Il seme della follia

Dalla sua cella imbottita, un disperato Neill racconta a Warner la sua storia: assunto per ritrovare lo scrittore di horror Prochnow, che è scomparso, si è ritrovato in una cittadina del New England. Ma poi la gente, i luoghi e persino la realtà hanno cominciato a subire orribili trasformazioni. I primi due terzi del film sono tra le cose migliori di Carpenter, e Neill è straordinario; ma l’ultimo terzo diventa inutilmente oscuro, e il finale è pretenzioso ma deludente. Tratto, seppur non dichiaratamente, da H.P. Lovecraft. Panavision.

Essi vivono

Una intelligente metafora contro il sistema capitalistico travestita da film di fantascienza di serie B. A Los Angeles, l’operaio John Nada assiste ad una inspiegabile e sanguinosa irruzione delle forze dell’ordine in una chiesa. Servendosi di uno strano paio di occhiali, trovati all’interno del luogo sacro, l’uomo scopre che la Terra è dominata da esseri provenienti da un altro pianeta. La sceneggiatura è stata scritta dallo stesso regista John Carpenter, che per l’occasione ha usato lo pseudonimo di Frank Armitage. (andrea tagliacozzo)

Il signore del male

Nei sotterranei di una chiesa di Los Angeles, adattati a laboratorio da un gruppo di giovani scienziati, si sta per scatenare il Maligno, a fatica contenuto in una teca di vetro. L’Apocalisse è vicina: un prete presagisce la catastrofe e indaga. Un genere tipicamente protestante come l’horror americano è stato via via aggiornato da registi con sensibilità religiose tra le più varie (primo fra tutti, il cattolico Romero). Qui Carpenter, anarchico millenarista, ne azzarda una lettura cupissima di ispirazione schiettamente gnostica, piena di materie ancestrali pulsanti, momenti quasi senza trama e una visione più «filosofica» del solito (per un regista che è sempre stato più che altro «sociologo»). Purissimo esempio di serie B produttiva da parte di un cineasta che solo un paio d’anni prima aveva annunciato l’addio al cinema, Il signore del male è – a suo modo – un piccolo classico, che dà ancora una volta la misura delle potenzialità visionarie del genere. Immagini e atmosfere non si dimenticano facilmente, e in tempi di new age è bello ritrovare sensibilità tragiche e apocalittiche così pure. Il confronto col recente, più plateale e anticattolico Stigmate è tutto a sfavore di quest’ultimo. (emiliano morreale)