Il peggior allenatore del mondo

Dopo aver guidato i Boston Red Sox in una delle loro peggiori stagioni, Lambeau Fields viene chiamato dal vecchio amico Kenny Wiseman per allenare la scuadra di football dell’Heartland State University di Palinfolk nel Texas. Per l’uomo è una seconda occasione ma per la moglie Barb è l’ennesima scusa di suo marito per non passare del tempo con lei e con la ribelle figlia adolescente Michelle.

Cast Away

Chuck Noland, energico executive in carriera della Federal Express, si ritrova naufrago su un’isola tanto splendida e incontaminata quanto deserta. Considerato morto, Chuck trascorre sull’isola quattro anni prima di ritornare alla civiltà. Sarebbe ingeneroso liquidare Cast Away come il fallimento di un progetto smisuratamente ambizioso. In realtà il film è solcato in profondità da tutte le ossessioni zemeckisiane e in primo luogo dalla riflessione sulle forme e la messinscena spaziale del tempo. Se l’analogia tra Forrest Gump e Chuck Noland è sin troppo scontata, è pur vero che il primo attraversa immobile il farsi della Storia, mentre il secondo – che presume di poter agire il Tempo – come per un contrappasso dantesco si trova a vivere in un loop temporale statico, infinito.
Ovviamente c’entra anche Robinson Crusoe e annessa parabola sull’homo faber (ed è la parte più debole del film). Forzando invece un pochino i termini della questione, si potrebbe infine considerare Cast Away come la seconda parte delle «scene da un matrimonio» zemeckisiane inaugurate da Le verità nascoste. Chuck, infatti, non vive con Kelly quando è con lei (lui insegue il Tempo…), per poi (soprav)vivere di un amore assoluto e assente durante il suo involontario esilio dal mondo. Tutto ciò che di appassionante pulsa in Cast Away è dovuto a questa dimensione coniugale: Zemeckis riesce a mettere in scena la vita di coppia riducendola di fatto all’immaginario di un uomo solo, costretto a non vivere. Non meraviglia quindi che l’apice del film sia proprio il ritorno di Chuck da Kelly, in assoluto una delle vertigini horror più inquietanti del cinema americano degli ultimi anni: Chuck perde tutto e non riconquista nulla. Per essere l’ultimo epigono del capitalismo Usa, si tratta di un bilancio a dir poco fallimentare. In definitiva sorge il sospetto che Cast Away sia la storia di un morto che risorge a una vita nuova suo malgrado e che poi tenti in tutti i modi di trarne una lezione utile. Ma lo sguardo che Hanks rivolge alla macchina da presa non ha nulla di confortante. (giona a. nazzaro)

Nell

La morte di una donna eremita in una cittadina del Sud conduce un dottore nel bosco, dove scopre che la defunta aveva una figlia cresciuta senza alcun contatto col mondo civilizzato: ne resta affascinato, e così pure una scienziata ricercatrice di un’università locale, che vorrebbe “catturarla”. Una premessa intrigante si appiattisce man mano che la storia perde concentrazione e le motivazioni e le relazioni tra i personaggi diventano confuse. La Foster dà un’interpretazione di grande bravura, ma ciò che risulta difficile dimenticare è proprio il fatto che si tratta di un’interpretazione. 

La giuria

La vedova di un uomo assassinato a colpi di pistola affida a un esperto avvocato la causa intentata nei confronti di una casa produttrice di armi, da essa ritenuta responsabile della morte del marito. Per meglio difendersi in tribunale, l’azienda ingaggia un consulente incaricato di studiare i singoli membri della giuria per cercare di influenzarli nel modo più efficace. Ma uno dei giurati è tutt’altro che disinteressato nei confronti dell’esito del processo…

Ennesimo legal-thriller tratto da un romanzo di John Grisham,
La giuria
è il quinto film di Gary Fleder, autore dell’ottimo esordio di
Cosa fare a Denver quando sei morto
e dei trascurabili
Il collezionista, Don’t Say A Word
e
Impostor.
Stavolta ai tradizionali protagonisti delle pellicole ambientate in tribunale (l’avvocato leale, il faccendiere e così via) si affiancano i giurati, coloro che dovranno decidere delle sorti del processo e, inevitabilmente, del finale del film. Anche se nel romanzo di Grisham si parlava di sigarette, il «cattivo» è stato trasformato dagli sceneggiatori in un’azienda produttrice di armi, forse perché una causa intentata contro un gigante del tabacco era già stata raccontata, e molto bene, da
The Insider
di Michael Mann. La sceneggiatura tiene a bada i colpi di scena in maniera efficace e gli attori, a partire da Dustin Hoffman (l’avvocato buono) e Gene Hackman (il consulente cattivo) svolgono il loro compito con mestiere. Purtroppo, come nel caso dei precedenti romanzi di Grisham portati sullo schermo, il film fa rimpiangere il libro e la sua maggiore accuratezza nel descrivere la psicologia dei personaggi. Un film da consigliare solo agli appassionati del genere.
(maurizio zoja)