Amarsi può darsi

Davide si ubriaca durante una festa. Il giorno dopo deve presentarsi all’udienza in tribunale per divorziare da Giulia. Il giudice chiama a testimoniare le persone che hanno incrociato e condiviso la vita sentimentale dei due, nella speranza di riuscire a ricostruire i meccanismi della crisi che ha deteriorato il loro matrimonio. Ma l’udienza, ovviamente, si risolve in una catastrofe.
L’ultimo bacio 2
: la vendetta. Ancora annichiliti da Muccino, ecco che Taraglio ci propina l’ennesima lezioncina sui trentenni e le loro pene d’amor perdute. A prescindere dall’assoluta nullità stilistica del regista, nonostante un incipit volutamente straniante
Amarsi può darsi
è l’ennesima dimostrazione che la commedia all’italiana, più che un’eredità, è una nemesi. Incapace di mettere in scena sentimenti, pulsioni, desideri, amori, Taraglio – un po’ cialtronescamente – la butta sul ridere senza avere i numeri per far ridere. Per assurdo Muccino, nella sua sconfinata malafede, ha almeno il pregio di racchiudere in un unico film il fallimento di un’estetica (il cosiddetto cinema medio industriale) e di un progetto ideologico (la famiglia come unica difesa dal mondo esterno). Invece Taraglio, anche se partecipa esattamente dello stesso universo di Muccino, non riesce ad accettare l’idea di essere un Muccino-bis, sfotte persino Bergman e si inventa, nel finale, una pseudofamiglia alternativa benedetta dal Giubileo 2000.

Nelle note del pressbook si legge poi che il prode Taraglio si ispira niente di meno che a Lubitsch e a
Il cielo può attendere
, e che ravvede similitudini tra il suo Davide e Henry van Cleve. Accidenti! Peccato solo che nel suo film non ci sia una battuta di dialogo accettabile che sia una, uno straccio di inquadratura, un attore degno di questo nome…
(giona a. nazzaro)

Piano, solo

Subito dopo aver brillantemente superato gli esami di pianoforte al Conservatorio, Luca Flores si innamora del jazz grazie a un disco di Bud Powell che due musicisti gli fanno ascoltare per convincerlo a suonare con loro. Inizia così una brillante carriera, funestata da un quasi perenne stato di disagio che lo porterà a suicidarsi nel 1995, non ancora quarantenne. Tratto da Il disco del mondo, libro di Walter Veltroni uscito nel 2003.

Stuart Little 2

Stuart è un minuscolo topo parlante che è stato adottato dai Little, una famiglia di umani. È amatissimo dalla madre e dal padre e va d’accordo con il fratellino George, suo compagno di giochi. Nonostante questo, Stuart si sente solo e triste. A ravvivare le sue giornate arriva Margalo, una graziosa uccellina piovuta letteralmente dal cielo. Stuart ignora però che l’affascinante pennuta lavora al servizio di un perfido falco e ha il compito di rubare il prezioso anello della signora Little. Seguito del successo a sorpresa realizzato nel ’99 dallo stesso Rob Minkoff,
Stuart Little 2
riesce nell’impresa di non far rimpiangere il suo pur ottimo predecessore: merito degli autori che, come accadeva nell’episodio precedente, non perdono di vista la personalità e i sentimenti dei protagonisti – siano essi adulti, bambini, topi o uccelli – dando credibilità e, per certi versi, realismo a una vicenda che di realistico avrebbe davvero ben poco. Non viene infatti mai da chiedersi come sia possibile l’interazione tra umani e animali: accade e tanto basta. Il resto della riuscita del film si deve all’ottima cura della confezione, a una costante inventiva visiva e narrativa (non manca la suspense, nonostante nello spettacolare finale a darsi battaglia siano, in fondo, «soltanto» un topo e un falco) e all’ottimo uso degli effetti speciali digitali. Nell’edizione italiana la voce di Stuart Little è di Luca Laurenti (nella versione americana è di Michael J. Fox), quella di Margalo è di Paola Cortellesi (Melanie Griffith).
(andrea tagliacozzo)

Tu la conosci Claudia?

Aldo, Giovanni e Giacomo conducono vite diversissime. Giovanni è metodico e ripetitivo e non comunica facilmente le sue emozioni. Sposato con Claudia, che lo tradisce, si interroga per circa cinque secondi al mese su di sé e la propria vita, giungendo alla conclusione che le cose vanno bene così come sono. Aldo, l’amante di Claudia, è un tassista pasticcione, sempre con la testa tra le nuvole, innamorato della vita e dell’amore, mentre Giacomo, un matrimonio fallito alle spalle, è depresso e in cura da una psicologa, la stessa di Claudia, di cui si innamora. Legati dall’amore per la stessa donna, i tre intraprenderanno un viaggio durante il quale scopriranno che…
Dopo il pasticcio americano de La leggenda di Al, John e Jack, il trio campione d’incassi torna in carreggiata con una commedia delle sue. Gag divertenti, un po’ di sentimento, una protagonista carina e simpatica ma tutt’altro che fatale e il gioco è fatto. Il problema è proprio questo: con la complicità del fido Massimo Venier, Aldo, Giovanni e Giacomo sembrano viaggiare con il pilota automatico. Una scena qualsiasi del loro nuovo film si incastrerebbe alla perfezione in uno qualsiasi dei primi tre lavori del trio. Ciascuno recita il ruolo cui ha abituato il pubblico fin dai tempi di Tre uomini e una gamba e, tanto per non smentire l’identificazione dell’attore con il proprio personaggio, ogni personaggio si chiama proprio come l’attore che lo interpreta. Una volta rassegnati all’assenza di novità sostanziali, il film è assolutamente piacevole, anni luce superiore a Il Paradiso all’improvviso di Leonardo Pieraccioni, campione d’incassi dello scorso Natale, di cui Tu la conosci Claudia? si appresta a prendere il posto. Paola Cortellesi se la cava egregiamente nel ruolo che un tempo sarebbe toccato a Marina Massironi, mentre Marco Messeri, Ottavia Piccolo e Sandra Ceccarelli sono un po’ sacrificati in particine che non gli rendono giustizia. Per farla breve: un film di Natale assolutamente dignitoso, inferiore a Tre uomini e una gamba e Chiedimi se sono felice ma superiore a Così è la vita. (maurizio zoja)

Nessuno mi può giudicare

Trentacinquenne, sposata e con un figlio di nove anni, Alice vive in una bella villetta ai Parioli.

Non le manca niente, tutti vorrebbero fare la sua vita, ma, quando suo marito muore in un incidente e il suo avvocato le spiega che è rimasta sul lastrico, Alice è disperata.

Per mantenere il suo tenore di vita, Alice deve trovare il modo di guadagnare dei soldi e l’unico modo che trova è quello di fare il mestiere più vecchio del mondo: l’escort.

A cavallo della tigre

Guido vive a Milano, ha quarant’anni, una moglie e un monte di debiti. Impiccia, traffica, maneggia, poi conosce una ragazza più giovane, già madre di una bambina. Se ne innamora e chiede soldi a uno strozzino per fare la bella vita con la sua innamorata. Un giorno, messo alle corde dai suoi problemi finanziari, decide di organizzare una rapina nel suo posto di lavoro. Qualcosa va storto, viene arrestato e si deve fare un anno e mezzo in cella. A due settimane dalla scarcerazione viene coinvolto in un’evasione da due delinquenti che hanno bisogno del suo aiuto. La latitanza si trasforma in un lungo viaggio dove, tra pensieri e progetti, scopre qualcosa di sé e degli altri. Questo film Mazzacurati l’ha dedicato alle persone semplici che vivono con difficoltà il nostro tempo. Remake di un film di Luigi Comencini del 1961, scritto da Age e Scarpelli. Una bella pellicola, poetica, malinconica, ma comunque positiva. Ben girata e ben recitata, con un Fabrizio Bentivoglio sempre grandissimo e una Paola Cortellesi che cresce a vista d’occhio. Però (ci deve sempre essere un però) ogni volta che si vede un film di Mazzacurati sembra sempre che manchi qualcosa per arrivare alla perfezione. Ma, forse, nessuno ha intenzione di arrivarci. (andrea amato)

Se fossi in te

Tre personaggi, tre storie differenti che s’incontrano e per caso s’invertono. Un industriale, un dee-jay e un padre di famiglia che aspirano alla vita dell’altro e così vengono accontentati. Citando
Sliding Doors
e altre pellicole incentrate sullo sdoppiamento (da
Un povero ricco
in avanti), Giulio Manfredonia, al suo esordio, riesce a mettere insieme un buon cast (preso in blocco da
Mai dire gol
) e una storia piacevole, raccontata con leggerezza, stile e humour. C’è l’amministratore delegato cattivo e depresso, Bernardo Braschi Lentini (Gioele Dix) della potentissima Braschi e Lentini, c’è Christian il dee-jay (Fabio De Luigi) con il pignoratore mandato dal tribunale che gli porta via moto e oggetti perché è pieno di cambiali non onorate, e c’è Andrea (Emilio Solfrizzi), il padre di famiglia frustrato, con aspirazioni fallite di cabarettista e una professione da contabile. I tre si trovano su una spiaggia, «Se fossi in te…» si dicono. Detto fatto: il ricco diventa padre di famiglia, il dee-jay il ricco e il padre di famiglia il dee-jay. Gli altri non se ne accorgono. E comincia il triplice balletto, ma alla lunga i tre cascheranno negli stessi errori. La personalità non cambia, come la carta d’identità o l’aspetto. La trovata non è originale (il ricco che diventa povero…), ma nel finale ognuno (il padre frustato che ha preso il posto del dee-jay ha messo incinta la farmacista, ma sarà il dee-jay – da sempre innamorato della farmacista – che aveva preso il posto del ricco a crescere la bambina non sua…) resta con la nuova identità in un gruppetto di tre coppie con figli dove tutti sono amici. Solo i tre maschi sanno la verità. Quindi non si torna alla situazione originale. Il cambio resta per sempre. Qualche battuta è buona, regge anche il complicato scambio di identità per una commediola che alla fine lascia di buon umore. Ma niente più.
(andrea amato)

La fisica dell’acqua

Dopo aver perso il padre, durante i suoi primi anni di vita, il piccolo Ale ora vive in tranquillità in una villetta sul lago insieme alla mamma.
Ma all’improvviso arriva Claudio, lo zio, uomo inafferrabile e testardo, deciso a vendere la villetta dove abitano i due.
Il piccolo preso dalla follia, decide di sabotare i freni dell’auto di Claudio, su cui però, di sorpresa, all’indomani salirà anche la mamma. L’auto non risponde ai comandi, e i due hanno un incidente.
Il Commissario di Polizia si prenderà cura del piccolo, ma vuole cercare la verità.

Il posto dell’anima

La sede di Campolaro, Abruzzo, della Carair, multinazionale americana produttrice di pneumatici, comunica l’imminente chiusura e il conseguente licenziamento di tutti gli operai. Cinquecento persone in mezzo alla strada, più un altro migliaio dell’indotto. Quasi tutti gli operai vengono dai paesini montani nelle vicinanze e non si vogliono arrendere. Danno così vita a manifestazioni, occupazioni, presidi, siti internet, tutto per attirare l’attenzione dei media nazionali sul loro problema. Tra tutti tre sono più attivi: Salvatore (Michele Placido), Antonio (Silvio Orlando) e Mario (Claudio Santamaria). Tre generazioni diverse a confronto, ma con gli stessi problemi. Salvatore e Mario hanno moglie e figli, mentre Antonio vive una relazione a distanza con una compaesana, Nina (Paola Cortellesi), che è andata a vivere a Milano. Intrecciate alle vicende sindacali, che a poco a poco acquistano importanza fino ad arrivare al parlamento europeo e poi negli Usa, ci sono le loro storie personali. Mario è preoccupato per il mutuo della casa e così cerca di mettere in piedi una piccola impresa di pasta fresca, deludendo però i compagni di vita e di lotta. Salvatore ha un rapporto conflittuale con il figlio diciottenne, che sembra parlare un’altra lingua. E Antonio sogna di tornare a vivere al suo paese con l’amata Nina. «Meglio morti che disoccupati», questa battuta del film potrebbe essere tranquillamente il sottotitolo della pellicola di Milani. Un film sui perdenti, che lega insieme, con molta bravura, commedia e drammaticità. Un cinema d’altri tempi, ma al passo con la tendenza sociale europea. Molti i punti di contatto con Ken Loach, Laurent Cantet, ma soprattutto con lo spagnolo
I lunedì al sole
di Fernando Leòn de Aranoa. Milani, in alcuni passaggi, spinge l’acceleratore sulle emozioni, scadendo in un paio d’occasioni nella retorica. Ma è un prezzo che si può pagare in un film così completo.
(andrea amato)