Sulle mie labbra

Una ragazza parzialmente sorda e tenuta in scarsa considerazione che lavora in un ufficio assume un teppista ex carcerato come suo assistente, e diventano complici in un crimine. Questo thriller feticista psicosessuale su un grosso colpo non ha neanche un personaggio piacevole, ma è così pieno di svolte inaspettate e colpi di scena che vi catturerà. Cassel e la Devos sono bravi da paura nel ruolo dei perversi reietti. Audiard è anche co-sceneggiatore. 

Cacciatore di teste

Bruno Davert (Jose Garcia) è un chimico dell’industria cartiera, licenziato a causa di una «ristrutturazione» dall’azienda per la quale ha lavorato per quasi vent’anni. Perso il suo posto di dirigente, sembra che gli sia stata scippata la vita intera: a quarant’anni è difficile ricominciare da zero. Passano tre anni, nel corso dei quali Bruno si presenta a diversi colloqui, sempre senza esito. Le grandi aziende sembrano cercare giovani rampanti capaci di sorridere sempre, con un’immagine perfetta; lui è solo un professionista che sa fare bene il suo lavoro. Senza stipendio è dura mantenere il tenore di vita precedente: è costretto a vendere la sua automobile e la moglie Marlene (Karin Viard) si arrangia facendo piccoli lavoretti. Le preoccupazioni di Bruno aumentano: che futuro potrà dare ai suoi due figli, appena adolescenti, un disoccupato come lui? L’unica soluzione: ricominciare a lavorare. Bruno è disposto a tutto, anche a eliminare fisicamente i potenziali concorrenti. Si tratta di altri manager del suo livello, freschi di licenziamento, un pugno di persone che potrebbero soffiargli un’occasione d’impiego. Così, Bruno si improvvisa serial killer. E inizia la sua personale guerra.

Niente da dichiarare

1 Gennaio 1993 – Nascita della Comunità Europea. Due agenti della dogana, uno belga e l’altro francese, vedono soppresso il loro posto di dogana. Ruben Vandevoorde, “francofobico” da generazioni e doganiere zelante, è costretto a fondare il primo distaccamento della dogana franco-belga. Mathias Ducatel è segretamente innamorato della sorella di Ruben, il quale lo considera il suo peggior nemico. Come riusciranno i due a lavorare insieme?

La promesse

Storia straziante su un adolescente allevato da un padre che sfrutta senza pietà gli immigrati clandestini come loro supposto soccorritore, padrone di casa e datore di lavoro. I problemi cominciano quando il giovane, che ha sempre obbedito incondizionatamente al genitore, fa amicizia con uno di loro. Un film toccante nel suo sguardo asciutto e onesto su un ragazzo di fronte alla svolta morale della sua vita. Molto crudo, ma vero. Scritto dai due registi, all’esordio.

Pelle d’angelo

Una ragazza, Angèle, lascia la sua famiglia e la campagna per andare a lavorare come cameriera in casa di due ricchi borghesi della vicina cittadina. Un giorno incontra in paese Grégoire, un uomo silenzioso e dall’aria tormentata, con cui trascorre la sua prima e unica notte d’amore. Angèle gli offrirà tutto il suo cuore mentre Grégoire troverà nella ragazza solo consolazione dopo la morte della madre per il cui funerale è tornato nel paese d’origine. Lui non vuole più rivedere né la ragazza né la città di provincia in cui ha trascorso la sua infelice infanzia. Il mattino seguente i loro destini si separano ma in entrambi resterà per sempre il segno indelebile di quell’incontro. L’uomo che sino a quel momento aveva vissuto nell’apparente rimozione del suo passato sarà ossessionato dall’immagine di Angèle, mentre la ragazza coltiverà per sempre l’illusione di un amore non corrisposto. Ma alcune coincidenze dettate dal caso li faranno rincontrare.

Protagonista di pellicole come
Cyrano de Bergerac
di Jean-Paul Rappeneau e
Il viaggio di Capitan Fracassa
di Ettore Scola, Vincent Perez debutta alla regia con una storia che sembra ripresa da un romanzo d’appendice, caratterizzata da dialoghi scarni e improbabili. Un film privo di approfondimenti psicologici nei confronti dei personaggi protagonisti, tutti delineati con inquadrature statiche (non a caso Perez è fotografo prima che attore e regista) in alcuni momenti (bisogna ammetterlo) di una certa compiutezza formale. Ma non si sta parlando di fotografia. La pochezza dell’assunto e della messinscena non viene compensata dall’interpretazione del figlio d’arte Guillaume Depardieu, che veste i panni di un Gregoire dalla lacrima facile e del cui tormento non si intuisce la causa e dalla sceneggiatrice e interprete del film nonché compagna nella vita del regista, Karine Silla. Di qualche valore invece il placido ovale e gli occhi senza fondo della debuttante Morgan Moré, cui è affidato il ruolo della protagonista, una ragazza talmente fuori da ogni misura e tempo da risultare davvero poco credibile. La vediamo darsi al primo venuto, svolgere lavori umili senza lamentarsi mai, finire in carcere per un delitto che non ha commesso e infine, una volta scarcerata, scegliere di vivere tra le monache di un convento per coltivarne l’orto. Un ruolo difficile da sostenere proprio per la poca credibilità che lo caratterizza. Valeria Bruni Tedeschi nel cammeo della sensibile avvocatessa lascia una traccia indelebile, come sempre. Ma si tratta di livelli diversi di abilità interpretativa. A chiudere il tutto un finale che vuole essere spiazzante ma che rientra nella logica del precostituito schema romanzesco cui è improntata tutta la pellicola. Permangono forti dubbi sulla natura di tali prodotti che appaiono troppo spesso il risultato di capricci divistici più che il frutto di un’operazione necessaria e basilare nel cinema, la regia.
(emilia de bartolomeis)

Il tempo dei lupi

Giunta nella sua casa di villeggiatura, una famigliola borghese la trova occupata da sconosciuti, che subito uccidono il padre. Per la madre (una Huppert sottotono) e i due figli comincia così un’odissea surreale in una campagna che, colpita da un inspiegabile disastro, sembra ritornata all’anno zero (mancano acqua, cibo, luce e trasporti). Approdati in uno scalo merci abbandonato, che ospita altri «superstiti», i tre sopravvivranno con un’umanità espropriata di sé, nell’attesa collettiva di un fantomatico treno che li porti via.

Dopo una partenza analoga al suo
Funny games
(la serenità familiare spezzata dalla violenza di intrusi), questa volta Haneke sceglie di mirare alto e mettere in scena (si è forse ispirato come metafora e idea di fondo al romanzo
Cecità
di Saramago?) quel che resta dell’uomo in un mondo da «day after». Ma le premesse non vengono sviluppate, perché non basta adottare il punto di vista degli oggetti e della natura indifferente, o descrivere con crudezza l’abbrutimento sociale nel crollo dell’ordine, quando sono in ballo i grandi temi morali e filosofici di simili tragedie. Il rischio è che i personaggi risultino senza spessore e, pur nell’assurdità della storia, senza credibilità. Così il film finisce per sembrare l’osservazione «neutrale» di un esperimento antropologico non riuscito. Lo conferma il finale aperto, spiraglio di speranza per lo spettatore, ma che sa di escamotage, usato dal regista per sbrogliare una matassa che non sapeva più come trattare. Estraniante e solo per volenterosi.

(salvatore vitellino)

Il matrimonio di Lorna

Il sogno di Lorna è quello che l’ha spinta a lasciare l’Albania per andare a lavorare in Belgio, mettere da parte abbastanza soldi e aprire un bar insieme al suo compagno. Il silenzio di Lorna è la sua voglia di emancipazione tradotta nella quotidianità di un immigrato che lavora e paga le tasse ma non è un cittadino, ha un permesso di soggiorno che lascia i progetti nell’incertezza e nel rischio del rimpatrio. Il matrimonio di Lorna è la chiave per accedere ai diritti e al denaro, la scorciatoia per abbracciare subito, a ogni costo, la felicità.

Il figlio

Un carpentiere, Olivier, e il suo futuro garzone, Francis. Ma perché Olivier non lo vuole assumere, chi è e cosa nasconde Francis? Però lo porta con sé nei centri di formazione, a casa, in giro, ma sembra quasi che ne abbia timore. Il mistero viene svelato dopo mezzora quando si scopre che Francis è stato in riformatorio per aver ucciso un bambino, mentre cercava di rubare una macchina. Quel bimbo era il figlio di Olivier. Da quel momento appare chiara la rincorsa-fuga del falegname nei confronti del ragazzo. La perdita del figlio ha completamente sconvolto la vita di Olivier, che ora cerca di ripartire proprio dall’assassino del figlio. Vincitori nel 1999 della Palma d’Oro a Cannes con Rosetta, i Dardenne tornano sul grande schermo con un’opera severa, rigorosa, pienamente nel loro stile, senza troppi fronzoli. Forse un po’ troppo lunghe le digressioni sul lavoro da falegname, curate nei minimi particolari, ma questa è la realtà, l’ambiente e ciò che vivono i protagonisti. Senza capire fino in fondo il lavoro dei personaggi, forse, non si può capire bene la loro psicologia. I rumori di fondo, gli attrezzi e poi la suspense e l’ansia che permea la vita di Francis, mantengono tensione, anche se con un ritmo un po’ blando, fino ai titoli di coda. Un’altra grande prova dei Dardenne. (andrea amato)

L’enfant. Una storia d’amore

Bruno e Sonia, due giovani randagi nella Parigi che vive sotto i ponti, abituati a destreggiarsi tra piccoli furti, borseggi e notti trascorse nei dormitori, hanno un figlio, il piccolo Jimmy. Sonia, a dispetto dei suoi diciott’anni, ha la testa sulla spalle, ma per amore affida completamente la sua vita al compagno. Che invece è un poco di buono, rifiuta le uniche occasioni di lavoro onesto che gli si offrono, preferendo continuare a dirigere, con l’orecchio incollato al cellulare, la baby gang di adolescenti che ha messo insieme. Quando Sonia esce d’ospedale, il suo primo pensiero è come fare un po’ di grana col fantolino.
Forse meno intenso de Il figlio, non coinvolgente come Rosetta, L’enfant – Palma d’oro a Cannes 2005 – mantiene comunque la promessa di alta qualità che ha fatto dei fratelli belgi Dardenne una macchina mangia-premi. Almeno al di qua dell’Atlantico. Troppo antitetico è il loro cinema rispetto ai canoni dei blockbuster Usa e anche il pubblico nostrano, nutrito con gli estrogeni delle megaproduzioni, potrebbe faticare a cogliere il nitore di una regia scabra ma accuratissima, figlia della lunga frequentazione dei suoi autori con il genere documentario. Concentrata nel raccontare – come recita rassicurante (e, almeno in parte, fuorviante) il sottotitolo dell’edizione italiana – una storia d’amore. Che in realtà nasconde un altro lucido e per nulla rassicurante viaggio ai margini di una società che perde i tocchi. Un voyage al termine del quale non esiste uno scontato happy end, ma la possibilità lasciata aperta di un riscatto. Sullo sfondo, una Parigi periferica e randagia, lontana dai compiacimenti grandguignoleschi delle recenti cronache incendiarie delle banlieues. Al punto che nel film non compare neppure un maghrebino (almeno così ci è parso), e non una nota di Raï o di hip hop trapela, neppure fortuitamente, dalle anonime botteghe che costeggiano i boulevard. Forse un limite, forse un non voler indulgere in abusati accenti veristi che avrebbero solo aggiunto dell’inutile rumore di fondo a una storia semplice e forte, centrata su due giovani tenuti insieme solo dall’amore reciproco, gusci di noce abbandonati nel mare in tempesta della vita. Un’opera destinata a rimanere nella memoria, che ci sembra guardare più a Rossellini che a Pasolini. (enzo fragassi)

L’amore nascosto

Danielle è una donna ricoverata in una clinica privata dopo il terzo tentativo di suicidio. Odia sua figlia Sophie, con la quale non è mai riuscita a costruire un rapporto e per questo si è inflitta un silenzio inviolabile, autorelegandosi in un mondo chiuso e sterile, senza reazioni, senza bisogni, senza futuro. La psichiatra che l’ha in cura però non vuole rassegnarsi a perderla e la convince a tentare almeno di mettere per iscritto i suoi pensieri. Tratto dal romazo Madre e ossa di Danielle Girard edito da Baldini Castoldi Dalai editore

Rosetta

Rosetta vive in una roulotte con la madre alcolizzata che si prostituisce. Viene licenziata, ha degli inspiegabili dolori al ventre e anche l’amicizia disinteressata di un coetaneo le diventa insopportabile. Palma d’oro a Cannes, fortemente voluta dal presidente della giuria David Cronenberg, un’opera che a sorpresa rischia di diventare una delle opzioni fondamentali del cinema contemporaneo (oramai si dice «alla Rosetta», e il film è una pietra di paragone per molto cinema di tutto il mondo). La coppia di documentaristi belgi, già autori del bellissimo La promesse, spinge ancor più il naturalismo in direzione di sensibilità bressoniane. Rosetta ha una lucidità estetica e una potenza che ne fanno un manifesto di purezza, la pellicola ideale per chi non si è bevuto la truffa del «Dogma». Dagli sfuggenti movimenti di Rosetta sgorga il sentimento delle cose che non si vedono. Indimenticabili i luoghi, agghiacciante e sublime il non-finale; e inseparabile dal testo del film il corpo dell’attrice Emilie Dequenne. (emiliano morreale)