Domani accadrà

Verso la metà dell’Ottocento, Edo e Lupo, due butteri maremmani, tentano una rapina ma falliscono miseramente e si danno alla fuga. Vagabondano per le campagne della Toscana fino a quando i due arrivano alle porte di uno strano castello. Esordio alla regia di Daniele Lucchetti, non felicissimo, nonostante l’occhio vigile del produttore Nanni Moretti. Interessante, comunque, l’ambientazione della Maremma riletta quasi in chiave western.
(andrea tagliacozzo)

Sogni d’oro

Il regista Michele Apicella sta girando la sua opera seconda: si tratta di
La mamma di Freud
, una biografia comica del padre della psicanalisi. Crisi creative e personali, ma soprattutto sogni e visioni, accompagnano il suo percorso fino alla fine del film, che sarà un fiasco. Il Moretti più narcisista e fastidioso, uno di quelli in cui l’intelligenza e la sincerità non riescono a bilanciare la chiusura, gli sbrodolamenti, i vezzi. Insomma,
Sogni d’oro
è un «secondo film» da manuale (consideriamo infatti
Io sono un autarchico
ed
Ecce bombo
lo stesso lavoro in doppia versione), ne possiede tutti i difetti e le incertezze. Si aggiunga poi che in quegli anni il cinema italiano era un deserto assoluto (e lo sarebbe rimasto fin quasi alla fine del decennio), nel quale lo sbandamento dei cineasti toccava il proprio nadir. Eppure, di questo film azzardato e scombinato, rimangono impressi frammenti proverbiali, pillole di ironia: Moretti che gioca a palla sul minicampo della sua stanza, Moretti-uomo lupo che urla «Perdonami, sono un mostro!», il dibattito televisivo. E poi c’è una Morante agli esordi (ma oggi è più brava e anche più bella).
(emiliano morreale)

Il caimano

Bruno (Silvio Orlando) è un produttore di film di serie Z ormai in disarmo. Durante una rassegna dedicata al genere, una giovane regista (Jasmine Trinca) gli consegna la sceneggiatura de
Il caimano,
film dedicato all’ascesa di Silvio Berlusconi, dagli inizi come costruttore ai processi tuttora in corso. La sceneggiatura parte dalla domanda che molti italiani vorrebbero rivolgere al Presidente del Consiglio: «Cavaliere, dove ha preso i soldi?». La lavorazione del film incontra numerosi ostacoli di carattere economico, perché Bruno non naviga certo nell’oro. Teresa, la regista, vorrebbe che a interpretare Berlusconi fosse Nanni Moretti (se stesso), ma questi rifiuta perché impegnato a girare una commedia e scarsamente convinto dell’utilità di girare un film del genere. «Cosa vuoi raccontare – spiega a Bruno – che gli italiani non sappiano già?». Marco Pulici (Michele Placido) accetta allora di essere lui a impersonare il Presidente del Consiglio ma alla vigilia del primo ciak lascia Bruno e Teresa in braghe di tela. Alla fine a interpretare Berlusconi sarà proprio Nanni Moretti.

L’irresistibile ascesa di Silvio Berlusconi ha preso il via da un ingentissimo finanziamento dalla natura misteriosa ed è proseguita con una «discesa in campo» finalizzata a salvare le sue aziende dal tracollo economico e se stesso da condanne penali più o meno certe. Questo ci racconta
Il caimano,
il nuovo film di Nanni Moretti ma anche il film la cui lavorazione ne occupa buona parte, attraverso l’artificio del «film nel film».

Il regista romano torna ai toni della commedia, abbandonati in occasione de

La stanza del figlio,
per realizzare una pellicola antiberlusconiana ma non faziosa. Le tragicomiche vicende di Bruno, produttore di impedibili film ultratrash come
Mocassini assassini, Il balio asciutto
e
Maciste contro Freud
sono il pretesto per mostrare, anche attraverso immagini di repertorio (rivedere il discorso di insediamento alla presidenza del Parlamento Europeo, durante il quale disse a un parlamentare tedesco che l’avrebbe visto bene nel ruolo di kapò, mette quasi i brividi) chi è l’uomo che per cinque anni ha governato l’Italia e si candida a farlo nuovamente.

La visione di Moretti non è certo imparziale, ma uno dei pregi principali di questo film è il fatto che nessuno dei suoi personaggi esprime giudizi nei confronti di Silvio Berlusconi: il regista sembra voler lasciare quest’onere allo spettatore, mettendolo semplicemente di fronte a fatti la cui veridicità è stata ampiamente appurata e a frasi realmente pronunciate dal premier. La grande sorpresa è costituita dal fatto che è lo stesso Moretti, sia pur per una sola scena (ma è quella finale, la più importante) a vestire i panni di Berlusconi, mentre nelle scene in cui Bruno immagina il «suo» film il ruolo è stato affidato a un somigliantissimo Elio De Capitani.

Il caimano
è un film complesso, in cui si intersecano tre diversi piani narrativi: la storia di Bruno, il film che lui immagina e quello che invece gira. All’interno del primo si ride spesso e volentieri, per il sollievo di chi pensava che dopo
La stanza del figlio
l’era delle commedie morettiane fosse finita per sempre. Il secondo mostra invece il lato più umano ma anche più inquietante di Berlusconi (quello populista, furbetto, imbonitore) spingendo lo spettatore a chiedersi come sia possibile che un personaggio del genere venga democraticamente eletto alla guida dell’Italia. Il terzo piano narrativo, infine, consiste quasi esclusivamente in un finale molto forte, che preferiamo non svelare.

Un film da vedere, perché la vicenda di Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio per cinque anni e candidato a diventarlo di nuovo, riguarda tutti.

Numerosi i cameo e i piccoli ruoli affidati a navigatori di lungo corso del cinema italiano: Giuliano Montaldo, Antonio Catania, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto, Stefano Rulli, Paolo Virzì, Paolo Sorrentino, Carlo Mazzacurati, Matteo Garrone, Renato De Maria e un’irresistibile Tatti Sanguineti nel ruolo del critico Peppe Savonese.
(maurizio zoja)

Caos calmo

Nel corso di un pomeriggio estivo passato in spiaggia assieme al fratello Carlo, Pietro Paladini salva la vita a una donna che sta per annegare. Nello stesso momento sua moglie Lara muore improvvisamente a causa di un ictus. Alla ripresa della scuola, Pietro accompagna la figlia Claudia, dieci anni, fino al portone, decidendo poi di aspettarla fuori fino al termine delle lezioni. La cosa si ripete ogni giorno per diverse settimane, Pietro aspetta che il dolore arrivi, mentre i suoi capi, i colleghi e i parenti vanno da lui per consolarlo, finendo invece per confidargli i propri problemi. Un giorno, nel piccolo parco antistante la scuola di Claudia, arriva la sconosciuta che Pietro ha salvato…

Palombella rossa

In seguito a un incidente stradale, un parlamentare comunista perde la memoria. Durante una partita di pallanuoto alla quale partecipa, tornano ad affiorare nella mente del politico alcuni brandelli della sua vita. Metaforica, criptica e a volte confusa pellicola sulla crisi (d’identità?) che ha investito il PCI e i suoi iscritti verso la fine degli anni Ottanta. Ultimo film di Moretti prima dello stop a cui verrà costretto da una grave malattia. Ne uscirà rigenerato e decisamente più ottimista nella sua visione della vita nel ’94 con lo splendido
Caro diario
. La figlia di Dario Argento, Asia, interpreta la figlia del protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Ecce Bombo

Nanni Moretti interpreta il ruolo di Michele (il suo alter ego cinematografico, già protagonista del precedente
Io sono un autarchico
), un tipico studente universitario alle prese con i problemi di tutti i giorni. Attorno a lui gravitano i genitori, la sorella, gli amici, le ragazze e altri più strani e inquietanti personaggi. Il film, apprezzato dalla critica, portò un po’ d’aria fresca nell’asfittico panorama cinematografico italiano. Lo stile umoristico di Moretti è già maturo, quello registico un po’ meno: la pellicola è infatti strutturata in scene troppo brevi ed episodiche per dare la sensazione di uno spettacolo cinematografico compiuto. Numerose, comunque, le scene d’antologia.
(andrea tagliacozzo)

Il portaborse

Per arrotondare le proprie scarse entrate finanziarie, un professore di liceo accetta di lavorare per un importante Ministro al quale dovrà scrivere i discorsi, gli interventi e le dichiarazioni ufficiali destinate alla stampa. Inizialmente affascinato dal politico, l’insegnante scopre solo in seguito i retroscena e gli intrallazzi che si nascondono dietro a una facciata apparentemente rispettabile. Film schematico e prevedibile nei suoi sviluppi, ma a suo modo coraggioso ed efficace, che alla sua uscita suscitò molte polemiche. Il ritratto del politicante senza scrupoli, magistralmente interpretato da Nanni Moretti, irritò soprattutto quella classe dirigente che di lì a poco verrà spazzata via (anche se non del tutto…) dallo scandalo di Tangentopoli.
(andrea tagliacozzo)

La stanza del figlio

Giovanni, civile e vitale, fa lo psicanalista; Paola, dolce e bella quarantenne, ha una piccola casa editrice; i figli Andrea e Irene vanno al liceo e fanno sport: una bella famiglia. Quando, preceduta da una serie di presagi, nella loro vita irrompe la tragedia con la morte di Andrea in un incidente subacqueo, tutto va in pezzi. Paralizzati dall’enormità del dolore, i tre si richiudono in se stessi: Irene reagisce in modo abnorme sul campo da basket, Paola non riesce a controllarsi al telefono, mentre Giovanni – ormai incapace di un rapporto equilibrato con i pazienti – decide di abbandonare la pratica analitica. Finché arriva Arianna, fidanzatina di Andrea. Un breve viaggio nella notte, l’alba davanti a un altro mare: forse la vita può ricominciare.

È un film spiazzante, quello che ci consegna Nanni Moretti dopo una lunga attesa. E – lo diciamo subito – si tratta di un buon film. Moretti abbandona finalmente i panni del saccente critico sociale e si concentra su qualcosa che gli sta molto a cuore. Nella sua discesa nell’ottusa profondità del dolore toglie quasi tutto l’inessenziale e lavora sui personaggi, che acquisiscono uno spessore finora sconosciuto all’elementare cinema del regista romano. Soli di fronte alla perdita, muti, incapaci di trovare consolazione nella religione o nella scienza, i protagonisti del film soffrono. Immobili, si concedono allo spettatore, che non può evitare di partecipare al loro strazio. Non c’è però confusione: lo sguardo di Moretti rimane quello del moralista, discosto dal mondo che mette in scena. Forse per la prima volta, però, utilizza la giusta distanza analitica per parlare di sé. Delle proprie insufficienze di padre e soprattutto di uomo. È la chiave d’accesso giusta per l’universale, cui il film apertamente aspira e che a tratti consegue.

Una generosità (verso i personaggi prima che verso lo spettatore) nuova e promettente garantisce al film una buona tenuta emotiva: la prima mezz’ora è ottima, e se poi il film rallenta visibilmente la colpa è del Moretti attore, statico e ingombrante. Ed è esattamente questo, oggi, il vero limite del cinema morettiano. Il regista sa di poter contare su un attore dalla gamma espressiva limitata e si sforza di sviluppare passo passo il percorso del personaggio. Ne risultano un eccesso di didascalismo (ogni pensiero ha la sua espressione, ogni sospetto la sua enunciazione, ogni sentimento la sua smorfia) e una certa rigidità narrativa. È sempre stato così, ma se la struttura a blocchi era in fondo funzionale alle strisce unidimensionali del passato, ora – alle prese con una storia più complessa e di fronte ad attori così bravi (tranne Accorsi, come al solito modestissimo) – se ne percepisce tutta l’inadeguatezza. In attesa che Moretti si decida ad affidare a un vero attore le sorti del suo alter ego (e ad articolare maggiormente le scelte musicali: lo stesso pezzo di Brian Eno ripetuto due volte è veramente troppo), questo è il massimo che può raggiungere.
La stanza del figlio
ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes, edizione 2001, come miglior film.
(luca mosso)