Salvador

Nel 1980, il giornalista americano Richard Boyle, in crisi con la famiglia e con il lavoro, decide di andare in Salvador, dove crede di trovare vita facile. Ma le cose stanno diversamente: sul posto incalza la guerriglia e la guardia nazionale di estrema destra semina morte e violenza. Teso, vigoroso e concitato, uno dei migliori film di Oliver Stone prima che questi intraprendesse una rapida e preoccupante involuzione, stilistica e di contenuti. Candidato senza fortuna all’Oscar per la sceneggiatura (firmata dallo stesso regista assieme a Richard Boyle) e per il miglior interpretazione maschile (un ottimo James Woods). Stone si rifece vincendo il premio per la miglior regia con l’altro suo film in concorso,
Platoon
.
(andrea tagliacozzo)

Savior

Sincero dramma su un uomo che, dopo una tragedia personale, si unisce alla Legione Straniera e finisce col diventare una fredda macchina da combattimento. Ma quando in Bosnia incontra una donna che sta per partorire, si prende cura di lei e presto si affeziona sia alla madre che al bambino. Quaid è eccezionale. Co-prodotto da Oliver Stone.

World Trade Center

La storia è nota e la fine anche. John McLoughlin e Will Jimeno sono rispettivamente sergente e agente semplice della polizia portuale di New York. Sono persone vere, autentici sopravvissuti, e li si è visti sulle passerelle di Venezia alla presentazione del film. Sono quelli che si definiscono due esemplari dell’americano medio, gente che si alza all’alba e fa un’ora di autostrada per andare al lavoro nella grande mela, che ha tre o quattro figli da mantenere, gente con ordinari problemi di comunicazione col partner, con i suoi sogni e progetti. Quando in una splendida giornata di settembre si scatena il finimondo al World Trade Center, la squadra di McLoughlin finirà nel fiume di poliziotti e vigili del fuoco che accorreranno nel luogo del disastro. Finiranno sepolti dalle macerie del crollo e solo McLoughlin (Nicholas Cage) e Jimeno (Michael Peña) sopravviveranno per più di un giorno finché non saranno individuati da un ex marine imbevuto di patriottismo guerrafondaio andato a New York per aiutare i soccorritori.

La recensione
Questa è la storia, vera, scelta da Stone per narrare la tragedia che ha cambiato la storia degli USA e di tutto il mondo negli ultimi cinque anni. Niente taglio politico stavolta, niente criti

La mano

Un disegnatore di fumetti, in grave crisi coniugale, perde una mano in un incidente d’auto. Ma la mano sembra possedere vita propria ed essere l’autrice di alcuni orribili delitti. Seconda regia di Oliver Stone, qui autore di un film potenzialmente interessante almeno nello spunto, ma piuttosto grossolano nell’esecuzione.
(andrea tagliacozzo)

J.F.K. – Un caso ancora aperto

Stati Uniti, 1963. Il procuratore Jim Garrison, poco convinto delle tesi che vogliono il Presidente Kennedy ucciso da un assassino solitario, l’ex marine Lee Harvey Oswald, apre un’inchiesta per smascherare le fila di un eventuale complotto. Tipico film alla Oliver Stone, impostato come una lunga, appassionata, interminabile requisitoria di tre ore, ricca di dati, supposizioni e, probabilmente, qualche azzardo storico. Si tratta, comunque, della migliore regia del discusso cineasta americano, che riesce a mescolare abilmente le scene del film alle immagini di repertorio (alcune vere, altre ricostruite con la tecnica del documentario) riuscendo a creare un’opera altamente spettacolare, cinematografica, ma allo stesso tempo di un realismo impressionante. Oscar 1991 al montaggio (davvero straordinario) e alla fotografia (di Robert Richardson).
(andrea tagliacozzo)

Wall Street: il denaro non dorme mai

Uscito finalmente di prigione, Gordon Gekko, é intenzionato a tornare a dire la sua nel mondo della finanza e riconciliarsi con la figlia Winnie, che ormai non gli rivolge più la parola. A dargli una mano in questo senso, ci sarà Jacob Moore, un giovane broker fidanzato con Winnie che, in cambio, gli chiede di aiutarlo a scoprire chi ha causato la morte del suo mentore…

Talk Radio

Barry gestisce un «microfono aperto» in una piccola radio locale americana. Abile, grintoso, provocatorio, il giovane difende ogni genere di minoranza etnica e sociale attirandosi le antipatie di alcuni intolleranti. Le numerose minacce di morte non lo spaventano. Film dalla atmosfere claustrofobiche che s’ispira alla vicenda di Alan Berg, il commentatore radiofonico ucciso nel 1984
da un gruppo neonazista. La macchina da presa di Oliver Stone volteggia abilmente intorno a Eric Bogosian senza dare respiro allo spettatore. Scritto dallo stesso Bogosian, da un suo lavoro teatrale. Uno dei miglior film di Stone.
(andrea tagliacozzo)

Wall Street

Bud Fox, giovane e ambizioso agente di borsa, fa di tutto per entrare nelle grazie di Gordon Gekko, affarista senza scrupoli ricco e potente. Per poter lavorare con questi, il giovane non esita a fornirgli informazioni riservate. Oliver Stone descrive l’universo della finanza con un ritmo vertiginoso, fino quasi a stordire lo spettatore con le continue evoluzioni della macchina da presa. La storia, però, è prevedibile e didascalica, e il tono moralistico che emerge soprattutto nel finale è quasi insopportabile. Michael Douglas, nel ruolo del magnate, vinse l’Oscar 1987 come miglior attore protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Platoon

Il giovane Chris, partito volontario per la guerra del Vietnam, è l’attonito testimone di ogni genere di atrocità e degli aspri contrasti tra lo spietato sergente Barnes e il più comprensivo sergente Elias. Una delle migliori pellicole sulla guerra del Vietnam (nonché una delle più riuscite dello stesso Oliver Stone), visionaria e vigorosa, di grande impatto spettacolare, anche se non priva della retorica e degli scivoloni didascalici che, con sempre maggiore evidenza, accompagneranno il regista nei suoi film successivi. Quattro Oscar, tra i quali miglior film, regia, suono e montaggio. In quello stesso anno, Stone aveva ricevuto anche altre due nomination (compresa quella per la sceneggiatura di
Salvador
).
(andrea tagliacozzo)

Alexander

Esce in Italia il kolossal-peplo che Oliver Stone ha dedicato a un grande e mitico personaggio,
Alexander,
ovverosia quell’Alessandro Magno sulle cui scarse fonti storiche e tutte di seconda mano (come I vangeli) si è costruita una secolare esaltante mitologia.

Trattandosi di Oliver Stone, un regista che ha sempre affrontato tematiche politiche contemporanee con grande coraggio e passione, da
Platoon
a
JKF,
mi aspettavo qualcosa di diverso da Cecil De Mille o dal recente
Troy,
e in qualche modo non sono stato deluso dalle quasi tre ore di frenetica visione di sterminate e sanguinose battaglie, serpenti, grida e furori, intrighi familiari e di corte, balletti bizantini-tardo-romantici alla Massenet e amori gay dolcissimi, con annessa scopata etero molto animalesca; e includo anche un sospetto, un accenno di incesto tra la madre Olimpia e il figlio Alessandro.

Si capisce che Stone ci ha messo l’anima, crede a questo suo visionario e outrèe eroe, come se fosse un archetipo molto lontano di altri eponimi di storia americana, altrettanto mitizzata. Intanto la presenza sul set di un importante studioso, Robin Lane Fox – la sua estesa biografia è stata pubblicata da Einaudi, venticinque anni fa ma chi vuole qualcosa di più agile e più vicino a Stone consiglio Pietro Citati – garantisce una ricostruzione più scrupolosa del periodo, per lo meno per quanto concerne scenografie, costumi e annessi vari, e poi perché qualcosa di un’intenzione diversa, più profonda dell’esigenza spettacolare, traspare in questa congestionata e onirica follia del regista. Ed è appunto la sua follia, simile a quella del grande Michael Cimino: Stone ha costruito un’operona, costosa e rischiosa, che rischia di scontentare ogni tipo di pubblico: quello più «ricreativo» e meno «intellettuale», perché si annoia, si sperde nelle troppe ellissi, nelle sparate dittatoriali di Alexander, nei filosofemi di Tolomeo e dell’inserpentata Olimpia, e poi perché forse non gradisce «ancora» un eroe omo o bisex che sia, comunque sempre accompagnato dall’amichetto Efestione.

Ma rischia anche di scontentare l’altro pubblico, «intellettuale o intellettualoide», per una sceneggiatura che, a causa delle troppo scarse notizie storiche, si carica di melodramma verista e certe scene ricordano più
La cena delle beffe
di Sem Benelli che non tragedie elisabettiane. Dunque il meglio del film è tutto sommato nel suo empito visionario epico, dalle due battaglie strabilianti, quella di Gaugamela, in cui viene sconfitto l’esercito persiano e quella disastrosa in India prima del ritorno in Macedonia, a tutte le sequenze di massa, dagli spostamenti dell’esercito alle ricostruzioni ambientali.

Qui Oliver Stone è bravissimo nel suo inquieto inarrestabile muoversi tra primi piani e piani lunghi. Ma bellissimi sono anche alcuni momenti dell’educazione guerresca del fanciullo Alexander e alcune soluzioni finali, come la morte e ciò che precede gli ultimi istanti del protagonista, in cui Stone sembra quasi emulare (forse inconsciamente) Jarry o Vitrac, quindi l’eccesso del teatro dell’assurdo. E questa visionarietà «assurda», a metà strada tra il ciarpame sembenelliano e la genialità surreale, che salva il kolossal dalla sua destinazione irrimediabilmente kolossale. Forse ci voleva un po’ di coraggio in più. Per esempio, altri attori: Colin Farrel, Alexander, inclina il collo a sinistra come raccontano le cronache, ma con un fare troppo vezzoso su una faccia immancabilmente da bamboccio Wasp; idem per l’amico Efestione, ovvero Jared Leto: entrambi sembrano più adatti a una discoteca gay che a epiche imprese; la madre Olimpia, alias Angelina Jolie con labbra rifattissime e quindi molto barbare, sembra piuttosto un’artista da circo pronta per il suo numero di serpenti.

Nella sua volgarità guerresca Val Kilmer, Filippo, padre dell’eroe, mi sembra quello più in parte; irriconoscibile Anthony Hopkins, nel ruolo del vecchio rincoglionito Tolomeo, colui che nella biblioteca di Alessandria racconta la storia a cui ha preso parte da giovane: a lui viene affidato il messaggio ambiguo della leggenda vivente, erede di Achille o fanatico sterminatore e conquistatore, o tutte e due. Meglio lasciar perdere. Del resto le memorie di Tolomeo sono bruciate insieme alle biblioteca.
(piero gelli)

Scarface

Il cubano Tony Montana, sbarcato negli Stati Uniti assieme ad altri profughi, si fa rapidamente strada nell’ambiente criminale americano: prima come guardiaspalle di un boss della droga e poi, eliminato quest’ultimo, in proprio. La sua personalità psicotica finisce per provocarne il declino. Maestoso, debordante e violentissimo rifacimento del classico di Howard Hawks, diretto da un De Palma più barocco e delirante che mai. Il regista dilata i tempi della narrazione e accentua il rapporto incestuoso tra il protagonista e la sorella (interpretata da Mary Elizabeth Mastrantonio), già presente nell’originale ma ovviamente mitigato da Hawks per esigenze di censura. Straordinario Al Pacino, che sembra a tratti completamente in simbiosi con il suo personaggio. Sceneggiato da Oliver Stone (che aveva vinto l’Oscar con il copione di Fuga di mezzanotte). (andrea tagliacozzo)