piccole furbizie (qualche «mossetta» registica, la colonna sonora ammiccante ma coerente) e qualche eccesso di tono. Un applauso non solo d’incoraggiamento per chi ha cercato nel 2004, da esordiente, di rileggere Il laureato . Cercando di raccontare con passione e suggestione una visione della vita non semplice da comunicare. Un tentativo che si gode e può lasciare traccia, confezionato con una stoffa grezza eppure morbida da un giovane sarto cui, meglio delle cuciture, riescono i ricami. (stefano plateo)

Jarhead

Anthony Swafford si arruola nel corpo dei Marines nel 1988 all’età di diciotto anni. Anche suo padre e lo zio hanno servito nell’esercito durante la Guerra del Vietnam. Superato l’addestramento come tiratore scelto sotto il comando del sergente maggiore Skyes, nell’estate del 1990 Anthony viene mandato in missione nel deserto saudita per combattere la prima Guerra del Golfo. Qui, insieme ai commilitoni, vivrà un’esperienza surreale fatta di attesa e incertezza, in cui tutti i valori che l’hanno condotto in guerra e le sue prospettive saranno messi a dura prova.