Lettere da Iwo Jima

Perfetta operazione “bipartisan” di Clint Eastwood, che dopo aver raccontato l’epica battaglia che segnò le sorti della seconda guerra mondiale nel Pacifico dal punto di vista dei vincitori americani, propone ora quello degli sconfitti giapponesi. Seguiamo perciò il destino del fornaio Saigo, del campione di equitazione Baron Nishi, di Shimuzu, un poliziotto idealista. E del tenente Ito, che preferisce darsi la morte piuttosto che consegnarsi al nemico. Le forze giapponesi sono guidate dal generale Tadamichi Kuribayashi (Ken Watanabe), che conosce gli Stati Uniti e sa che la guerra sarà persa. Anche lui, tuttavia, non può sottrarsi alla battaglia. Alla fine, oltre 20 mila giapponesi e 7 mila americani rimarranno sul campo. I frammenti delle loro vite, tutto sommato così simili, sono affidate alle lettere inviate a casa, lì dove nessuno di loro avrà potuto fare ritorno. Il film si è aggiudicato un Golden Globe.

Nella valle di Elah

Mike Deerfield scompare misteriosamente subito dopo essere ritornato dall’Iraq, dove ha combattuto, e viene considerato “assente ingiustificato” dall’esercito. Quando la sconvolgente notizia raggiunge Hank Deerfield, ex soldato della polizia militare, e sua moglie Joan, Hank decide di mettersi alla ricerca del figlio, con l’aiuto della riluttante investigatrice di polizia Emily Sanders. Man mano che le indagini proseguono e il quadro si compone, Emily si rende conto che la scomparsa è solo una montatura.

Crash – Contatto fisico

Diverse storie si intrecciano, sullo sfondo la città di Los Angeles, con i suoi eccessi e le sue contraddizioni. Jean (Sandra Bullock) subisce una rapina mentre si trova in compagnia del marito Graham (Don Cheadle), procuratore federale. Autori del misfatto sono due giovani neri. Intanto, l’agente Ryan (Matt Dillon), sadico e razzista, umilia una coppia di afroamericani benestanti di mezza età, «pescati» in atteggiamenti equivoci a bordo del loro fuoristrada. Altri personaggi appaiono sulla scena: un fabbro latinoamericano, una coppia di coreani, un negoziante iraniano…
Nell’arco di trentasei ore, le loro vite sono destinate a scontrarsi.

Paul Haggis è uno degli sceneggiatori attualmente più richiesti sul mercato americano, già autore dello script di

Million Dollar Baby,
forse l’ultimo vero capolavoro del cinema hollywoodiano di stampo classico. La notorietà raggiunta grazie alla collaborazione con Clint Eastwood gli ha dato la possibilità di realizzare questo progetto, in cui si cala nel ruolo di regista senza imbarazzi e con ottimi risultati.

Crash – Contatto fisico
è infatti una pellicola solida, che si regge, e non poteva essere altrimenti, sulla forza del soggetto e della sceneggiatura, ma anche sull’abilità degli attori protagonisti, che si dice abbiano accettato compensi irrisori pur di fare questo film. Nel gruppo spicca senza alcun dubbio Matt Dillon, che interpreta in modo molto convincente l’agente Ryan,
character
negativo ma anche estremamente sfaccettato e complesso, che dapprima è carnefice, per diventare poi vittima ed infine quasi eroe positivo.

Si arriva dunque a parlare di un altro dei punti di forza di
Crash,
la caratterizzazione dei personaggi: questi ultimi infatti, pur rappresentando nella maggior parte dei casi veri e propri
exempla
del loro gruppo etnico e sociale, non sono mai troppo semplici e schiacciati sullo stereotipo, ma vivi e credibili, fatti in ugual misura di pregi e difetti, e visti con uno sguardo che evita giudizi morali o di valore. Anzi, il gioco di Haggis sta proprio nel ribaltare continuamente i ruoli, giocando con le aspettative dell’
audience.

Altro pregio del film è che non si avverte il peso dell’artificiosità intrinseca dell’intreccio. Infatti un gran numero di vicende si intersecano andando a formare un affresco unitario, ma senza forzature eccessive: il patto di «sospensione dell’incredulità» stipulato tra regista e spettatore non risulta mai troppo oneroso per quest’ultimo.

Crash
dimostra come si possa fare cinema mainstream senza rinunciare alla qualità. Peccato solo per alcune piccole cadute di tono, soprattutto il finale con nevicata (va bene il classico hollywodiano, ma questo è troppo!) e per la pessima scelta della canzone di chiusura del film,
Maybe Tomorrow
degli

Stereophonics:
con tutto il rispetto, forse si poteva fare una scelta un po’ più originale e soprattutto più azzeccata. Invece rimane più di un sospetto che si tratti di una marchetta.
(michele serra)