Malice – Il sospetto

Un professore di un college del New England si sente minacciato e messo in ombra dall’arrivo in città di un grosso chirurgo che affitta una stanza da lui e sua moglie. La trama s’infittisce e diventa sempre più sciocca, in questo esile thriller sessuale interessante. Le buone performance aiutano a nascondre i buchi della trama fino all’epilogo, in cui tutto va a pezzi. Troppo surriscaldato e piuttosto assurdo.

I protagonisti

Pungente commedia nera su un giovane e paranoico produttore esecutivo cinematografico (Robbins) che viene minacciato da uno sceneggiatore scontento — fino a quando comincia a farsi giustizia da solo. Mordace disamina dell’avidità e del potere di Hollywood, con l’eterno ribelle Altman quasi al top della forma (specie nel piano-sequenza iniziale di 8 minuti). Spassose interpretazioni, decine di apparizioni cammeo di star (diverse di “allievi” di Altman come Elliott Gould, Lily Tomlin, Sally Kellerman e Cher), molte citazioni… ma un po’ troppo macchinoso. Adattato da Michael Tolkin dal suo romanzo; Tolkin e suo fratello gemello Stephen compaiono anche nei panni di due scrittori che si incontrano con Robbins.

American Beauty

Cronaca della crisi di mezza età di Lester Burnham e della sua famiglia. Lui si innamora della compagna di liceo di sua figlia, abbandona il posto di lavoro, si mette a fare pesi e si dà agli spinelli. Intanto sua moglie incontra un altro…
American Beauty
non tollera mezze misure: o lo si ama alla follia o lo si detesta con tutto il cuore. Anche lo spettatore «critico» è stato altrettanto diviso: ora salutandolo come una piccola rivoluzione nella Hollywood del 2000, ora considerandolo un’ipocrita rimasticatura di altri film ben più irriconciliati. Che la si veda in un modo o nell’altro, l’opera prima di Sam Mendes presenta più di un motivo di interesse (almeno per una visione): la si può leggere come un’ulteriore prova della capacità fagocitante di Hollywood, oppure ci si può lasciar cullare dalla sua ironia (almeno nella prima parte). A chi scrive, però, più che il fondo politico dell’opera ha colpito la sua struttura narrativa, capace di coniugare stimoli diametralmente opposti (dal glamour stile «Lolita» alla videopoesia del cinema indipendente, dall’aggiornamento di un immaginario erotico vecchio di trent’anni ai dialoghi ricchi di una verve tipica di questo decennio).

Certamente
American Beauty
è un film molto più scritto e pensato di quanto non possa apparire. L’immagine è sempre il risultato di un’alchimia costruita guardando più al botteghino che all’espressione di un contenuto coerente e innovativo; tuttavia, nel panorama amorfo del cinema mainstream contemporaneo, rimane un interessante esperimento.
(carlo chatrian)

Sesso, bugie e videotape

Palma d’oro come miglior film al Festival di Cannes 1989, opera d’esordio del giovane regista Steven Soderbergh (premio Oscar 2000 con
Traffic
). John, insoddisfatto del menage matrimoniale che conduce con la moglie Ann, rivolge le sue attenzioni alla disinibita sorella di questa, Cynthia. Appresa l’infedeltà del marito, Ann comincia a provare interesse per un ex compagno di scuola di John, Graham, da tempo afflitto da problemi sessuali. L’approccio intellettuale (all’europea) di Soderbergh (autore anche della sceneggiatura) raffredda notevolmente un materiale dalle notevoli potenzialità, lasciando l’impressione di un’operazione fin troppo studiata a tavolino (sospetto confermato dai successivi film del regista, a partire dal pessimo Kafka). Ottimi tutti gli interpreti, comunque. Tra l’altro, Andie McDowell, dileggiata dalla critica agli esordi (in
Greystoke
venne doppiata da Glenn Close), si riscatta ampiamente fornendo un’interpretazione più che adeguata.
(andrea tagliacozzo)

L’uomo che sapeva troppo poco

Un film insolitamente piatto, che racconta di uno stupido (Murray) che fa visita al fratello in Inghilterra. Viene venduto come un’esperienza di “cinema interattivo”, ma finisce per imboccare la strada del complesso intrigo spionistico. Murray è bravo come al solito, in quel tipo di situazione che sarebbe perfetta per un Bob Hope o un Danny Kaye, ma la sceneggiatura non lo sorregge. Il titolo è la cosa più divertente del film.