Human Nature

Lila è afflitta, sin dalla pubertà, da un disordine ormonale che le provoca un’abbondante crescita di peli su tutto il corpo ed entra quindi nell’età adulta con poche aspettative e un po’ di tristezza. Con prospettive professionali scoraggianti e la sicurezza di non poter trovare un uomo che l’ami, Lila pensa al suicidio, ma, salvata da un topo, decide di andare a vivere a stretto contatto con la natura. Nell’eremo del bosco scrive libri che ottengono enorme successo e, spinta dalla voglia di trovare un uomo, decide di tornare in città. Trova l’amore in uno scienziato comportamentista, ma presto la natura umana riserverà altri colpi di scena. Film d’esordio di Michel Gondry, regista francese di tanti video musicali e spot pubblicitari,
Human Nature
dovrebbe essere una divertente inchiesta sul coacervo di istinti e desideri che ci guidano, seguendo l’interazione tra una scrittrice irsuta in modo anormale, un comportamentista represso, un giovane selvaggio e un’assistente francese. In realtà, nonostante gli sforzi per essere un’esilarante, surreale commedia, risulta essere un polpettone senza senso che strappa il sorriso in un paio di occasioni. Trascinato fino all’inverosimile, senza neppure dare la sensazione che stia succedendo qualcosa di importante. Il cast è di ottimo livello, ma un soggetto delirante e una regia non eccellente sono riusciti ad affossare il talento degli attori.
(andrea amato)

La guerra dei mondi

Ray Ferrier (Tom Cruise), gruista al porto, riceve la vista dei figli Rachel (Dakota Fanning) e Robbie (Justin Chatwin) per il fine settimana. La loro mamma, Mary Ann (Miranda Otto), divorziata da Ray, sta per recarsi a Boston dai genitori con il suo nuovo compagno Tim (David Allan Basche). Intanto, strani «temporali» si verificano un po’ ovunque nel mondo, al termine dei quali tutte le apparecchiature – elettriche o a motore – smettono di funzionare. Un tale evento capita anche nella città dove risiede Ray, ma non è nulla rispetto a quanto accadrà di lì a poco: gli alieni sbucano dalla crosta terrestre a bordo di terrificanti macchine da guerra a tre gambe, lì sepolte milioni di anni prima, e cominciano a distruggere tutto: case, strade. E persone. L’invasione è globale e a nulla paiono servire le armi convenzionali cui ricorre l’esercito per fronteggiarla. Ray e i ragazzi si danno perciò a una precipitosa fuga, con l’obiettivo di ricongiungersi al resto della famiglia.
Eh, sì, E.T. si è proprio incavolato. Steven Spielberg, torna a confrontarsi con il suo genere d’elezione, ma lo fa – sulla soglia dei sessant’anni – gettando sul mondo extraterrestre lo sguardo terrorizzato di chi è ormai abituato a vivere nell’angoscia del dopo 11 settembre. Insieme con l’inadeguatezza del ragazzo-uomo Ray, che non ha mai appreso il mestiere di padre, il regista americano coglie indubbiamente lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi in cui viviamo, smarrendo tuttavia il rendez-vous con il capolavoro. Lento l’inizio, inesistente il finale, i caratteri dei personaggi appena sbozzati, sacrificati (quasi) per intero all’azione, che invece è di prim’ordine, con effetti sonori – prima che visuali – da far rizzare i capelli, capaci di risvegliare dalle viscere dell’inconscio le nostre paure ancestrali.
Unico punto di contatto con l’arcadia aliena raffigurata in E.T., il personaggio della bimba: lì era l’ingenua Drew Barrymore, qui è l’altrettanto brava Dakota Fanning, più o meno la stessa età, ma già rosa dall’ansia patologica, cresciuta prematuramente. Innaturalmente saggia come sono oggi i cuccioli d’uomo. Vince ma non convince Tom Cruise, molto più in palla in Collateral di Mann e L’ultimo samurai di Zwick. I ruoli troppo sfaccettati evidentemente non gli si attagliano. Paradossalmente lascia più il segno Tim Robbins nella breve parte dell’ex guidatore di ambulanze-filosofo, cui gli alieni a tre gambe (o sono due braccia e una gamba?) invadono pure la cantina, dopo avergli incenerito la casa.
Chiudiamo ricordando la genealogia di prim’ordine di questa  Guerra dei mondi spielberghiana:  remake della pellicola del 1953 (girata in piena guerra fredda) di Byron Haskin, tratta a sua volta dal romanzo di H.G. Wells del 1898, oggetto, trent’anni dopo, di una lettura radiofonica da parte di Orson Welles che scatenò il panico tra gli americani (mentre in Europa Hitler prendeva deciso la strada che avrebbe condotto alla guerra). Insomma, born to thrill. (enzo fragassi)

Il Signore degli anelli – Le due torri

La Compagnia è divisa: i due hobbit Frodo e Sam sono in cammino verso Mordor. Incontrano Gollum, che si offre di guidarli verso il Monte Fato. Frodo ha con se l’anello, che inizia a sopraffare la sua volontà, ma per fortuna Sam gli è vicino e l’aiuta contro le tentazioni. Aragorn, l’elfo Legolas e il nano Gìmli incontrano Gandalf, sopravvissuto alla caduta nelle miniere. Insieme vanno a Rohan dal re Thèoden per convincerlo a scendere in guerra contro Saruman. Thèoden invece vuole portare il suo popolo in una fortezza, per aspettare l’attacco degli orchi. Gli altri due hobbit, Merry e Pipino, scappati dagli orchi che li avevano fatti prigionieri, incontrano Barbalbero e gli Ent che li aiuteranno a sferrare un attacco alla fortezza dove vive Saruman. Ci sarà una battaglia imponente tra diecimila orchi e gli elfi, gli uomini di Thèoden, Aragorn, Legolas e Gìmli, salvati alla fine dall’intervento di Gandalf che porterà rinforzi. Il cammino di Frodo e Sam continua così verso il Monte Fato, guidati da Gollum, che ha in mente di tradirli per impossessarsi dell’anello.
Secondo episodio della trilogia dedicata al libro di Tolkien. Stesso cast artistico e tecnico, altre tre ore di film, che seguono le tre de La compagnia dell’anello e precedono le tre finali de Il ritorno del re. Come il primo film, anche Le due torri ha un testo abbastanza fedele a Tolkien, ma, se possibile, le scene di violenza e azione sono ancora più numerose. Il ritmo rimane alto per tutto il tempo e l’imponenza delle scene lascia lo spettatore a bocca aperta. Già campione d’incassi negli Usa, ci si aspetta un ottimo risultato al box office anche in Italia. (andrea amato)

Piovuto dal cielo

Tiepido divertimento per questa commedia sentimental-fantastica in stile Capra, che offre la ribalta alla “gente semplice”. Danny Morgan (Ifans) è un camionista che escogita un’improbabile fuga dalla propria esistenza quotidiana: per gioco aggancia dei palloncini a una sedia a sdraio e comincia a volare per i cieli, lasciandosi soffiare verso un’altra vita e nuovi valori. La Clarke è una scoperta nella parte della fidanzata materialista di Danny. Basato – si dice – su una storia vera.

Ultimi giorni da noi

Un’aspirante scrittrice con figlia adolescente entra in crisi coniugale quando la sorella minore, che non sa dove andare, si trasferisce a casa sua. La regista torna alle proprie radici con questo film interessante anche se non completamente riuscito, che affronta le relazioni coniugali, quelle fra fratelli e quelle fra genitori e figli. Il difetto peggiore è un personaggio principale enigmatico e poco affascinante. Un lavoro maturo, anche se manca della forza emotiva di La mia brillante carriera. Ambientato nella parte più desolata di Sydney, che solitamente non si vede al cinema.

Le verità nascoste

Una donna, reduce da un incidente, vede fantasmi in casa: crede che il suo vicino di casa sia un assassino… Semplice quanto perfetto esercizio di stile costruito sul concetto di suspence, Le verità nascoste di Robert Zemeckis è un implacabile tour de force emotivo. Dietro questa storia di tradimenti inconfessati e omicidi, percorsa e interpretata correttamente da Harrison Ford (qui nella atipica parte del villain, pur sempre dal cuore tenero) e Michelle Pfeiffer, si alimenta un film dalle ricercate atmosfere hitchcockiane, ben esemplificate già dalla colonna sonora in stile Bernard Herrmann realizzata da Alan Silvestri. Ci chiediamo: che cosa cercava Robert Zemeckis, mentre costruiva la struttura di questo film, mentre lo realizzava? La risposta è semplice, forse scontata: il cinema. Ecco una sua dichiarazione: «Cinema e suspence sono fatti l’uno per l’altro. Cioè, ci sono certamente dei libri e degli spettatori teatrali davvero ricchi di suspence, ma penso che niente sia in grado di manipolare il tempo, spazio e tecniche di racconto quanto un film. Ho sempre desiderato mettermi alla prova nella regia di qualcosa di davvero terrificante e misterioso». Una casa di campagna, la cui tonalità di illuminazione varia a seconda della luce che la avvolge, una scena coniugale, alcuni oggetti, una stanza da bagno di un biancore che sfocia nel diafano, alcuni specchi, una collana, una chiave, una treccia di capelli biondi bastano per alimentare il percorso nel terrore macchinato da Zemeckis. Film di fantasmi, rumori, false piste e presenze auratiche (bellissima la sequenza della seduta spiritica), Le verità nascoste ci appare come un film blindato nella sua forma simile a un cristallo, anzi un diamante, difficile da scalfire. Film di pura forma, certo. Ma che affronta a testa alta le critiche di artificiosità, gratuità, che certamente lo toccheranno. Variazioni hitchcockiane: la coppia, e i complessi di colpa… con tutto quello che ne consegue: vertigini, figure circolari, o al limite spiraliformi. Zemeckis chiede un po’ di comprensione. Come nonno Hitch, vuole solo regalarci un pezzo di torta. Ma di altissima qualità. (rinaldo censi)