Paycheck

Michael Jennings è uno sviluppatore di progetti ad alto contenuto tecnologico per aziende che lo ingaggiano a suon di dollari e poi cancellano la sua memoria per impedirgli di divulgarne i segreti. Ma dopo aver portato a termine un progetto durato tre anni, non riceve nessun assegno. In banca trova invece una scatola piena di oggetti apparentemente inutili. La cancellazione della sua memoria gli impedisce di comprendere il motivo per cui, gli dicono, ha volontariamente rinunciato al compenso. Con l’aiuto di Rachel, la donna con cui negli ultimi tre anni ha lavorato e vissuto un’intensa storia d’amore, tenterà di risolvere l’enigma e, soprattutto, di capire perché i suoi ex datori di lavoro stanno tentando di toglierlo di mezzo.
Liberamente ispirato all’omonimo racconto scritto da Philip K. Dick nel 1953, il nuovo film di John Woo è un incrocio fra un thriller e un film di fantascienza, descrizione di un mondo in cui tecnocrati senza troppi scrupoli fanno utilizzo di macchine in grado di togliere all’uomo alcune sue facoltà, come quella di ricordare, per poi «regalargliene» altre, come quella di prevedere il futuro. Il regista di Mission: Impossibile 2, colpito dalle questioni di ordine etico sollevate dal racconto di Dick, è riuscito a realizzare un film che pone allo spettatore gli stessi dilemmi, invitandolo a riflettere su ciò che deciderebbe di fare qualora si trovasse nei panni del protagonista. Ben Affleck e Uma Thurman se la cavano con mestiere, nulla più. È invece la sceneggiatura, opera di Dean Georgaris, la parte migliore di un film condito con scene d’azione e sparatorie tipiche delle pellicole dirette da Woo. Imperdibile per i fan di quest’ultimo, un po’ meno per i lettori di Dick e comunque mai noioso, Paycheck diverte senza entusiasmare, perdendo nettamente il confronto con Face Off, il miglior film «americano» del regista di Hong Kong. (maurizio zoja)

Cosmopolis

New York è piombata nel caos, mentre l’epoca del capitalismo si avvicina alla conclusione. Eric Packer, un golden boy dell’alta finanza, entra in una limousine bianca. Mentre una visita del Presidente degli Stati Uniti paralizza Manhattan, Eric Packer ha un’ossessione: farsi tagliare i capelli dal suo barbiere, che si trova dall’altra parte della città. Durante la giornata, scoppia il caos e lui osserva impotente il crollo del suo impero. Inoltre, è sicuro che qualcuno voglia assassinarlo. Quando? Dove? Saranno le 24 ore più importanti della sua vita.

La versione di Barney

Basato sull’omonimo e pluripremiato romanzo di Mordecai Richler, “La versione di Barney” è la pittoresca e toccante storia di Barney Panofsky, un uomo ordinario alle prese con una vita straordinaria.

La storia si svolge nell’arco di quarant’anni e percorre due continenti, includendo tre mogli, un padre oltraggioso, ed un affascinante quanto dissoluto migliore amico.

Barney decide di raccontare ora la sua versione della propria storia perchè il suo peggior nemico ha appena pubblicato un libro rivelazione che svela i capitoli più compromettenti del passato del protagonista: le tante e spesso oscure ragioni dietro al suo successo, i tre matrimoni, tutti e tre finiti, e il mistero ancora rrisolto della scomparsa di Boogie, il migliore amico di Barney, che si libera così dall’accusa di omicidio di cui lui stesso è il primo sospettato.

Le memorie di Barney appaiono però frammentarie e disordinate a causa dei vuoti di memoria che spesso lo accompagnano e per l’infelice abitudine di ubriacarsi in momenti cruciali.

Si entra così in un percorso instabile nei meandri della memoria che coinvolge sia chi ascolta il racconto della vita del protagonista che il protagonista stesso intento a ricordarla.

Fred Claus – Un fratello sotto l’albero

Babbo Natale, Nicholas Claus, ha un fratello molto diverso da lui: Fred, la pecora nera della famiglia. Un vero fannullone che ora ha anche dei problemi di natura economica. Nicholas decide così di dargli una possibilità e lo assume nella sua fabbrica di giocattoli al fianco degli elfi. Il Natale però si avvicina e Fred potrebbe creare dei problemi irreparabili.

Storytelling

Due ritratti di artisti all’opera. Nel primo un gruppo di studenti si confronta in un corso di scrittura, dove le parole sono uno strumento di potere più che d’espressione. Nel secondo un uomo s’improvvisa documentarista e segue una famiglia della middle class americana. Il film sarà un successo ma la famiglia resterà vittima di un tragico incidente. Todd Solondz (foto) si conferma come uno dei registi americani più acidi di questi anni.
Storytelling
prosegue la terribile galleria di personaggi con cui Solondz sta facendo a pezzi il sogno americano. Dopo le giovani scolare in fuga (
Fuga dalla scuola media
), il ragazzo con problemi di eiaculazione e il padre pedofilo (
Happiness
), arrivano una giovane studentessa, dilaniata tra la passione per un coetaneo disabile e la pulsione verso il maestro di colore, e un regista tanto cinico quanto disperato.
Da sempre i personaggi di Solondz vivono nel terreno arido della violenza, verbale, fisica, e soprattutto psicologica. Da sempre la loro già debole speranza di felicità viene troncata dall’oppressione che il più forte esercita verso di loro. In
Storytelling
coloro che dovrebbero essere gli artefici di piccoli sogni americani, si rivelano invece creatori di incubi in cui loro stessi sprofondano. «Il riso è sempre amaro» ci dice Solondz, se qui si ride un po’ meno è perché i personaggi faticano a trovare degli esseri ancora più deboli su cui rivalersi. Rispetto al folgorante
Happiness
, che era un volo senza paracadute nella follia americana, in questo film viene meno la verve con cui il regista alternava squarci impietosi di realtà. Forse perché il film trova il tempo per fermarsi e considerare chi crea guardando gli altri. Dopo aver fatto tabula rasa di ciò che lo circonda (ancora la famiglia, l’istituzione più sacramente dissacrata) Solondz sembra rivolgere il suo sguardo sui suoi simili (terribile è la parodia di
American Beauty
) e su stesso. E la visione non regge il confronto.
(carlo chatrian)

Una scatenata dozzina

Tom Baker è l’allenatore della squadra di football americano di un liceo dell’Illinois. Dopo anni passati nell’ombra, un’importante università gli offre un posto da capo allenatore. La realizzazione del suo sogno professionale implica però il trasferimento di tutta la sua numerosa famiglia, dodici irrequieti figli che gli daranno più di un grattacapo, soprattutto quando la moglie Kate sarà costretta a recarsi a New York per promuovere il suo primo libro.

Già regista del discreto
Big Fat Liar,
totalmente sconosciuto al pubblico italiano, Shawn Levy fa il verso a
Mamma ho perso l’aereo
con una tragicommedia familiare in cui convivono una miriade di elementi già apparsi in decine di film dello stesso genere: il padre in gamba ma sotto sotto dipendente dalla madre, la partita di football, il bimbo superdotato, la figlia ribelle e così via. A Steve Martin il compito di far quadrare i conti, un obiettivo che l’attore non sfiora neanche lontanamente, e non certo per colpa sua. Forse, nel cercare di trasmettere l’idea del caos che regna nella famiglia dei protagonisti, il regista si è un po’ fatto prendere la mano, finendo con il frastornare anche lo spettatore con una sceneggiatura poco convincente. A volte sembra quasi che il film sia un pretesto per inanellare gag neanche tanto spiritose e la storia finisce sepolta dalle bizze dei vari personaggi, nessuno dei quali memorabile. Il cinema americano degli ultimi vent’anni trabocca di commedie famigliari senza pretese ma più divertenti di questa. Meglio risparmiare e noleggiare un home video.
(maurizio zoja)

Cinderella Man – Una ragione per lottare

James Braddock è un ragazzino irlandese nella New York del primo dopoguerra. Affascinato dal mondo del fratello, buon pugile senza troppo successo, mette i guantoni per caso e scopre di essere nato per combattere. Un inizio di carriera travolgente, una serie di vittorie che significano l’improvviso benessere per sé e per la sua famiglia. La Grande Depressione del 1929, con il conseguente tracollo economico degli Usa, investono anche il giovane pugile, che vede polverizzati tutti i suoi averi e non trova più incontri né borse adeguate. Costretto a lavori saltuari, colpito da una serie impressionante di infortuni, Braddock riesce a non perdere la fiducia e inizia una lenta risalita, fino alla vittoria del titolo mondiale contro Max Baer e alla sconfitta, carica di significati simbolici, contro il nero Joe Louis.

Pam, Pam, Bang. Pam, Pam, Bang. Due jab e un destro. È questa la sequenza vincente che Joe Gould (manager di Braddock) suggerisce a James durante la finale per il titolo mondiale. Semplice e diretta. Troppo poco esaustiva per condensare il contrarsi dei muscoli, il sudore, la paura che ti stringe lo stomaco e la concentrazione necessaria per metterla in pratica. E così è il film di Ron Howard. La pellicola mostra un Braddock che per tutto il film si cuce addosso la divisa da eroe senza sbagliare mai niente, l’immagine della perfezione (è onesto, prodigo, corretto, posato..), nonostante la crisi economica e i continui infortuni. Perfezione che non è umana, tantomeno di Braddock. Per descrivere un uomo bisogna considerarne le ombre e le luci, gli errori e i successi. Howard seppellisce i primi e celebra i secondi senza trovare una giusta misura che non si riduca a semplice esaltazione di un «uomo modello».

Ma se si trascura quest’aspetto e ci si accontenta, il film risulta coinvolgente: porta a tifare per il buon James e a odiare lo spaccone Max Baer e nel frattempo a provare compassione per la moglie Mae. Howard ci riesce con una regia precisa e dinamica, in cui lo spettatore si perde senza cercare l’uscita per due ore abbondanti. Il quadro storico poi è ricostruito con maestria e attenzione per i particolari. Il cast è fra i migliori. La brava, anche se qui troppo in ombra, Renée Zellweger, Russel Crowe che rispolvera gli occhi del guerriero visti ne Il Gladiatore impersonando benissimo il James «eroe nazionale». E Paul Giamatti che offre ancora, dopo Sideways, un’interpretazione brillante per un personaggio sospeso tra il comico e il drammatico. (mario vanni degli onesti)

Salvate il soldato Ryan

Salvate il soldato Ryan

mame cinema SALVATE IL SOLDATO RYAN - IL CAPOLAVORO COMPIE 20 ANNI scena
Una scena del film

Con soggetto e sceneggiatura di Robert Rodat e con la regia di Steven Spielberg, Salvate il soldato Ryan (1998) è un grande flashbakc che, dalla fine degli anni ’90, torna ai tempi della Seconda guerra mondiale. Più precisamente, si torna al celebre sbarco in Normandia (6 giugno 1944), data in cui il capitano John Miller (Tom Hanks) sopravvive allo scontro coi tedeschi. Ma il giorno dopo, a Washington, il generale George Marshall (Harve Presnell) scopre che il giovane soldato James Francis Ryan (Matt Damon) è disperso. Al capitano Miller, di conseguenza, viene affidata la missione per trarre in salvo il soldato Ryan.

Riuscirà la squadra a riportare a casa James Francis Ryan? Nel caos generato dalla guerra, sarà possibile ritrovare il ragazzo? Come si concluderà questa pericolosa missione?

Nel cast anche Vin Diesel, Edward Burns, Giovanni Ribisi, Jeremy Davies, Adam Goldberg, Tom Sizemore e Barry Pepper.

Curiosità

  • L’idea alla base di questo film risale al 1994, quando Robert Rodat vede un monumento presso Putney Corners, nel New Hampshire, in memoria dei caduti durante differenti conflitti, dalla guerra civile americana alla guerra del Vietnam. Lì, quindi, nota i nomi di otto fratelli caduti durante guerra civile e, ispirato da questa storia, fa qualche ricerca e decide di scrivere una storia ambientata nella seconda guerra mondiale.
  • Il produttore Mark Gordon, quando viene a conoscenza di questo progetto, ne parla con Tom Hanks. Sarà proprio lui a convincere Steven Spielberg a occuparsi della regia.
  • Prima dell’avvio delle riprese, inoltre, diversi attori del film affrontano una decina di giorni di addestramento militare per poter recitare in modo più realistico le loro parti. Tra questi Tom Hanks, Edward Burns, Barry Pepper, Vin Diesel, Adam Goldberg e Giovanni Ribisi.
  • Matt Damon, tuttavia, non prese parte all’addestramento intenzionalmente, per far sì che i protagonisti potessero interpretare al meglio il risentimento verso il suo personaggio.
  • Le scene iniziali dello sbarco sono state riprese a Ballinesker Beach, a est di Curracloe, nella contea irlandese di Wexford.
  • Il film, in più, si è aggiudicato cinque premi Oscar, due Golden Globe e due premi BAFTA. Un successo, insomma, sensazionale.
  • La pellicola in Italia venne vietata ai minori di 14 anni per via delle numerose scene di violenza estrema, come per esempio quella di apertura.

The Illusionist

Vienna, seconda metà dell’Ottocento. Edward è un giovane popolano con la passione per la magia: la principessa Sophia si invaghisce di lui ma il loro sentimento è osteggiato dalla famiglia reale. Edward allora decide di partire e non fa ritorno a Vienna per quindici lunghi anni. Al suo ritorno è diventato Eisenheim The Illusionist e incanta le platee con i suoi incredibili trucchi: la sua fama è tale che una sera anche i regnanti decidono di assistere al suo spettacolo.

Shoot’em Up – Spara o muori

L’enigmatico Mr.Smith è seduto sulla panchina di una fermata di un autubus che mai prenderà: vede arrancare di fronte a lui una ragazza incinta che lamentandosi si tiene la pancia come se dovesse partorire in quello stesso momento. Alle sue calcagna un uomo armato di pistola che la bracca all’interno di un edificio. Mr.Smith non può stare a guardare: è l’inizio di un viaggio adenalinico tra sparatorie e diabolici complotti.

Sideways

Tratto dal romanzo di Rex Pickett,
Sideways
di Alexander Payne è un tipico road movie che, sulla falsariga del viaggio-vacanza, racconta l’incapacità di crescere di due adolescentoidi quarantenni che non riescono ad affrontare la consapevolezza della loro mediocrità.

In tale senso il film, notevole anche se forse troppo esaltato, è il rovescio del mitico

Easy Rider
di Dennis Hopper (1969). Là protagonisti erano due giovani, la loro cultura alternativa, le speranze, la ribellione; qui sono due falliti, con la giovinezza ormai alle spalle, patetici e puerili. Il primo è un insegnante depresso, per un matrimonio andato a monte e per frustanti e reiterati tentativi di pubblicare romanzi (nel corso del viaggio verrà a sapere che anche l’ultimo ha sortito l’ennesimo rifiuto); quasi a compenso dei propri fallimenti si rigenera in una raffinata e pretestuosa specializzazione di enologo, esperto soprattutto nei vini californiani e appassionato del Merlot di laggiù, che decanta e deliba con rapite e barocche metafore. È ovvio che cade spesso in cupe e rissose ubriacature. Il suo amico, con cui in realtà ha poco in comune, se non l’amicizia che risale ai tempi della scuola, è un bellone passé, ex attore di
soap comedies
declassato a interprete di spot pubblicitari.

Tanto il primo è colto, introverso, dubbioso, timido, quanto l’altro è ignorante, estroverso, sventato, sfacciato. Quest’ultimo si deve sposare con una fanciulla, figlia di un facoltoso armeno alle cui dipendenze finirà col lavorare l’aitante attore. I due amici decidono di fare l’ultima vacanza insieme, nella California dei vini, passando di azienda in azienda, degustando e affogando nei calici le ragioni del loro malcontento.

Il film inizia con il protagonista, uno straordinario Paul Giamatti nel ruolo dell’insegnante depresso, che parte da San Diego, raccatta l’amico (un efficace Thomas Hayden Church) e si ferma a casa della madre, non tanto per festeggiare il suo compleanno quanto per rubare alla vecchia i soldi dal cassettone, e si ubriaca e piange su se stesso e telefona allo moglie, che in realtà si è già risposata.

La prima parte del film, con le puntuali visite e illustrazioni e degustazioni di pregiati vini del luogo, rischia la propaganda eno-viticulturale californiana (come il romanzo di Mario Soldati
Addio diletta Amelia)
talmente si dilunga nel descrivere e nel mostrare i pregi di celebri vigneti, lungo tutto un tour turistico-alcolico di eccessiva degustazione. Ma poi per fortuna il regista dimentica questo filo conduttore per concentrarsi sulle peripezie patetiche e spesso spassose dei due ragazzi invecchiati, come l’incontro di due piacenti e ben disposte enologhe, con cui s’intrecciano amori e disamori, oppure la brutta avventura dell’incorreggibile dongiovanni costretto dal marito di un’occasionale amante a fuggire nudo nella notte.

Sideways in inglese vuol dire «a sghembo, obliquamente», come il percorso bistorto degli ubriachi, come l’esistenza che conducono i due protagonisti, sempre eccentrica rispetto a un centro di realtà continuamente negata. Il regista è abile nel raccontare per semitoni, alludendo a situazioni esistenziali di struggente tristezza e malinconia, non solo dei due eroi
à rebours,
ma anche delle loro occasionali conoscenze, così come è astuto nel virare nel comico, nello stemperare tutto in una sorta di panica, anzi bacchica, felicità di filmare o di vivere.
(piero gelli)

The Last Station

Dopo quasi cinquant’anni di matrimonio, la Contessa Sofa, devota moglie di Leo Tolstoj, scopre improvvisamente che tutto il suo mondo va gambe all’aria. In nome della sua nuova religione utopica e delle sue idee anarco-cristiane, il grande romanziere russo ha rinunciato al titolo nobiliare e alle sue proprietà per diventare povero, vegetariano e celibe e potrebbe inoltre essere stato convinto da Chertkov, il suo discepolo, a lasciare i diritti dei suoi iconici racconti al popolo russo anziché alla famiglia. Con ogni stratagemma, la donna lotta ferocemente contro la comunità libertaria che si è installata in casa sua per quel che ritiene le appartenga. Allontanata da Tolstoj riuscirà a rivederlo solo in punto di morte, nell’ultima stazione.