Quei bravi ragazzi

Un decennio di storia di mafia italoamericana raccontato «dal di dentro», con uno stile vertiginoso al limite dello sconcerto, capace di trasmettere la vertigine dell’accumulo, del potere e infine della droga. Voce off, Liotta protagonista e Pesci e De Niro comprimari (guardate quest’ultimo che fa la «spalla» senza farsi notare, e capirete cos’è un grande attore). Un mirabile studio di antropologia, un saggio di cinema perfetto in ogni sua componente (la scelta delle canzoni, per dirne una). Ma anche un film di somma ambiguità, che si sottrae al fascino incombente di personaggi terribili dapprima assumendo – sia pur brevemente – un punto di vista femminile (la moglie di Liotta), e poi sfociando in una presa di coscienza da cinema hollywoodiano d’altri tempi, che corrisponde a quella del vero mafioso a cui Scorsese e il co-sceneggiatore Nick Pileggi fanno riferimento. Uno dei capolavori di Scorsese, uno dei grandi film degli anni Novanta. (emiliano morreale)

Mambo italiano

Angelo
(Luke Kirby)
e la sorella Anna
(Claudia Ferri)
sono i figli di una coppia di anziani emigrati
dall’Italia al Canada («l’America sbagliata»). Lei sfoga la
depressione succhiando dolcetti e passando da uno psichiatra all’altro; lui sa di
essere gay ma non ha il coraggio di dirlo ai suoi. Intanto lavora in un
call-center ma coltiva il sogno di scrivere soggetti televisivi, nel
ricordo della zia Jolanda
(Tara Nicodemo),
talento
artistico morta suicida a causa dell’oppressività familiare. Una tragedia?
Ma no, che diamine. Una commedia leggera leggera, condita con tutti gli
stereotipi sulla (tipica?) famiglia italiana di emigrati. Angelo
ritrova dopo anni il suo più caro amico dei tempi della scuola, l’atletico
poliziotto Nino
(Peter Miller),
lui pure – manco a
dirlo – di origini italiane. Sboccia l’amore ma Nino, quando la sua
relazione con Angelo diventa di pubblico dominio, si fa prendere dal panico
e, grazie agli uffici della madre (e di chi altro?), rapidamente
incontra, impalma e infine ingravida una connazionale in odor di zitellaggio.
Angelo nel frattempo fa ritorno fra le mura domestiche, riconciliandosi
con la mamma Maria
(Ginette Reno)
e il papà Gino
(Paul Sorvino,
padre di Mira, una lunga e onorata carriera
di caratterista di lusso, do you remember
Goodfellas?)
Vuoi
vedere che Angelo trova pure un altro amore e, finalmente accettato dalla
famiglia, centra anche il successo portando in scena la sua tragicomica
esistenza? Esatto.

La mamma che si chiama Maria e il papà Gino (però, che slancio.
Come mai non Giuseppe?) La sorella complessata che non riesce a uscire
di casa perchè non trova un uomo e non può lasciare sola a mammà.
Gli italiani che vanno tutti alla stessa scuola e si sposano solo tra
loro. I pianti e le urla, i ceffoni a tavola davanti al piatto di
spaghetti. L’omertà verso la comunità. La riconciliazione nel confessionale
di una chiesa… Certi film dovrebbero essere vietati nei Paesi ai
quali si riferiscono. No, dico davvero. Andate a chiedere a un greco se si
è divertito con
Il mio grosso grasso matrimonio greco.
Tutto
il mondo potrebbe ridere di questa per molti versi divertente commedia
sull’appiccicosità, sulla mammità, sulla velata mafiosità
dell’italianità. Ma noi no. E auguriamo di cuore a questo
Mambo
italiano

di avere successo. Ma fuori dai patri confini. Anche perchè il cast
regge bene il registro della commedia, l’ambientazione curiosamente
anni Cinquanta della Little-Italy canadese conferisce alla narrazione un
piacevole senso di straniamento al limite del grottesco e tutti quanti
fanno del loro meglio.

Ciò che proprio non si digerisce non è tanto il ricorso allo
stereotipo etnico. Fastidioso è il rimestare continuo nel già visto e già
sentito. Non v’è nulla di male a giocare con le pubbliche
virtù e i privati vizi dell’identità di un popolo. Ma non si può fare
senza essersi almeno sforzati un po’ di capire cosa c’è dietro. La
parodia va bene. La presa per il culo, no.

(enzo fragassi)

Il giorno del delfino

Uno scienziato insegna a due delfini il linguaggio degli umani, ma un’organizzazione, capeggiata da alti esponenti del governo, è decisa a servirsi dell’intelligenza dei due animali per attentare alla vita del Presidente degli Stati Uniti. Un interessante film di fantapolitica, alterna pagine felici ad altre meno riuscite, ma non risulta mai noioso. Sceneggiatura di Buck Henry, da un romanzo di Robert Merle. Splendida la colonna sonora composta da Georges Delerue, già assiduo collaboratore di Francois Truffaut.
(andrea tagliacozzo)

Ballando lo slow nella grande città

Seriosa assurdità romantica su un giornalista tipo Jimmy Breslin, che si innamora di una ballerina malata a cui è stato detto che dovrebbe smettere di danzare; diventa anche amico di un piccolo orfano ispanico e drogato. Un indecente climax vi farà friggere il cervello con la sua caduta di tono. Una nomination ai Golden Globes.

Dick Tracy

Vivace e raffinato adattamento del classico fumetto di Chester Gould, con Beatty che impersona l’eroe tutto naso e mascella. La storia è proprio esile, ma dentro c’è talmente tanto da vedere che non ci si bada: una galassia di personaggi famosi interpretano i grotteschi cattivi disegnati da Gould, gli incredibili costumi e la direzione artistica — che vinsero l’Oscar — e Madonna che canta le nuove canzoni di Stephen Sondheim (una pecca? Troppo poche). Una di queste, Sooner or Later (I Always Get My Man), si aggiudicò a sua volta l’Oscar. Da applauso la divertente interpretazione di Big Boy Caprice regalata da Pacino. Super 35.

Marito in prova

Un professore americano, rimasto da poco vedovo, e una signora inglese, reduce da un divorzio, si incontrano in Francia a causa di un incidente automobilistico. Dapprima diffidenti e litigiosi, i due scoprono d’essere fatti l’uno per l’altra e decidono di sposarsi. Una volta celebrato il matrimonio, la coppia si trasferisce in Canada. Una commedia dai ritmi blandi che riunisce regista e interpreti di
Un tocco di classe
, che nel 1973 aveva ottenuto un grande successo. Il risultato finale – sia sullo schermo che al botteghino – deluse ampiamente le aspettative.
(andrea tagliacozzo)

Bulworth – Il senatore

Audace satira politica su un senatore della California che, nel tentativo di farsi rieleggere alle amministrative del 1996, si libera la coscienza dicendo la verità, venendo incontro alla comunità nera. Volutamente inquietante in alcuni momenti, uno sguardo acuto sui processi della politica e sulla condizione delle classi subalterne. Uno dei film migliori di Beatty, che qui recita, dirige ed è co-autore della sceneggiatura insieme a Jeremy Pikser. William Baldwin e Paul Mazursky compaiono non accreditati.