Il socio

Benché di sicuro non il miglior lavoro di Sydney Pollack, con il passare del tempo Il socio – tratto dal solito, arzigogolato legal-thriller di John Grisham – acquista spessore e rischia di apparire un buon film. Anzi, sebbene pieno di passaggi narrativi improbabili e di personaggi un po’ troppo sopra le righe, «è» un buon film. E, soprattutto, a risultare sempre meno fantapolitica e sempre più attinente alla realtà, è l’idea centrale del giovane avvocato in carriera che si vede lautamente remunerato da uno studio legale che si occupa delle cause del crimine organizzato. Ovviamente, la sua sarà una carriera irreversibile. Pena: la morte. Sorvolando sugli aspetti sensazionalistici, vanno messi in conto – positivamente – lo spirito anarcoide che spinge il protagonista a guardarsi sia dai gangster che dall’Fbi, la convinzione che per fermare l’apparato criminale occorre innanzitutto arrestare gli avvocati e il postulato, sotteso, che un vistoso benessere implica sempre affari assai loschi. Niente male per una parabola sulla perdita delle certezze e dello spazio privato, confezionata da uno dei grandi intimisti hollywoodiani. Eppoi, come non ammirare l’accoppiata Tom Cruise-Sydney Pollack, che preannuncia l’exploit kubrickiano di Eyes Wide Shut ? Ottima la colonna sonora di Dave Grusin. (anton giulio mancino)

King of New York

Nella sua infausta avventura americana, Reteitalia finì col produrre anche un piccolo gioiello, una prova generale del Ferrara maggiore. Scritto come al solito da Nicholas St. John, realizzato insieme ai fidati collaboratori Bazelli e Delia, una piccola «summa» dello stile e dei temi del regista. Uscito dal carcere, un gelido e perfetto Christopher Walken torna nel giro del grande spaccio per finanziare un ospedale. Ferrara sembra affilare le armi in vista dei suoi capolavori, e l’atmosfera della metropoli – con Walken che guarda da dietro un finestrino – risente ancora di certo Scorsese. Lo spunto è persino troppo scoperto, senza la nera perdizione (e dunque la maggior potenza di riscatto) che sarà del
Cattivo tenente
; ma il contesto è già atono, metallico, postumo. Ed è soprattutto il finale a dare la misura della visione del cineasta newyorkese.
(emiliano morreale)

Il cattivo tenente

In pericolo di vita per un debito di gioco che non riesce a onorare, un poliziotto corrotto, maniaco e vizioso si mette in testa di ritrovare i violentatori di una suora. Il film che rivela Abel Ferrara come «autore». Controverso, a tratti compiaciuto, esplicito. Un film che è stato amato e odiato, il più «ferrariano» dei lavori di Ferrara. Tuttavia, innegabilmente, un’opera di grande potenza. Certo, il maledettismo metropolitano sfiora quasi la maniera, il binomio sesso-violenza è frequentato con compiacimento, ma l’indagine crudele sul corpo di Harvey Keitel è da underground d’altri tempi, e il cattolicesimo forsennato dell’autore è portato a limiti che forse solo il finale di
Blackout
o l’orgia di
Addiction
supereranno. Un finale di sacrificio altissimo e composto, che innalza Ferrara – per chi non lo avesse ancora capito – tra i grandi del cinema contemporaneo.
(emiliano morreale)

Four Rooms

Che cast… e che spreco! Terribile e imbarazzante film a episodi composto da quattro corti, il cui unico motivo di interesse è capire quale sia il peggiore. Ambientato in un hotel di Los Angeles nella notte di Capodanno e tenuto insieme dalla partecipazione di Ted il portiere (Roth). Bruce Willis appare non accreditato nell’ultimo episodio, quello di Tarantino.

Girlfight

Girlfight
, esordio alla regia della sceneggiatrice Karyn Kusama, riproduce stancamente – in versione leggermente aggiornata – i codici e gli stilemi di un «genere» cinematografico che ha già scaricato quasi tutte le sue cartucce: il
boxe-movie
. L’unica differenza, in verità furbescamente orchestrata, sta nell’averne adattato l’inamidata superficie alle forme di una muscolosa ragazzotta di Brooklyn che, insofferente come tutti gli adolescenti, scarica la sua rabbia e le sue frustrazioni allenandosi come boxeur (o boxeuse?).
Tutti gli stereotipi sono al lavoro: padre ubriacone e fallito, madre suicida, fratellino delicato e studioso (in manichea opposizione al temperamento della protagonista), vita difficile nei quartieri popolari di Brooklyn… E anche lo spunto (nessun riscatto verso la gloria tipo
Rocky
) non gode di originalità. Quante figure di falliti di talento ha raccontato la Hollywood anni Settanta?
(dario zonta)