Creature del cielo

Cupa storia basata sul caso realmente accaduto di due adolescenti neozelandesi, Pauline Parker e Juliet Hulme, il cui legame ossessivo le condusse a un omicidio. Molto ben recitato, e magistralmente diretto da Jackson, che ci immerge nel bizzarro mondo fantastico creato dalle ragazze. La vera Juliet Hulme, si è scoperto in seguito, per anni ha scritto best seller gialli sotto lo pseudonimo Anne Perry. Jackson è anche co-autore della sceneggiatura insieme a Frances Walsh. Il director’s cut dura 109 minuti. Leon d’Argento a Venezia e nomination all’Oscar per la sceneggiatura.

Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello

Frodo è un hobbit, cugino di Bilbo Baggins, l’ultimo possessore dell’anello del male del Sire Sauron, che vuole gettare nell’oscurità la Terra di Mezzo. Frodo deve distruggere l’anello nell’unico posto possibile, il vulcano Fato. Per arrivarci ha bisogno dell’aiuto di nani, elfi, maghi e hobbit. I nemici sono orchi, goblin, maghi cattivi e spiriti malvagi. In questo primo film, il primo di una trilogia che si completerà nel Natale 2003, si spiega l’antefatto e parte del cammino di Frodo.
Abbastanza fedele al libro di Tolkien nella trama, Il signore degli anelli è un’operazione mastodontica: ben nove ore di film previste, per un budget di 600 miliardi di lire. Mai era stata pensata un’opera del genere, con migliaia di comparse ed effetti speciali da togliere il fiato. Ma dietro tutta quest’operazione cinematografica e commerciale, forse l’eccesso di azione e violenza toglie un po’ della poesia del libro che ha cresciuto molte generazioni e 50 milioni di persone in tutto il mondo. L’ambientazione, gli effetti speciali, il cast sono tutte cose perfette ed esteticamente insuperabili, ma il fatto di lasciare incompiuto il film (in attesa degli altri due episodi) e la lunghezza della pellicola (quasi tre ore), in cui si possono contare decine di combattimenti truculenti, forse finiscono per nauseare lo spettatore. Risulta così molto difficile esprimere un giudizio completo su un’opera incompleta. In attesa del dicembre 2003, rimane comunque il consiglio di andare al cinema a vederlo, se non altro per la spettacolarità delle scene. (andrea amato)

Sospesi nel tempo

Più che un film, Sospesi nel tempo è un concentrato cinematografico assolutamente dispersivo: dentro c’è di tutto, da Poltergeist a Ghostbusters . Incasinato e geniale, come ogni pellicola di Peter Jackson, regista neozelandese specialista di splatters, horror estremi e paradossali. Con Sospesi nel tempo – dopo l’ottima parentesi seria, adolescenziale, femminile e visionaria di Creature del cielo – torna a occuparsi di mostri e di esuberanze terrificanti, trovando un produttore esecutivo illuminato e appassionato come Robert Zemeckis. Il protagonista (Michael J. Fox) è una specie di detective metafisico, specializzato in fenomeni soprannaturali: fantasmi, rigurgiti post-umani dell’oltretomba, anomalie rispetto alle leggi della fisica sono la sua specialità. Questa volta la cittadina in cui vive è sconvolta da morti sempre più frequenti e misteriose, e lui dovrà vedersela con un autentico serial killer immateriale. Comico? In parte sì, ma decisamente spinto sul versante macabro. Senza soluzione di continuità, misura, amalgama. Memorabile il cameo autoparodistico del militare incavolato interpretato da R. Lee Ermey, l’ex sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket . (anton giulio mancino)

Splatter – Gli strizzacervelli

Povero piccolo Balme: non solo è schiavizzato da una madre dispotica, ma quando il morso di un topo-scimmia di Skull Island trasforma la genitrice in un famelico zombi, il ragazzo deve anche prendersi cura di lei e di tutti gli altri “morti viventi” che rapidamente proliferano. Sorprendente, vigorosa e inventiva, questa commedia macabra è — auspicabilmente — il culmine del suo genere. Attenzione: la versione originale è rigorosamente per stomaci forti, con un alto grado di tolleranza per violenza estrema e atrocità. Uscito negli Stati Uniti con il titolo Dead Alive. Distribuito anche in edizione censurata; quella homevideo, con alcuni tagli, dura 85 minuti.

Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re

Il viaggio della Compagnia sta per terminare. Le forze di Sauron hanno attaccato Minas Tirith, la capitale di Gondor. Il futuro della città, momentaneamente retta dal sovrintendente Denethor, dipende dal ritorno di Aragorn, l’erede al trono. Spinto dal mago Gandalf alla difesa delle mura, l’esercito degli umani non riesce a tener testa alle legioni nemiche. Malgrado le numerose perdite, la Compagnia si lancia nella più grande battaglia mai affrontata, allo scopo di distrarre Sauron e permettere all’hobbit Frodo di portare a termine la sua spedizione. Quest’ultimo, assieme a Sam e all’infido Gollum, ha intrapreso un viaggio massacrante la cui meta è il Monte Fato, l’unico posto in cui l’Anello potrà essere distrutto.
Terzo e ultimo capitolo della trilogia ispirata all’opera di J.R.R. Tolkien e diretta dal regista neozelandese Peter Jackson, Il ritorno del re è l’episodio finale di un processo creativo che ha richiesto due anni di pre-produzione, 274 giorni di riprese, tre anni di post-produzione e un budget di 300 milioni di dollari. Sceneggiatore assieme a Philippa Boyens e alla moglie Fran Walsh, Jackson si è ancora una volta attenuto in maniera piuttosto scrupolosa al romanzo dello scrittore britannico. «Era la miglior sceneggiatura possibile – ha detto – sarebbe stato da pazzi cambiarla». E ancora una volta, al centro della pellicola, ha posto l’eterna lotta tra il bene e il male, le tentazioni del potere, la corruttibilità degli esseri umani. Le vicende personali degli eroi nati dalla fantasia di Tolkien si intrecciano alla storia di popoli che lottano per sopravvivere, cercando di superare le differenze per essere più forti. E poi c’è il viaggio dei due hobbit, Frodo e Sam, legati da un’amicizia che nemmeno il potere negativo dell’Anello riesce a distruggere. Come già nel primo episodio della serie, la ricchezza dei temi narrativi è dunque una delle principali risorse della storia raccontata da Jackson, che rispetto al secondo capitolo ha quasi del tutto risolto il problema del disorientamento di coloro che, a distanza di mesi, non ricordavano alla perfezione i fatti della «puntata» precedente e si trovavano spiazzati di fronte ai nuovi accadimenti. Stavolta la storia si sviluppa in maniera piuttosto lineare e comprensibile anche da chi non ha confidenza con l’universo creato da Tolkien, persino da chi non ha assistito ai primi due episodi della saga. Undici le statuette che Il Signore degli Anelli si è aggiudicato agli Oscar 2004: miglior film, regista, sceneggiatura non originale, montaggio, scenografia, costumi, trucchi, sonoro, effetti visivi, canzone originale (Into the West) e colonna sonora originale. (maurizio zoja)

Amabili resti

Susie Salmon viene brutalmente assassinata a soli 14 anni mentre torna a casa da scuola in un pomeriggio di dicembre del 1973. Dopo la morte, Susie continua a vegliare sulla sua famiglia mentre il suo assassino è ancora libero. Intrappolata in una dimensione onirica fra cielo e terra, Susie si ritrova a dover scegliere fra la sete di vendetta e il desiderio di vedere guarire i suoi cari. Uno sconvolgente omicidio diventa un viaggio ricco di suspense e immaginazione nei meandri della memoria, dell’amore e della speranza, fino allo struggente finale.

King Kong

Carl Denham (Jack Black), regista visionario e personalità ruspante, salpa con troupe al seguito, per l’isola del Teschio, luogo misterioso e di dubbia esistenza. È ossessionato dall’idea di girarvi un documentario. Con lui si trovano anche lo sceneggiatore John Driscoll (Adrien Brody) e la bella attrice Ann Darrow (Naomi Watts). Quest’ultima, una volta giunti sull’isola viene rapita dagli indigeni e offerta in voto a re Kong, un gigantesco gorilla di otto metri, che la porta via e se ne invaghisce. Durante la loro convivenza forzata, Kong la difende da alcuni mostri preistorici e la bella attrice impara a conoscere che il mostro non è tale. Così, quando l’equipaggio riesce a stordire lo scimmione per portarlo a New York come attrazione pubblica, Ann cercherà inutilmente di opporsi. Durante l’esposizione Kong spezza le catene e fugge dal teatro seminando il panico a Manhattan. Si rifugerà sopra l’Empire State Building: lì avverrà la battaglia conclusiva contro gli aeroplani da combattimento inviati ad abbatterlo. Remake a distanza di oltre settant’anni dall’originale di Cooper e Schoedsack, che ha fatto la storia del cinema. Lo sforzo produttivo è imponente, come si conviene per una pellicola del maestro dei kolossal contemporanei, Peter Jackson, autore della trilogia de Il Signore degli Anelli. È il sesto film più costoso della storia del cinema, soldi spesi in prevalenza per l’animazione digitale: la ricostruzione della New York anni Trenta e dei vari mostri disseminati nel film è impressionante. Dietro le movenze dello scimmione si celano il corpo e il volto dell’attore Andy Serkis, che evidenzia del bestione il lato selvaggio e quello umano attraverso la tecnica del motion capture. 

Durante le tre ore del film si alternano molti dei generi antichi e attuali che hanno fatto la fortuna di Hollywood: la commedia brillante all’inizio, sequenze d’azione e di tensione come ossatura del film e diverse scene drammatiche a impreziosire la pellicola, soprattutto verso il finale. Così la dilatazione della durata a quasi il doppio rispetto all’originale del 1933 è giustificata e l’attenzione non cala quasi mai. L’intero film, trattandosi di un remake di una pellicola così nota, assomiglia decisamente a un imponente esercizio di stile. Ma che stile! Vi si ritrova tutto il potenziale immaginifico della Hollywood classica, mescolato con l’epica visiva di quella contemporanea. Hollywood non è morta perché, al di là delle tradizionali e comprensibili critiche che le si muovono, è in grado a distanza di settant’anni di realizzare film come questo, che svelano l’uniformità storica dello spirito di quest’industria. A Hollywood hanno sempre saputo come fare cinema d’intrattenimento. Si può discuterne finché si vuole, ma la competenza industriale degli studios californiani – più che la loro sensibilità artistica – è perfettamente intatta.
Un applauso va agli attori, che recitano bene e in condizioni non facili: quasi mai si trovano davanti la realtà che sarà poi rappresentata sullo schermo: King Kong è Serkis con dei sensori addosso; il mare la foresta, la New York anni Trenta sono dei teatri di posa o addirittura spazi vuoti in attesa della realizzazione digitale. Ma l’applauso più grande torna indietro all’originale del 1933: è merito di quel soggetto se ancora oggi possiamo vedere concentrati tanti grandi temi dell’immaginario contemporaneo nel remake di Jackson. Lo scontro fra natura e civiltà, l’amore (e l’erotismo!) impossibili, la riflessione sulla macchina schiacciatutto dello spettacolo.
Tanti ingredienti dosati bene. Un film che va visto, anche solo per parlarne, a meno che non si sia gravemente insofferenti verso Hollywood. In questo caso è meglio rivolgersi alle cineteche d’essai, dove si respira un’altra aria. Ma la fusione fra uno dei grandi classici di sempre e l’occhio di uno dei grandi registi della visionarietà contemporanea frequenta la mitologia del cinema. Almeno di quello prodotto in catena di montaggio. (stefano plateo)