Solaris

Lo psicologo Chris Kelvin (George Clooney), che vive in un luogo non meglio precisato del futuro, viene chiamato dal governo per andare su una stazione spaziale a indagare sullo strano comportamento dell’equipaggio. Gli astronauti da tempo hanno interrotto ogni comunicazione con la Terra, non dando più notizie riguardo le esplorazioni sul pianeta Solaris. Kelvin viene convinto da un messaggio del comandante Gibarian, suo amico, che però non gli spiega i motivi di questi comportamenti. Arrivato sulla stazione, lo psicologo scoprirà che il suo amico si è suicidato e i due scienziati superstiti danno chiari segni di squilibrio. Che segreto nasconde questa missione e il pianeta Solaris? Kelvin lo scoprirà a sue spese, riportando a galla una storia d’amore che era finita in maniera drammatica e proprio lì avrà la possibilità di cancellare quel tremendo senso di colpa, evitando di ripetere i suoi errori. Ma si può davvero rivivere il passato e modificarlo? A che prezzo poi?
Solaris
è una storia d’amore, nonostante tutto. Un viaggio dentro se stessi, nella fantascienza di poter tornare indietro per vedere se, con un’altra possibilità, si commettono gli stessi errori. Tratto dall’omonimo romanzo di Stanislaw Lem,
Solaris
approdò sul grande schermo per la prima volta nel 1972, diretto da Andrei Tarkovsky. La coppia Soderbergh-Clooney ritorna al cinema dopo il successo di
Ocean’s Eleven
e lo fa con un film completamente diverso e, se si vuole, più difficile. Ambientato esclusivamente negli interni delle stazione orbitale, il film vive per gran parte del montaggio tra le scene spaziali e i flashback. Due mondi che diventano paralleli, in cui le storie possono essere quasi sovrapponibili. Ottimo Clooney in una parte intensa, abbandonando per una volta quell’aria da guascone hollywoodiano.
(andrea amato)

Pene d’amor perdute

Il divertimento comico di Shakespeare diventa un musical degli anni Trenta. Il Re di Navarra (Nivola) e tre compagni giurano di rinunciare alle donne, giusto il tempo che la figlia del re di Francia (Silverstone) arriva con tre amiche attraenti. I numeri musicali hollywoodiani sono proprio imbarazzanti a volte. Ognuno ce la mette tutta ma solo Lane ne esce illeso. Usa vecchie canzoni di Fred Astaire e Ginger Rogers, ma ricorda più Burt Reynolds e Cybill Shepherd di Finalmente arrivò l’amore. Panavision.

City of Ghosts

Jimmy (Matt Dillon) è indagato negli Usa per una truffa assicurativa e decide così di fuggire alla ricerca del suo capobanda, Marvin (James Caan), con cui è legato da un rapporto particolare. Jimmy arriva così in Thailandia a Bangkok, ma scopre che Marvin è in Cambogia a mettere in piedi uno dei suoi soliti traffici, dopo aver fatto affari con un gruppo di mafiosi russi senza scrupoli. Jimmy è costretto così a seguirlo e a intraprendere un percorso tortuoso in un paese sconosciuto e ostile. Dopo essere stato coinvolto in una brutta storia di imbrogli e assassini, Jimmy trova Marvin, ma anche qualche altro guaio inaspettato… City of Ghosts, che ha segnato il debutto alla regia dell’attore Matt Dillon, è il primo film occidentale girato quasi interamente in Cambogia dai tempi di Lord Jim (1964). Un thriller realizzato in una splendida cornice, con molti personaggi affascinanti. Faccendieri stranieri, avventurieri, ladri, prostitute, alcolizzati, Dillon ci propone uno spaccato squallido, forse un po’ romanzato, ma di grande effetto, soprattutto visivo. Un film che sfiora i temi della redenzione, del rapporto padre figlio, della delinquenza davanti a tutto. Da molti punti di vista una pellicola che tocca corde facili, ma realizzata con molta personalità e stile. Bella e affascinante la fotografia, non banale il montaggio, un film gustoso soprattutto per chi ha visitato la regione indocinese. Il soggetto forse non è dei più originali e anche i colpi di scena risultano un po’ prevedibili, ma nel complesso un film che si lascia vedere. Divertente il personaggio di Depardieu. (andrea amato)

Surviving Picasso

Pablo Picasso usa le donne e poi le getta via, ma una giovane artista azzarda lo stesso una relazione con lui, sicura che questa volta sarà diverso. La McElhone al suo esordio è molto brava nella parte della “vittima” compiacente, ma è la prova carismatica di Hopkins nel ruolo dell’egocentrico artista che ne fa un film da vedere. Bisogna però essere disposti ad accettare la mancanza di accenti europei, nonché l’assenza di vere opere di Picasso.