FBI: Operazione tata

Seguito di Big Mama, pellicola del 2000 di Raja Gosnell, che vede il comico afroamericano Martin Lawrence nei panni dell’agente dell’Fbi Malcolm Turner, il quale dovrà ancora una volta calarsi nei panni di una corpulenta tata per smascherare un pericoloso criminale. Per fugare ogni dubbio sulla sua vera identità, l’agente Turner dovrà però prendersi davvero cura di tre bambini, venendosi a trovare in un sacco di situazioni imbara

1 Km. da Wall Street

Wall Street atto secondo. Anni dopo Oliver Stone, anche Ben Younger si premura di informarci sui meccanismi (marci in partenza) del capitalismo Usa. Ma 1 Km. da Wall Street deve i suoi pochissimi momenti di interesse esclusivamente allo straordinario cast che lo popola: e se in questa occasione Giovanni Ribisi non sembra essere al meglio, a calamitare l’attenzione ci pensano un enorme (in tutti i sensi…) Vin Diesel e un incredibile Nicky Katt. Nia Long, invece, basta guardarla, senza contare che è bravissima.
Il problema di fondo di 1 Km. da Wall Street è che, pur aspirando a essere un dramma mametiano (la citazione di Americani…), finisce invece per risolversi in una versione inacidita delle commedie di John Hughes degli anni Ottanta (e non basta certo Ron Rifkin a conferire al tutto un tono da tragedia). Il parallelo, enunciato sui titoli di testa, tra i gangsta del ghetto e i broker rampanti resta solo una scusa per inzeppare la colonna sonora di hip hop. Come si dice, «you missed the point, buddy»… (giona a. nazzaro)

Made in America

La Goldberg, fieramente orgogliosa e indipendente, è costretta a rivelare alla figlia adolescente che l’ha concepita ricorrendo alla banca dello sperma. Così la figlia scopre che il padre è un venditore d’auto trombone ed è bianco. Film davvero stupido che parte da una premessa intelligente. Le due signore intrappolate nel negozio della Goldberg sono Frances Bergen (la madre di Candice) e la star televisiva degli anni Cinquanta Phyllis Avery.

Alfie

Via via che che il film procedeva il ricordo di quello precedente a sprazzi riaffiorava, e tutto a svantaggio di questo rifacimento. Perchè altro non è, l’attuale Alfie, che un dichiarato remake di quel lontano film di Lewis Gilbert (1966), con uno smaltatissimo Michael Caine e una pimpante e già attempata Shelley Winters (all’epoca 44 anni, portati maluccio).

Oggi i ruoli sono affidati a Susan Sarandon, splendida nella parte di assatanata di carne fresca, e a Jude Law, meno tipico, meno sfaccettato di Caine, un po’ troppo giovanotto-Variety o per dirla con una parola il cui uso oggi appare vomitevolmente esteso, troppo trendy. Come lo sfondo, che sostituisce la Londra tardo-swinging di Gilbert, con una New York splendidamente fotografata ma banalmente pettinata, da spot pubblicitario.

I primi trenta minuti sono terrificanti, per noia e disagio: il viso perfettino di Law, sempre in primo piano, che monologa con la camera e commenta ogni sua mossa, ogni scena, ogni atto, pedissequamente, inesorabilmente, che scopi, che minga o che mangi. Poi, per fortuna, questa monologazione teatrata e asfittica, pur rimanendo uno stilema (una croce) del film, diminuisce e il regista mostra di saper descrivere un ambiente, di saper drammatizzare personaggi e situazioni anche con acri sapori e veleni, come quando il protagonista teme di avere un tumore al pene, oppure quando la tardona (la Sarandon) lo tradisce con uno ancora più giovane di lui.

Al piglio irritante dell’inizio, da verboso play televisivo, si sostituiscono toni più sfumati, più acidi; la commedia diventa di costume. Ma di un costume che sa di vecchio, e che contrasta con la veste così trendy (di nuovo questa parolaccia) che il regista si è imposto, dagli ambienti alla colonna sonora. Perché, per esempio, tutte le ragazze, a parte la tardona, soccombono al fascino di uno squinzio e vengono lasciate o lo lasciano dopo amare disillusioni? Perché non ce ne è una che se lo porti a letto con divertimento, senza tanti pensamenti? E si arriva così all’altro grosso handicap di questo filmetto, così ben girato, così abile e presuntuoso: il suo moralismo e puritanesimo, che è sì una connotazione del cinema americano tipica in anni lontani ma che pensavamo abbandonata dopo il sessantotto (come avviene, per esempio in
Closer).
L’epoca Bush invece sembra stendere la sua ala su tutto, anche sull’ennesima variante di uno stupidello play-boy.
(piero gelli)