Fuoco su di me

Primi mesi del 1815: mentre a Vienna il Congresso approfitta dell’esilio di Napoleone all’Elba, Murat (Zoltàn Ràtòti) cerca di mantenere il Regno di Napoli e il consenso del popolo. Proverà in seguito a ottenere l’unificazione dell’Italia sotto la bandiera di Napoli. Eugenio (Massimiliano Varrese), un giovane di origini partenopee, è rientrato a Napoli dalla Francia, convalescente per una ferita di guerra riportata durante le campagne napoleoniche. Qui si mette in discussione, sostituendo le armi con le lettere e l’orgoglio virile con la scoperta dell’amore, anche attraverso lunghe discussioni con il nonno paterno, il Principe Nicola (Omar Sharif), un nobile partenopeo che sta scrivendo un libro sulla Napoli degli anni di Murat. Ma le ambizioni del re richiederanno al giovane Eugenio di ripresentarsi nell’esercito…

Murat e la Napoli del 1815 attraverso lo sguardo retorico e iperbolico di Lambertini. L’esito dell’atteso film che vede per la prima volta Omar Sharif recitare in italiano (doppia se stesso nella nostra lingua) è semplicemente deludente. La storia dell’ascesa di Murat al Regno di Napoli è presa in ostaggio dalle vicende del giovane Eugenio, giovincello di cartongesso che intende poetare fino all’esasperazione dello spettatore. Il suo ritorno a Napoli diviene l’occasione per una vita nuova, dopo i molti anni passati in Francia e la grave ferita in battaglia che lo ha costretto al ritorno. Ma la vocazione antimilitarista e bucolica del giovane deborda a tutti i livelli e vince la palma per l’elemento più tedioso del film, pure in mezzo a un’agguerritissima concorrenza.

La sceneggiatura, sempre di Lambertini, impicca il personaggio a una quantità di ovvietà didascaliche che hanno più a che fare col fotoromanzo che con il cinema storico. E, senza voler infierire, il giovane e cinematograficamente sconosciuto Massimiliano Varrese fa di tutto per peggiorare le cose, applicando con televisiva diligenza tre o quattro espressioni sovraccariche a qualsiasi situazione la sceneggiatura gli prospetti. Ma la retorica è la stessa della regia, del montaggio, persino degli effetti speciali (quella luna immensa che fa da contrappeso all’espressione assorta di Eugenio). Proprio questi ultimi meritano una menzione: la finestra dello studio di Murat è un caleidoscopio digitale che trasforma il Golfo di Napoli in una galleria degli orrori.

In effetti il film sembra non funzionare già a livello produttivo: pochi mezzi impiegati male. Poi resta la mano pesante di Lambertini, con le sue scorrerie melò in punta di penna prima e macchina da presa poi. Impossibile emozionarsi per le vicende private dei personaggi: l’inverosimiglianza dei dialoghi, la retorica e qualche altro particolare scivoloso sottraggono continuamente al filo della narrazione. Il film funziona meglio nelle sue digressioni storiche, un po’ più coinvolgenti. Ma anche qui si trovano dei buchi: il plurimenzionato popolo di Napoli, per esempio, non compare neanche per sbaglio (mancavano i soldi per le comparse?), quasi come la città stessa. Le stesse trame politiche che fanno da sfondo alle vicende vengono a malapena citate.

Interessante anche se discutibile il cast. Omar Sharif ha un volto splendido, degno anche oggi di altre cause. Questa volta persino lui resta impastoiato nelle battute e nel portamento aulici prescritti dalla sceneggiatura. Così come Sonali Kulkarni, bella star di Bollywood, chiamata a impersonare una Graziella sognante e naive. Meglio Zoltan Ràtòti (Murat) e Maurizio Donadoni (Aymon, il cugino di Eugenio), che emergono fra numerosi comprimari di alterne capacità.

Un film storico che si fa soprattutto dramma sentimentale. Lambertini non riesce a dosare le varie componenti e trasforma il suo lavoro in una fanfara stonata perché sdolcinata e tronfia. Si salvano alcune sequenze storiche, un paio di scene azzeccate (come quella dei fuochi d’artificio) e le musiche. Troppo poco per un film che aveva premesse di grande intensità e bellezza: dalla città stessa, alle vicende storiche, al romanzo incarnato da certi personaggi, che oggi non esistono più.
(stefano plateo)

L’oro di MacKenna

Lo sceriffo MacKenna viene a sapere da un vecchio saggio indiano dell’esistenza di una montagna fatta tutta d’oro. Al diffondersi della notizia, schiere di avventurieri cercano di impossessarsi del tesoro. Primo fra tutti, un terribile e spietato bandito messicano. Il film, originariamente girato in Cinerama, ha un ottimo cast, un buon impianto spettacolare e un’azzeccata colonna sonora composta da Quincy Jones. Troppo poco, comunque, per riscattare una sceneggiatura che sfiora più volte il ridicolo.
(andrea tagliacozzo)

Lawrence d’Arabia

Nel 1926, un tenente dell’esercito britannico arriva al Cairo per tenere sotto controllo la rivolta degli Arabi contro i Turchi. L’inglese si ritrova a guidare i ribelli attraverso il deserto del Nefud per un attacco di sorpresa alla base turca di Akaba. Epico e spettacolare, come molti dei più noti lavori di David Lean, ma tutt’altro che banale nella costruzione del personaggio, affascinante ma ambiguo. Merito anche della sceneggiatura di Robert Bolt e Michael Wilson, tratta in gran parte da I sette pilastri della saggezza, l’autobiografia dello stesso Lawrence. Vincitore di sette premi Oscar: miglior film, regia, montaggio, colonna sonora, fotografia, suono e scenografia.
(andrea tagliacozzo)

Ashanti

Il dottor David Linderby e la bella moglie Anansa, nera della tribù Ashanti, prestano assistenza sanitaria in alcune zona dell’Africa centrale. Quando la donna viene rapita da uno schiavista, che intende venderla a un principe arabo, il medico si mette disperatamente alla sua ricerca. Le uniche cose interessanti del film, diretto con mestiere ma con poca fantasia dal veterano Richard Fleischer, consistono nel prestigioso cast e negli splendidi paesaggi africani.
(andrea tagliacozzo)

Una Rolls-Royce gialla

Dramma ben congengnato di Terence Rattigan che coinvolge i tre proprietari dell’auto sopra citata, con attenzione prestata al lato romantico nella vita dei suddetti; artefatto ma anche ben trattato. Panavision.

Hidalgo – Oceano di Fuoco

1890. Ex cowboy divenuto leggendario per le imprese compiute assieme al suo cavallo Hidalgo, Frank T. Hopkins è caduto in disgrazia. L’occasione per riscattarsi gli viene offerta dagli organizzatori dell’«Oceano di Fuoco«, un’estenuante gara lunga tremila miglia attraverso il terribile deserto arabico, riservata ai migliori cavalli arabi.

Già regista di film di grande successo come
Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi
e
Jurassic Park III,
Joe Johnston ci riprova con una storia di donne, cavalieri, armi e amori interpretata da un Viggo Mortensen che, dopo
Il Signore degli Anelli,
sembra essersi abbonato al ruolo dell’eroe in cerca di riscatto. Buona la sceneggiatura, bella la fotografia e molto ben utilizzati gli effetti speciali. Eppure
Hidalgo
non convince del tutto. Colpa dei troppi abusati cliché presenti in una pellicola così sfacciatamente di cassetta da risultare, a tratti, banale. L’ideale per passare un’ora e mezza abbondante in totale spensieratezza ma chi ama pensare anche al cinema resterà inevitabilmente deluso.
(maurizio zoja)

Funny Girl

Debutto cinematografico premiato con l’Oscar per la Streisand nel ruolo di Fanny Brice, cantante e attrice di varietà la cui infelice vita privata contrasta con la sua esuberanza comica in scena. Come biografia è deludente, ma come musical è di prima categoria, con le belle musiche di Bob Merrill e Jule Styne (People è la canzone del titolo), il memorabile finale sulle trascinanti note di Don’t Rain on My Parade e dei classici della Brice, My Man e Second Hand Rose. Seguito da Funny Lady. Panavision.

C’era una volta

Durante la dominazione spagnola, nel Mezzogiorno d’Italia, il principe Rodrigo s’innamora della bella campagnola Isabella, specialista nella preparazione di gnocchi dai poteri magici. Rosi cambia radicalmente genere rinnovando la favola di Cenerentola, ma senza rinunciare del tutto alla prediletta tematica meridionalista. Il risultato, comunque, è nettamente inferiore alle attese e all’epoca deluse non poco la critica.
(andrea tagliacozzo)

La virtù sdraiata

Da un romanzo di Antonio Leonviola, adattato per il grande schermo da James Salter. Federico (Omar Sharif), un giovane avvocato, rimane colpito dal fascino di Carla (Anouk Aimée), la ragazza di un suo amico. Questi, tempo dopo, avendo avuto la certezza che la donna frequenta di nascosto una casa di appuntamenti, decide di troncare ogni rapporto con lei. Brutto scivolone per Sidney Lumet (regista di
La parola ai giurati, Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani)
alle prese con un film decisamente lontano dalle sue corde.
(andrea tagliacozzo)

La notte dei generali

A Varsavia, durante la seconda guerra mondiale, un maggiore della polizia militare tedesca indaga sull’omicidio di una prostituta. I sospetti dell’ufficiale si rivolgono su tre generali nazisti. Il maggiore viene inaspettatamente trasferito a Parigi dove viene commesso un delitto analogo. Il film è troppo lento. L’intreccio finisce per dipanarsi in modo confuso a scapito della suspense. Peccato per l’ottimo cast.
(andrea tagliacozzo)

La volpe, il lupo e l’oca selvaggia

La protagonista del film, Lavinia Kean, è una specie di James Bond in gonnella. Dopo aver fatto arrestare in Italia il criminale Eddie Bronzi, la nostra eroina riceve l’incarico di indagare sulle presunte attività criminali di un ex pugile. Le idee originali latitano, tutto sa di già visto, ma il film, originariamente pensato per il piccolo schermo, è tutto sommato dignitoso. Lo sceneggiatore Richard Maibaum è un veterano della serie 007.
(andrea tagliacozzo)

Monsieur Ibrahim e il fiori del Corano

Nella Parigi dei ruggenti anni Sessanta e della Nouvelle Vague un bottegaio turco e un ragazzino ebreo trascurato dalla famiglia stringono una delicata e profonda amicizia. Compiuti i sedici anni, il ragazzo decide di regalarsi una notte con una delle prostitute che bazzicano i vicoli intorno a casa sua, spendendo i pochi risparmi conservati nel salvadanaio. Incerto sul da farsi, chiede consiglio all’amico, il quale si dimostra abile nel capire i bisogni di un adolescente desideroso di diventare uomo. In una città che cerca di riprendersi dopo i drammi della guerra, tra ragazzi che ballano il rock&roll per strada e l’arrivo di folgoranti star del cinema, i due cammineranno fianco a fianco superando le differenze di età, cultura e religione.
Tratto dal romanzo omonimo di Eric-Emanuell Schmitt, coautore della sceneggiatura, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano tocca con profondità temi importanti come il rapporto tra genitori e figli e quello dell’incontro/scontro tra culture e religioni diverse. Commedia ironica e leggera con numerose situazioni divertenti (da non perdere la scena in cui Ibrahim sostiene l’esame per ottenere la patente), il film si ispira a ideali di tolleranza ed esprime una solarità tutta mediterranea. Le ambientazioni luminose e calde enfatizzate dalla splendida fotografia di Rémy Chevrin e le colorate scenografie di Katia Wyszkop ne fanno un piccolo gioiello, impreziosito dalla bella interpretazione di Omar Sharif. Premiato a Venezia con il Leone d’Oro alla carriera, il «leone del deserto» si trasforma in un vecchio ironico e umano che dispensa con generosità fiori di antica saggezza coranica. Bravo anche il giovane Pierre Boulanger, capace di emozionare con la sua semplicità. Splendido anche il cameo di Isabelle Adjani, perfetta nel ruolo della diva cinematografica, lunare e abbagliante. Prevedibile il finale, che ha il demerito di banalizzare le emozioni e la spiritualità dei personaggi, anziché enfatizzarle nel momento cruciale della pellicola, che comunque scorre senza intoppi per i tre quarti della sua durata. (emilia de bartolomeis)

Gli scassinatori

Da un romanzo dell’inglese David Goodis. Un gruppo di scassinatori sottrae a un miliardario greco una collezione di diamanti. Un poliziotto corrotto dà loro la caccia con lo scopo d’impossessarsi del bottino. Un divertente poliziesco con inseguimenti, sparatorie e due divi a confronto: Belmondo (il ladro) e Sharif (il poliziotto).
(Andrea Tagliacozzo)