Calendar Girls

Un tranquillo paese dello Yorkshire, Skipton. Quella fetta di Inghilterra con le pecore, il verde, i muretti a secco e le famigliole con villetta e garage. Qui un gruppo di donne, non giovanissime né bellissime, si riunisce nella locale sezione del Women’s Institute per disquisire ora di broccoli, ora di composta di prugne, ora di lavoro a maglia, ora di fiori secchi… Una di loro, Annie, ha il marito malato. Che muore di leucemia. E mentre le riunioni riprendono, Annie e Chris, la più vivace delle signore e sua amica da una vita, cercano un modo per raccogliere fondi: vogliono comprare un divano per la sala d’attesa dei parenti da regalare all’ospedale. Chris ha un’idea: fare un calendario. Ma non con le foto delle chiese o delle torte, come sempre: con le loro foto. Nude. Comincia l’opera di convincimento delle altre dame ritrose (ma non troppo…), della presidentessa dell’associazione nazionale, dei mariti. Arriva il momento del servizio fotografico. E poi il successo, Hollywood, i giornalisti, i soldi…
Commediola tutta inglese basata su una storia vera (fu il calendario del 2000 che incassò dalle vendite qualcosa come 600 mila sterline) firmata dal regista Nigel Cole (L’erba di Grace). Leggera, divertente solo a tratti, molto scontata. Furbetta quando vuole strappare la lacrimuccia. Il soggetto è tuttavia simpatico: purtroppo, si capisce dove si va a parare dalla prima inquadratura. E lo svolgimento è a volte noioso, soprattutto nella seconda parte, quella hollywoodiana, francamente di troppo. Forse, tra i difetti del film, c’è anche la volontà del regista di mettere troppa carne al fuoco (che c’entra quella scena del figlio che sembra volersi buttare giù dalla roccia?). Presentata come la risposta rosa a Full Monthy, Calendar Girls è comunque molto ben interpretato dalle lady con cellulite, rughe e quant’altro. Che sanno ridere di se stesse, sanno mettere in atto nel loro piccolo una storica rivoluzione, facendosi fotografare nude dietro all’annaffiatoio del giardino o a una tavola imbandita, sedute con il cappello di Babbo Natale intonando Merry Christmas. Ad ogni modo si esce dal cinema di buon umore. È tutto. (d.c.i.)

We Want Sex

Dagenham, 1968. La fabbrica della Ford è il cuore industriale dell’Essex (Inghilterra) e dà lavoro a 55mila operai. Mentre gli uomini lavorano alle automobili nel nuovo dipartimento, 187 donne cuciono i sedili in pelle nell’ala della fabbrica costruita nel 1920, che cade a pezzi corrosa dalla pioggia. Lavorando in condizioni insostenibili, le operaie finiscono per perdere la pazienza quando vengono classificate come “operaie non qualificate”. Con ironia, buon senso e coraggio riescono a farsi ascoltare dai sindacati, dalla comunità locale e dal governo. Rita O’Grady, loquace e battagliera leader del gruppo, diventerà un vero e proprio ostacolo, duro e insuperabile, per il management maschile e troverà sostegno nella deputata Barbara Castle che le consentirà di sfidare anche il Parlamento. Insieme alle colleghe Sandra, Eileen, Brenda, Monica e Connie, Rita guiderà lo sciopero delle 187 operaie addette alle macchine per cucire, ponendo le basi per la legge sulla parità di diritti e di salario tra uomo e donna.