Collateral

Max (Jamie Foxx) è un tassista che coltiva l’ambizione di mettersi in proprio. Ma se la realtà è sogno, non sempre è vero anche il contrario e perciò guida lo stesso cab da dodici anni con maniacale precisione, puntualità ed efficienza. Anche Vincent (Tom Cruise, per la prima volta «cattivo» sullo schermo) è puntuale, preciso ed efficiente. Di professione fa il sicario. La serata di Max sembra cominciare bene, con l’incontro di un’avvenente procuratore legale che gli lascia pure il suo biglietto da visita. Ma il cliente successivo è Vincent, il quale decide che sarà Max ad accompagnarlo nel suo raid per le strade di una Los Angeles notturna e lunare. Cinque i «contratti» relativi ad altrettanti testimoni scomodi che Vincent, in una sola notte, dovrà eseguire per conto del mandante Felix (Javier Bardem), schivando le «attenzioni» di polizia ed Fbi, che sono sulle tracce del narcotrafficante.
Magistrale. Michael Mann torna al thriller d’azione, un genere che aveva abbandonato nel ’95 dopo Heat – La sfida, nel quale Al Pacino e Robert De Niro duettavano, per lo più a distanza, ma comunque sulla stessa pellicola, nell’eterna sfida tra poliziotto e criminale.
Pronunciare la parola «genere» potrebbe forse apparire riduttivo per Mann, che è regista con solide fondamenta e che – con Alì e soprattutto con Insider, dove raccontava l’odissea di un ricercatore (interpretato da un Russell Crowe imbolsito per l’occasione), licenziato da una multinazionale del tabacco per averne denunciato gli inconfessabili segreti – ha dimostrato di saper tenere in equilibrio tecnica, cuore e cervello. Ma Collateral, presentato in anteprima a Venezia, è indiscutibilmente un film di genere.
Ciò che lo rende un’opera di livello superiore sono le atmosfere da savana urbana che riesce a trasmettere, grazie alla tecnologia digitale con cui è stato possibile effettuare le riprese notturne che compongono la quasi totalità del film, alla fotografia di Dion Beebe e Paul Cameron, ben dosata, mai sopra le righe, e alla profondità psicologica dei caratteri tratteggiati da Mann, che ha curato anche la sceneggiatura (non solo dei personaggi principali: bravissimo ad esempio Javier Bardem nel cameo del narcotrafficante).
Los Angeles ripresa di notte, coi suoi viali senza fine che si perdono all’orizzonte, magicamente sgombri dal traffico, e i quartieri periferici formati da centinaia di migliaia di villette monofamiliari perfettamente ortogonali e lo skyline del centro, coi grattacieli ripresi silensiosamente a volo d’uccello, danno della megalopoli californiana un’immagine assai distante dagli stereotipi eppure così vera. Che diventa più vera del vero con la scena dei due coyote che attaversano la strada illuminati dai fari del taxi guidato da Max.
Una sceneggiatura curata rende più semplice il compito di Vincent/Cruise e Max/Foxx. Il primo, al suo esordio nel ruolo di un «cattivo», killer infallibile e imperturbabile, solo in apparenza indifferente al destino delle sue vittime, in realtà alla ricerca di una perversa immortalità; il secondo, incapace di rischiare il tutto per tutto pur di realizzare i propri sogni, eppure dotato di solidi principi che saranno la sua unica àncora di salvezza. Epici echi di Faulkner e Peckinpah si rincorrono nella notte, tra scene d’azione mozzafiato che non sono mai fini a se stesse. I dialoghi sono invece la parte meno centrata di un’opera che comunque rimane uno dei migliori film dell’anno.
(enzo fragassi)

Hancock

Hancock è un supereroe imperfetto, dalla vita spericolata fatta di eccessi. Gli atti eroici di Hancock, che mostra sempre di avere delle buone intenzioni, gli permettono di portare a termine le sue missioni e salvare tantissime vite, ma sembrano sempre lasciare alle spalle danni notevoli. Per quanto possano essere grati al loro eroe locale, i cittadini di Los Angeles alla fine ne hanno abbastanza e si chiedono cosa hanno fatto per meritarsi tutto questo. Hancock non si preoccupa di quello che pensa la gente, fino a quando non salva la vita di un dirigente di una società di pubbliche relazioni, Ray Embrey, e così capisce di avere un lato vulnerabile.

Sotto shock

Dopo Freddy Krueger, il mostro di Nightmare, un nuovo terrificante personaggio creato da Wes Craven: Horance Pinker, l’assassino «elettrico». Catturato mediante le premonizioni di uno studente universitario, un maniaco omicida, giustiziato sulla sedia elettrica, grazie alla corrente acquista poteri sovrumani che gli permettono di trasferirsi da un corpo all’altro. Ingiustamente maltrattato dalla critica, un horror ironico e originale, assai ben girato. Da antologia la parte finale nella quale Mitch Pileggi e Peter Berg, intrappolati nel televisore, s’inseguono passando da un programma all’altro. Da rivalutare. (andrea tagliacozzo)

The Kingdom

Una società petrolifera occidentale con sede a Riyadh in Arabia Saudita subisce uno dei più terribili attacchi terroristici di sempre che provoca la morte di oltre cento persone, e il ferimento di circa duecento feriti. L’Agente Speciale FBI Ronald Fleury (Foxx) e la sua squadra composta da Janet Mayes (Garner), agente della task-force ed esperta di esplosivi, e Adam Leavitt (Bateman), analista dei servizi segreti, organizzano un viaggio segreto di cinque giorni in Arabia per localizzare l’uomo dietro all’attentato. Nel momento in cui mettono piede nel regno desertico, però, Fleury e il suo equipaggio si rendono conto che le autorità saudite sono sospettose nei loro confronti considerandoli come degli intrusi giunti a ficcare il naso in una faccenda che non li riguarda.