Le vie della violenza

Parker e Lonbaugh, due balordi, rapiscono Robin, una ragazza che ha accettato una gravidanza assistita per conto di Francesca, la donna di Hale Chidduck, un uomo d’affari senza scrupoli in combutta con la mafia. Sulle tracce dei due, Chidduck invia Joe Sarno, un feroce e anziano tirapiedi che chiede aiuto ad Abner, un suo vecchio socio. Intanto Parker e Lonbaugh chiedono il riscatto per Robin e la cosa accende una lampadina nella testa di Obecks e Jeffers, le due guardie del corpo di Chidduck.
Le vie della violenza
è stato ferocemente stroncato da
Variety
a causa della sua brutalità e di una Juliette Lewis incinta che si trascina dolorante per tutto il film. Se Christopher McQuarrie voleva farsi notare, ci è riuscito senz’altro. Noto soprattutto come sceneggiatore de I soliti sospetti, McQuarrie non rinuncia nemmeno in questa occasione a mettere in mostra il suo debole per colpi di scena artefatti e tutti di testa. Per cui ogni personaggio tradisce l’altro e ognuno non è mai ciò che sembra. Certo l’abilità per i dialoghi paradossali è notevole, ma tutto sa di tarantinismo di riporto e fuori tempo massimo (così come le riflessioni metafisiche su Dio, la colpa, il peccato…sulle quali grava l’allegoria mariana del parto in un mondo deturpato dalla violenza….). McQuarrie comunque tenta di dirigere il film senza ricorrere alla sintassi corrente dell’action movie americano, lavorando di tempi morti e attese (cosa che fa molto anni Settanta). In questo senso il pianosequenza che accompagna i preparativi degli uomini di Sarno nella notte, che si conclude con un dolly che si alza e che inquadra Francesca in piedi dietro ai vetri della villa di Chidduck è notevole ma, purtroppo, isolato. Il resto è Peckinpah: tutta il finale è un chiaro omaggio al massacro de
Il mucchio selvaggio
e alla sparatoria nel motel di
Getaway
. Insomma: un film pieno di buone intenzioni ma che si perde lungo la strada dei suoi effetti e artifici. (giona a. nazzaro)

Regole d’onore

William Friedkin è destinato a essere un regista controverso. Dopo essere stato il cineasta più odiato dalla critica di sinistra degli anni Settanta (forse solo Clint Eastwood sì è beccato la stessa quantità di insulti: basta ricordare le accuse di propaganda cattolica rovesciate su
L’esorcista
o quelle di fascismo per
Il braccio violento della legge
), Friedkin, con il declinare dei Seventies e con il cinema americano sempre più anemico, è diventato (inevitabilmente) un autore di culto. In questo senso,
Vivere e morire a Los Angeles
ha sancito la canonizzazione cinefila attesa da molti. Ma i seguenti
L’albero del male
e
Jade
sono stati trascurati dai più.
Regole d’onore
giunge nelle nostre sale quando la crisi in Medio Oriente sembra avviata verso un terribile punto di non ritorno. Friedkin, da straordinario moralista cinematografico qual è, licenzia un film terribile, feroce e visionario, che si offre come la più lucida disamina di una metafisica del Male mai osata dal cinema americano.

Ferocemente reazionario (già, Friedkin è un repubblicano…), decisamente antiarabo (accuse di filosionismo si sono levate durante la proiezione per la stampa),
Regole d’onore
giustappone – secondo un’inesorabile logica fulleriana – mondi in collisione. Riuscendo nel miracolo di non trarre conclusioni politiche dai suoi pregiudizi ideologici, Friedkin realizza, grazie al suo folle nichilismo, una pellicola che mette in luce tutto l’orrore e il prezzo pagato per tenere in piedi il cosiddetto «new world order». Talmente schierato da potersi permettere il lusso di far saltare in aria bambini, donne e anziani, il regista fissa il suo sguardo nell’orrore e non lo ritrae. Il marine interpretato da Samuel L. Jackson non è un esaltato: è un marine, l’americano per eccellenza. Le sue azioni sono il risultato di quella medesima ideologia, che impone il saluto alla bandiera e che stabilisce le «regole d’ingaggio».

Provocatoriamente, Friedkin si schiera con il suo marine e paradossalmente rivela il cuore di tenebra di un’America malata di testosterone patriottico. Non riconoscere che
Regole d’onore
è molto più utile di qualsiasi sciocchezza spielberghiana attualmente in circolazione significa non voler accettare il grado di complessità di un film forte e necessario. Friedkin, infatti, compie l’impresa di realizzare un’opera infinitamente complessa, che ci restituisce alla nostra libertà critica con tutto il peso che comporta il muoversi in quello che non è esattamente il migliore dei mondi possibili. Ma per chi ama i compitini preconfezionati come
I cento passi
e
Salvate il soldato Ryan
, con buoni e cattivi distribuiti secondo i canoni vigenti del politically correct, lo scandalo è garantito.
(giona a. nazzaro)

1 Km. da Wall Street

Wall Street atto secondo. Anni dopo Oliver Stone, anche Ben Younger si premura di informarci sui meccanismi (marci in partenza) del capitalismo Usa. Ma 1 Km. da Wall Street deve i suoi pochissimi momenti di interesse esclusivamente allo straordinario cast che lo popola: e se in questa occasione Giovanni Ribisi non sembra essere al meglio, a calamitare l’attenzione ci pensano un enorme (in tutti i sensi…) Vin Diesel e un incredibile Nicky Katt. Nia Long, invece, basta guardarla, senza contare che è bravissima.
Il problema di fondo di 1 Km. da Wall Street è che, pur aspirando a essere un dramma mametiano (la citazione di Americani…), finisce invece per risolversi in una versione inacidita delle commedie di John Hughes degli anni Ottanta (e non basta certo Ron Rifkin a conferire al tutto un tono da tragedia). Il parallelo, enunciato sui titoli di testa, tra i gangsta del ghetto e i broker rampanti resta solo una scusa per inzeppare la colonna sonora di hip hop. Come si dice, «you missed the point, buddy»… (giona a. nazzaro)