Gli abbracci spezzati

Un uomo scrive, vive e ama nell’oscurità. Quattordici anni prima ha sofferto un terribile incidente di macchina nell’isola di Lanzarote. Nell’incidente ha perso non solo la vista, ma anche Lena, la donna della sua vita. Quest’uomo usa due nomi, Harry Caine, ludico pseudonimo con il quale firma i suoi lavori letterari, i racconti e le sceneggiature, e Mateo Blanco, il suo vero nome di battesimo, con il quale vive e firma i film che dirige. Dopo l’incidente Mateo Blanco si riduce al suo pseudonimo, Harry Caine. Se non può più dirigere film si impone di sopravvivere con l’idea che Mateo Blanco è morto a Lanzarote accanto alla sua amata Lena. Nell’attualità, Harry Caine vive grazie alle sceneggiature che scrive e all’aiuto della sua fedele direttrice di produzione di un tempo, Judit Garcia, e di Diego, il figlio di lei, segretario, dattilografo e guida per ciechi.

Affidando per la prima volta il ruolo di protagonista a un eterosessuale, Almodovar abbandona la componente più folcloristica del suo mondo per per affrontare i nodi centrale del suo universo creativo, dove il cinema si incarica di dare forma alle passioni che lo hanno sempre infiammato. La “doppia” vita di Harry/Mateo diventa così il campo di tensioni dove dentro cui si confrontano la forza della passione e l’amore per il cinema. E le tantissime citazioni cinefile ribadiscono soprattutto che per Almodovar il cinema è tramite verso la vita.

 

Kika – Un corpo in prestito

Storia stravagante, molto adulta, sull’artista del trucco Kika, spirito libero (Forqué, la cui interpretazione è positivamente contagiosa) e gli uomini della sua vita, tra i quali uno scrittore americano espatriato (Coyote) e un evaso psicotico. Almodovar ha dato alla sua attrice preferita, Abril, il ruolo di una vita: quello di una reporter di un tabloid televisivo che perlustra Madrid con una telecamera fissata sulla testa, cercando di catturare atti criminali su videotape. Film molto divertente, esplicitamente sessuale, non tiene il tono elevato fino alla fine, ma rimane fresco e certamente diverso. Sicuramente scioccherà chi non ha familiarità con Almodovar.

Il fiore del mio segreto

Una donna di mezza età (Paredes), un tempo felice e scrittrice di successo, sembra soffrire un esaurimento. Il suo lavoro e il suo matrimonio (con un marito stratega militare spesso assente) non significano più nulla e deve imparare di nuovo a godere delle gioie della vita. Un ritratto più nitido e più cupo del solito per Almod&Aelig;var — anche se non privo di fiammate farsesche — che sembra stranamente ricordare le collaborazioni fra Douglas Sirk e Jane Wyman nella Hollywood degli anni Cinquanta.

Legami!

Ricky, appena dimesso dal manicomio, sequestra Marina, una giovane attrice della quale è un fervente ammiratore. Lega al letto la ragazza, rendendola inerme, e le confessa il suo amore sperando che questa si convinca a sposarlo e a dargli dei figli. Reduce dal successo del brillante Donne sull’orlo di una crisi di nervi , Pedro Almodóvar cambia coraggiosamente registro virando sul melodramma passionale con esiti notevoli, ma all’epoca poco apprezzati dalla critica. La Abril tornerà a lavorare con Almodóvar nel successivo film del regista spagnolo, Tacchi a spillo . (andrea tagliacozzo)

Parla con lei

Allo stesso spettacolo della coreografa e ballerina Pina Bausch, Cafe Müller, sono presenti due uomini: Benigno e Marco. I due sono seduti l’uno accanto all’altro, ma non si conoscono. Almeno per ora. Da ormai quattro anni, Benigno, diventato infermiere di professione, si prende cura di una ragazza in coma, Alicia, della quale da tempo – ovvero prima dell’incidente che la rendesse praticamente un vegetale – è innamorato. Qualche giorno dopo lo spettacolo, Marco conosce invece Lydia, un torero donna reduce da una tempestosa relazione con un collega. I due s’innamorano e trascorrono mesi felici, fino a quando la ragazza non si ritrova in coma in seguito a un incidente nell’arena. Lydia viene ricoverata nella Clinica El Bosque, la stessa in cui si trova anche Alicia. Benigno e Marco finalmente si conoscono e diventano amici. Dopo le fortune internazionali (Oscar e Golden Globe compresi) di Tutto su mia madre, il ritorno di Pedro Almodóvar sul set si prospettava quantomeno complicato, vista l’attesa che si era inevitabilmente creata attorno alla nuova opera del regista spagnolo e l’attenzione con la quale questa sarebbe stata giudicata da quanti avevano unanimemente decretato il successo del film precedente. Sarebbe stato lecito anche aspettarsi una sorta di blocco, di stasi creativa, così come è accaduto a James Cameron, travolto dal megasuccesso di Titanic e incapace fino ad ora (a quasi 5 anni di distanza) di scegliere un progetto sui cui puntare, un film degno almeno in parte di reggere il confronto con il predecessore. Ma Almodóvar sembra invece essere stato impermeabile a questo tipo di preoccupazioni. L’apparentemente semplicità con la quale Parla con lei si propone allo spettatore – senza trucco e senza inganno, senza alcuna voglia di strafare o stupire a tutti costi – testimonia una maturità pienamente raggiunta da parte del regista, abile come al solito nel fondere melodramma e commedia, cucire digressioni all’interno del racconto (come lo straordinario segmento intitolato Amante menguante, allo stesso tempo omaggio e parodia del cinema muto) senza mostrare alcun punto di sutura. Parla con lei è uno struggente film sull’amore (in tutte le sue forme, anche le più bizzarre) e sull’amicizia (ma in realtà non è anche questa una diversa forma d’amore?), in cui l’apporto degli attori – straordinari Javier Cámara e Dario Grandinetti – e delle musiche (firmate da Alberto Iglesias) non è affatto secondario. E a proposito di musica, da segnalare un intenso cammeo canoro del grande Caetano Veloso, che si esibisce in una personale versione di Cuccurrucucù Paloma (già presente nella colonna sonora di Happy Together di Wong Kar-wai). (andrea tagliacozzo)

La mala educación

Siamo a Madrid, inizi anni Ottanta, Enrique (Fele Martínez) giovane regista di successo cerca sulle pagine dei giornali, in assurdi fatti di cronaca, un soggetto per il suo prossimo film. Suonano alla porta, un giovane coetaneo si presenta e dice di essere Ignacio Rodriguez (Francisco Boira), suo compagno di collegio, ora attore in cerca di lavoro. Enrique se ne libera: ricorda bene l’amico, ma stenta a riconoscerlo, e il ricordo comunque gli fa male. Andandosene il giovane lascia un racconto, La visita, che è la storia della loro infanzia e del loro amore, in collegio, e in particolare di Ignacio in preda alla passione di Padre Manolo (Daniel Giménez Cacho), direttore spirituale, che manda via dalla scuola Enrique come intralcio tra lui e il suo amato pupillo.
Enrique è sommerso dai ricordi, capisce che quel racconto sarà il prossimo suo film, anche se successivamente scopre che il sedicente Ignacio, in arte Angel Andrade (Gael García Bernal), mente, perché in realtà è il fratello minore di costui. La storia si complica in una serie di colpi di scena, rivelati in vari momenti, per flash-back e deformazioni narrative, dentro lo schema cinefilissimo di un truce noir.
La narrazione si deforma e si specchia tramite una triplicazione di fonti: c’è la storia vera; c’è quella raccontata da Ignacio in preda alla droga, vero autore de La visita, prima di finire (come non vi dico); e c’è quella filmata dal regista secondo i suoi desideri; per cui come in un gioco di specchi, fantasia delirante e cruda realtà si confondono, i personaggi si duplicano (Ignacio/Juan; Padre Manolo/Senor Brenguer) e il triangolo (Enrique, Ignacio, padre Manolo) si triplica, mentre la transessualità come rifugio estremo svela sua carta barocco-parodica in duplice direzione: la libertà del desiderio e delle sue realizzazioni ma anche l’irrisione del gioco delle parti («Tutto nel modo è burla»).
Come ho già accennato, tutto avviene dentro un traliccio di thriller americano, presente fin dai titoli di scena, e quel che interessa ad Almodóvar non è certo la satira di un’educazione religiosa, quanto la rappresentazione del suo immaginario, nutrito di ricordi ma anche di tanto cinema, che lui mette dappertutto: fino al punto che il ruolo-base, quello di Juan/Angel (e anche come trans Zahara) mima la femme-fatale di tanti film americani e francesi.
C’è una scena ne La legge del desiderio (1987) che tutti i fan almodovariani non dimenticano: quella in cui la transessuale Tina Quintero (interpretata da Carmen Maura), sorella del protagonista-regista-gay, entra nella chiesa del collegio frequentato da bambino e trova un prete che suona l’organo e gli rivela che lei è quel bambino di cui allora era innamorato.
Questa scena è come l’incunabolo de La mala educación, perché la si ritrova quasi duplicata qui, ed è una delle tante citazioni che lo costellano, la più esplicita a indicarne la matrice autobiografica – più che in altri suoi film – che sorregge la trama.
I dati tornano: l’epoca, tra gli anni Sessanta e i Settanta con la loro liberazione sessuale, il collegio e la topografia spagnola, la figura del giovane (non ancora trentenne) e già affermato regista. Ma come sempre in Almodóvar non sono i dati reali, cronachistici che gli importano, quanto nascondersi o svelarsi dietro le sue passioni e ossessioni: la cinefilia e «la trasgressione».
In tal senso si può cogliere un massimo di oggettività in film come Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988) e Parla con lei (2002) e un massimo di soggettività in La legge del desiderio e in quest’ultimo. Che, va detto subito, non è all’altezza degli ultimi due suoi film, come se l’urgenza autobiografica troppo diretta e la necessità di trasmodarla fantasticamente gli avessero procurato come un inciampo nell’ispirazione: detto in altre parole, la memoria (il collegio, il suo rituale religioso e le sue amitiès particulères) non riescono a fondersi con il melo e il noir, tra citazione e parodia, della storia.
Va però anche subito ridetto che una certa delusione è compensata da alcuni momenti tra i più belli di tutta la sua opera e da un modo di raccontare e filmare che ti incanta, diverte e commuove, e per l’argomento che senti suo e per la padronanza stilistica cui è arrivato.
Nella parte di Juan si riconosce, bravissimo, Gael Juan Bernal, già interprete del Che Guevara ne I diari della motocicletta, mentre, in una divertente comparsa, ritorna Javier Càmara (Paca nel film), il Benigno di Parla con lei. A una prima parte, dove predomina la descrizione del collegio e dei suoi riti (i canti in chiesa, le punizioni, le preghiere, il gioco del calcio, i bagni) e dei luoghi della liberazione sessuale avvenuta (lo spettacolo delle trans, i gay bar) e della prima agnizione (al paese, a casa della madre) che è la più riuscita, con sequenze di abbagliante bellezza, segue una seconda parte in cui Almodóvar fatica a tenere il congegno, si sperde nella «storiaccia» senza che riesca, qui, a farla in qualche modo levitare, a salvarla con qualcuno dei suoi ingegnosi e poetici «trucchi». Ecco, quel che manca, mentre svolge il suo compito, una trovata, un po’ di poesia, un po’ di trucco. Peccato. Comunque è sempre un grande Almodóvar!
(piero gelli)

Tutto su mia madre

Tutto su mia madre

mame cinema TUTTO SU MIA MADRE - STASERA IN TV penélope
Penélope Cruz in una scena del film

Madrid. Manuela (Cecilia Roth) ha appena perso suo figlio, il diciassettenne Esteban (Eloy Azorin). Il ragazzo, infatti, è stato investito mentre cercava di rincorrere per un autografo Huma (Marisa Paredes), attrice dello spettacolo teatrale Un tram chiamato desiderio. Il giovane così muore, perdendo l’occasione di realizzare il suo grande proposito: incontrare il padre mai conosciuto. Tutto su mia madre, quindi, è la storia di Manuela, una madre che tenta di realizzare il desiderio del figlio, partendo per Barcellona alla ricerca di quest’uomo. Lì conosce Rosa (Penélope Cruz), una giovane suora che vuole andare in missione. Ma niente andrà come previsto: le donne, vere e uniche protagoniste di questa storia, si ritroveranno ad affrontare sorprese e nuove realtà.

Curiosità

  • Il film si chiude con una dedica del regista, Pedro Almodóvar a tutte le attrici e alla propria madre.
  • La scena dell’incidente è una citazione di Opening Night (1977) di John Cassavetes.
  • Inoltre, il titolo del film è un riferimento a Eva contro Eva (1950), il cui titolo originale è All About Eve. Nella scena iniziale, infatti, Manuela e suo figlio guardano proprio questo film.
  • Viene citato spesso Un tram che si chiama desiderio.
  • Nel 2000, la pellicola si è aggiudicata il premio Oscar come Miglior film straniero. E nella stessa categoria ha vinto ai Golden Globe dello stesso anno.
  • Tutto su mia madre si è aggiudicato anche il premio BAFTA come Miglior film straniero e Miglior regia.

A letto con Madonna

Ritratto a tutto tondo della diva pop più trasgressiva del momento. Tra un concerto e l’altro in giro per il mondo, Madonna confessa indirettamente alla macchina da presa i suoi sogni, i suoi desideri e le sue aspirazioni. Appare, tra gli altri, un imbarazzatissimo Warren Beatty, all’epoca compagno nella vita della cantante. Interessante per i fan, un po’ noioso per tutti gli altri. Oggi sembra paradossalmente datato. (andrea tagliacozzo)

Carne tremula

Un borgataro, finito in prigione per aver sparato a un poliziotto (che in realtà era stato un suo collega), ritorna e ne seduce la moglie… Film tutto da godere. Senza la lucidità teorica e l’ironia del Fiore del mio segreto e senza l’eccesso controllatissimo di Tutto su mia madre , Carne tremula compone con questi ultimi un’ideale trilogia mélo, della quale è forse l’elemento più «caldo» e meno mediato. Lucidamente «storico» (il prologo con l’annuncio della fine del franchismo e la donna che sgrava in autobus durante il coprifuoco) e sociale come i veri melodrammi, è un film tutto da godere, colto e artificioso ma sincero. Appassionante e intrecciato, morboso (citazioni da Estasi di un delitto di Buñuel) e romantico, pieno di colpi di scena e con un perfetto poker d’attori: Francesca Neri, Javier Bardem, Angela Molina e Liberto Rabal. Sensualissime le scene erotiche col sottofondo musicale di Chavela Vargas, le più belle che Almodóvar abbia girato. (emiliano morreale)

La legge del desiderio

Un regista gay ha una relazione con un ragazzo. Contemporaneamente conosce e s’innamora di un altro giovane, un attore, possessivo e geloso. Questi, venuto a sapere del rivale, lo uccide. Un folgorante e originale melodramma intriso di humour nero; uno dei film che hanno contribuito alla nascita del «mito Almodóvar», esploso definitivamente nell’88 con Donne sull’orlo di una crisi di nervi . (andrea tagliacozzo)

Tacchi a spillo

Victoria Abril, Marisa Paredes, Miguel Bosé, Féodor Atkine, Bibi Andersen, RocÕo MuŒoz. Tipica e mediocre farsa alla Almod&Aelig;var sui conflitti e i grovigli interpersonali fra un’attrice celebre ed egocentrica (Paredes) e sua figlia, una giornalista tv (Abril). La prima parte ricorda l’Almodovar d’annata, poi la faccenda si fa seria (forse più del necessario). Il regista non lesina gli abituali tocchi sopra le righe — vedere, per credere, la prigione femminile — e le stilettate al mondo delle celebrità. Il protagonista maschile è Miguel Bosé (figlio dell’attrice italiana Lucia Bosé e del torero spagnolo Luis Miguel Dominguin, nonché popstar anni Ottanta in Italia e Spagna).

Volver

Un film di Pedro Almodóvar

Volver. Un altro film al femminile ambientato nella Spagna rurale. Tra dramma e commedia, iperrealismo e sogno, con almeno due personaggi femminili che sarà difficile dimenticare, interpretati da Penélope Cruz e Carmen Maura. «La cosa più difficile nei miei film è scrivere la sinossi», ha detto il regista spagnolo presentando il suo film a Cannes.

I temi sono quelli tradizionali dell’universo almodovariano (superiorità femminile, solidarietà di classe e di sesso, inutilità del maschio per costruire un nucleo familiare) però distillati con maestria. Il film affronta le storie dei suoi personaggi “dal fondo”, per far emergere pian piano dal passato (“volver” dice il titolo, cioè tornare) le ragioni dei loro comportamenti, delle loro paure e nevrosi. Senza le provocazioni folcloristiche di alcuni lavori precedenti, ma con la consapevolezza che la giostra della vita è più ironica e sorprendente di ogni immaginazione.

Penélope Cruz protagonista

Il ruolo della protagonista inscrive definitivamente  la Cruz all’interno del parco muse del cinema, qui, in Volver, borderline senza mai perdere una goccia del suo fascino e della sua dolcezza. Idea subdola e intelligente, quella di Almodòvar di introdurre nel cast Carmen Maura (Irene), già protagonista dei film del regista spagnolo degli anni ’80: un ritorno dal mondo dei morti che aggiunge suspense e un tocco di gotico alla successione degli eventi narrati. Il paradossale buon umore del suo personaggio è un tocco surreale che si inserisce nel film con grande armonia.

Premio per la sceneggiatura e Prix d’interprétation féminine per il cast femminile (oltre a Penelope Cruz e a Carmen Maura, alle straordinarie Lola Dueñas, Chus Lampreave Blanca Portillo, Yohana Coboal.

Donne sull’orlo di una crisi di nervi

Una doppiatrice cinematografica, abbandonata da un collega con cui convive, ospita un’amica ricercata dalla polizia. Contemporaneamente, riceve la visita della moglie dell’ex amante, seriamente intenzionata a uccidere il marito. Candidata all’Oscar 1988 come miglior film straniero, una scatenata commedia che si fa apprezzare sia per il brio della realizzazione che per l’estroso gusto visivo. Grande (e meritato) successo di critica e di pubblico. (andrea tagliacozzo)