Con Air

Megafilm megastupido, ambientato a bordo di un aeroplano della polizia pieno di efferati criminali e di una manciata di prigionieri in libertà vigilata: tra questi ultimi c’è Cage, che era stato ingiustamente incarcerato. Una volta che l’aereo è decollato, i cattivi raggirano la sorveglianza e hanno la meglio. Alcuni buoni attori non possono fare di meglio con una sceneggiatura così insulsa, anche se zeppa di esplosioni e numeri acrobatici. Due nomination all’Oscar per il sonoro e la miglior canzone.

Ultra Violet

In seguito a una serie di sperimentazioni genetiche sfuggite di mano, che miravano a creare una schiatta di soldati invincibili, l’umanità risulta decimata. Tra i sopravvissuti vi sono esseri dalle fattezze umane, ma dotati in incredibile velocità, resistenza alla fatica e al dolore e molto intelligenti. Il loro “lato debole” è rappresentato dal fatto che… per sopravvivere devono cibarsi di sangue, come i vampiri. Una di queste creature «ematofaghe», Violet Song (Milla Jovovich) è impegnata nella lotta contro il terribile dittatore Ferdinand Daxus (Nick Chinlund), che per mettere al sicuro il suo potere ha deciso di sterminare gli ematofagi. Violet scopre che la chiave di tutto è il piccolo Six, un bimbo che possiede l’antidoto alla mutazione genetica che crea i superuomini. Se Daxus riuscirà a impossessarsene, sarà la fine per Violet e gli altri

L’ultima alba

Nigeria. Infuria la guerra civile e il tenente di vascello A.K. Waters e la sua squadra vengono incaricati di trarre in salvo Lena Kendricks, un medico americano impegnato in una missione cattolica. La dottoressa si rifiuta di lasciare il villaggio, a meno che i soldati statunitensi non portino con sé anche i suoi abitanti, permettendo loro di raggiungere il confine con il Camerun e scampare alla feroce pulizia etnica messa in atto dai ribelli dopo aver sterminato la famiglia reale. Waters accetta la richiesta della sua connazionale; inizia così una lunga e faticosissima marcia, durante la quale non mancheranno gli scontri con i paramilitari nigeriani. Perché tanto accanimento da parte di questi ultimi nei confronti di un piccolo gruppo di profughi? Presto Waters e i suoi uomini scopriranno che al suo interno si nasconde l’unico sopravvissuto fra i figli del re.

Già regista di
Training Day,
Antoine Fuqua ambienta la sua nuova pellicola in una terra dilaniata dalla guerra civile, dalla pulizia etnica e dai contrasti religiosi. «Volevo fare un film – racconta – che mostrasse che ci sono uomini e donne nel mondo militare che ci danno la possibilità di prendere tranquillamente il nostro caffè la mattina, mentre loro sono da qualche parte a lottare e a morire mentre noi non ne conosciamo neanche i nomi». Questi uomini e queste donne naturalmente sono americani, impegnati a mantenere la pace e pronti a morire a migliaia di chilometri da casa. Chissà se George W. Bush ha visto questo film. Sicuramente gli sarebbe piaciuto, visto che gli ideali espressi dai suoi protagonisti sono gli stessi proclamati dal Presidente americano. Il pubblico italiano invece rimarrà probabilmente deluso da una storia scontata nel suo svolgimento, con un Bruce Willis ormai incapace di scrollarsi di dosso i panni del «duro a morire» e una Monica Bellucci che si ostina a volersi doppiare nonostante risultati tutt’altro che eccelsi.
Salvate il soldato Ryan,
dichiarato modello di riferimento per Fuqua, è lontano anni luce.
(maurizio zoja)

The legend of Zorro

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Seguito de La maschera di Zorro, girato nel ’98 da Martin Campbell (Vertical Limit, 007 Goldeneye e il prossimo episodio della serie, Casino Royale), The legend of Zorro riprende la storia dieci anni dopo il matrimonio tra don Don Alejandro De La Vega (Antonio Banderas) e la bella Elena (Catherine Zeta-Jones). Scopriamo così che nel frattempo è nato e cresciuto un vispo ragazzino, Joaquin (Adrian Alonso), che già mostra innate affinità col padre, di cui però ignora la doppia identità. Sullo sfondo, l’adesione della California all’Unione degli Stati americani. Zorro vorrebbe continuare a difendere gli oppressi almeno fino a che lo storico processo di unione non sarà stato completato; come ogni moglie preoccupata del marito che trascorre troppo tempo lontano dal focolare domestico, Elena vorrebbe invece che lui appendesse definitivamente la maschera al chiodo. La lite che segue sfocia nel divorzio. La bella Elena, tornata libera da impegni coniugali, non tarda a suscitare l’interesse di un aitante aristocratico francese appena arrivato in città, il conte Armand (Rufus Sewell). La situazione si complica quando Zorro scopre che il suo rivale in amore è anche a capo di una pericolosa setta segreta, i Cavalieri d’Aragona, intenzionata a osteggiare con ogni mezzo il processo di adesione della California all’Unione.
Assorbito il travaso di bile per lo sfarzo che trasuda da ogni inquadratura, mestamente messo a confronto con i conti della serva cui sono spesso obbligati i filmaker indigeni più talentuosi, il giudizio su questo Zorro in versione domestica, lacerato tra le gioie borghesi e l’impegno civile, non può che essere a sua volta duplice: 7 per – appunto – la ricchezza dell’apparato scenico, la spettacolarità delle azioni, la recitazione professionalmente ineccepibile dei due protagonisti (lui, tuttavia, segnato da pesanti borse sotto gli occhi, un po’ bolso per tutte quelle acrobazie; lei sempre strizzata in corpetti da togliere il fiato o nascosta da ampie palandrane); non oltre il 5 la storia e il contesto in cui si sviluppa, al servizio della solita retorica dei buoni sentimenti, con i cattivi cattivissimi e i buoni buonissimi, la bandiera americana sempre in primo piano e quell’odore di torta al formaggio che sembra aleggiare in sala anche quando sullo schermo scorrono pazzi inseguimenti e botte da orbi. Del resto, ci aveva già pensato zio Walt (Disney) molti anni fa a purgare il personaggio del vendicatore mascherato creato da Johnston McCulley di tutte le sue sfumature più controverse. Solo una pennellata di sana ironia contribuisce a strappare un definitivo 6 (ma il barattolo di popcorn ve lo dovete pagare a parte). (enzo fragassi)

The Chronicles of Riddick

Riddick
(Vin Diesel)
all’anagrafe Mark Vincent) detenuto pluriricercato e mago delle evasioni, dotato della capacità di vedere anche nel buio, scampa all’agguato di una banda di cacciatori di taglie e finisce sul pianeta Helios. Qui ritrova l’imam
(Keith David)
che aveva salvato nel film precedente (il non banale

Pitch Black).
Prima di scampare a una retata, Riddick incontra Aereon
(Judi Dench),
essere ectoplasmatico
(elementale),
che sollecita il suo aiuto per sconfiggere Lord Marshal
(Colm Feore),
il potente signore dei
necromonger,
una setta di zombie dotata di formidabili poteri che è determinata a cancellare ogni forma di vita non disposta a sottomettersi al suo credo. Lui è infatti uno dei pochi sopravvissuti del popolo dei
furiani,
indomiti guerrieri temuti da Lord Marshal. Ma il criminale dal cuore tenero scopre anche che l’unica persona al mondo che davvero conti qualcosa per lui, Kyra
(Alexa Davalos),
la ragazzina di
Pitch Black
ormai fattasi donna, si trova rinchiusa in una prigione di massima sicurezza su un pianeta il cui nome è tutto un programma:
Crematorion.
È lì che l’eroe si recherà, curando di tornare in tempo per salvare l’umanità o ciò che ne rimane.

D’accordo, da
Star Wars
in poi il genere
fantasy
ha sempre prosperato sulle sage a episodi. La fregatura è che se ti perdi la prima puntata, rischi di non capirci più nulla. Queste
Cronache
non corrono il rischio, perché è assai esile il filo che le lega al precedente
Pitch Black.
Oltre al protagonista, sono solo due i personaggi che fungono da
trait d’union
con il
prequel.
Ma ambientazione e intreccio sono così differenti che presto anche quell’esile filappero si spezza.

Ed è un vero peccato: malgrado lo sfoggio di tecnologie, scenografie, comparse, campi lunghi ed effettacci grafici, la vicenda non riesce infatti a involarsi.
David Twohy,
che aveva diretto con mano sicura l’inquietante ergastolano dallo sguardo che penetra la notte nella lotta contro i terribili vampironi alati di
Pitch Black,
deve qui tenere sotto controllo un budget forse troppo pingue per le sue sole forze. L’ennesima conferma che la
science fiction,
senz’anima e con poche idee, si declassa a videogioco. Lui, Vin Diesel, pare tuttavia non demordere: trilogia aveva da essere e trilogia sarà. Appuntamento sul pianeta Furia, dove il Nostro farà ritorno per cercare di riconciliarsi col suo passato. Non ci struggeremo nell’attesa.

(enzo fragassi)