Il mostro è in tavola… barone Frankenstein

Nel 1973 il regista di
Flesh
e
Trash-I rifiuti di New York
girò in Italia due horror che uscirono col marchio di Andy Warhol, e che da noi vennero firmati da Anthony M. Dawson alias Antonio Margheriti. Per la prima volta escono in italiano in versione integrale, sotto il nome di Morrissey e col doppiaggio rifatto (almeno il
Frankenstein
, che era stato il più manomesso). L’idea era quella di riscrivere i miti dell’horror in bilico tra parodia splatter e revisionismo culturale. Il barone folle (Kier), in questo caso, è un serbo incestuoso ossessionato dal mito della razza perfetta, che vuole fare accoppiare le sue due creature (lei è Dalila Di Lazzaro, esordiente e sempre nuda). La versione originale era in 3-D, per evidenziare gli effettacci grandguignoleschi (che pare siano opera esclusiva di Margheriti). Certi passaggi necrofiliaci sulla bellezza degli organi interni sembrano avere ispirato Cronenberg, anche se nel complesso il film è più monocorde e meno divertente del
Dracula
.
(alberto pezzotta)

Dracula cerca sangue di vergine… e morì di sete

Dracula emigra nell’Italia degli anni Trenta, convinto che in un paese cattolico e fascista le vergini abbondino. Solo che, ogni volta che morde il collo di una delle scostumate ragazze dell’ignara famiglia che lo ospita (il padre è De Sica, alla sua ultima apparizione), è costretto a vomitare il sangue non puro. Dallesandro, manovale comunista, farà giustizia, anche sessuale. Finalmente la versione integrale: finora, infatti, mancavano quasi tutte le scene erotiche con Stefania Casini, o tagliate o sostituite da altre più caste girate appositamente per il nostro Paese. Antonio Margheriti, che firmò la prima edizione italiana, pare fosse solo un coordinatore degli attori italiani. Uno dei film di Morrissey più felici, dove l’equilibrio tra provocazione, decostruzione dei generi classici e snobismo underground riesce a dare vita a un oggetto inclassificabile, ricco di humour nero, dove la malinconia sotterranea convive con gli eccessi
gore
.
(alberto pezzotta)