Segreti e bugie

Una giovane donna di colore e di successo scopre che la sua vera madre è una donna bianca che vive in periferia, alcolizzata e disperata. Palma d’oro a Cannes, è forse il capolavoro di Leigh; certamente è il suo film più costruito, in equilibrio tra ironia e melodramma. Il realismo della costruzione e delle vicende, unito alla precisione millimetrica delle notazioni psicologiche e sociali, apre però improvvisamente a momenti di astrazione, pause narrative, lunghe inquadrature fisse, stilizzazioni che ricordano il Leigh di Naked. Cast di attori strepitoso (in particolare Brenda Blethyn, la madre bianca) e personaggi secondari indimenticabili (la figura del fotografo è magistrale dal punto di vista della funzione narrativa e della credibilità). Uno dei film che resteranno fondamentali per capire l’Europa degli anni ’90.
(emiliano morreale)

La felicità porta fortuna

Poppy è una giovane insegnante in una scuola elementare. Uno spirito libero, aperta e generosa, simpatica e anarchica, ma anche in grado di essere concentrata e responsabile. Ha tempo per tutti e chiunque la incontri si innamora di lei. Ama i bambini a cui insegna e lavora duro. Condivide un appartamento con un’amica, si gode il suo tempo libero, si preoccupa delle sue sorelle più giovani e prende lezioni di flamenco e pedana elastica. Quando inizia le lezioni di guida, la sua maturità e il suo senso dell’umorismo l’aiutano nel rapporto con un istruttore fuori di testa. Anche se si trova a suo agio nel suo status di single, incontra al lavoro un uomo e tra loro scatta qualcosa.

Il segreto di Vera Drake

Nella Londra del 1950, che ha ancora le ossa ammaccate dalla guerra, dove i maschi sono o molto giovani o abbastanza vecchi, perché il conflitto si è portato via le generazioni di mezzo, Vera Drake
(Imelda Staunton)
affronta le difficoltà della vita con sorriso perenne, canticchiando un motivetto mentre accudisce la casa o prepara il pranzo per il marito meccanico Stan
(Phil Davis),
il figlio sarto Sid
(Daniel Mays)
e la figlia un po’ lenta Ethel
(Alex Kelly).
Ma anche quando visita l’anziana madre inferma, porta una parola di conforto ai vicini, lavora come donna delle pulizie nelle case dei ricchi borghesi, collauda lampadine in una fabbrica e… procura aborti clandestini alle donne che non possono permettersi una costosa operazione. Vera fa questo da molto tempo, da prima della guerra, all’oscuro della sua famiglia però, che non capirebbe. Ma proprio nel momento in cui la vita sembra regalarle un briciolo di soddisfazione – il giorno dell’agognato fidanzamento della figlia – la polizia bussa alla sua porta…

Che invidia per questo bel film del regista inglese
Mike Leigh.
Una grande cura nel ricostruire il clima (persino quello atmosferico) dell’Inghilterra anni Cinquanta, un Paese ancora scosso dalla guerra ma orgoglioso di averla vinta, dove le differenze sociali rispecchiano quelle di censo, impedendo alle classi meno agiate di accedere a interventi come l’interruzione di gravidanza. Il personaggio interpretato dalla Staunton (premiata con la Coppa Volpi come miglior attrice alla Mostra del Cinema di Venezia, dove il film ha conquistato il Leone d’Oro) è quello di un’ingenua iperattiva donnina che pratica gli aborti non per profitto – come invece fa, a sua insaputa, l’amica di infanzia che le procura gli appuntamenti – ma solo per «aiutare». Aiutare colore che – come fece lei da giovane – devono un giorno prendere una decisione dolorosa e pericolosa, ma indifferibile.

«Non li puoi amare se non li puoi sfamare», dice a un certo punto il fidanzato di Ethel. E come in un altro suo film,
Topsy-Turvy, Sotto-Sopra,
è in una sola battuta che Leigh – autore anche della sceneggiatura – concentra tutto il senso dell’opera, il dilemma antico e mai sopito tra il bene assoluto e quello relativo, che talvolta può sconfinare nell’illegalità. Come capiterà a Vera, condannata per aver procurato l’aborto di una giovane – una delle tante, centinaia, sottoposte al trattamento con acqua tiepida, sapone e disinfettante che Vera ha imparato a usare dalla mamma – che rischia di morire per un’emorragia. Non sarà tuttavia il carcere la pena più pesante che dovrà subire, bensì l’iniziale riprovazione della sua famiglia, il dolore del marito amato e che la riama sinceramente, il non saper esprimere a parole i motivi del suo agire e infine l’incrinarsi del mito materno nel quale i figli erano cresciuti.

Girato con sobrietà e cura del dettaglio, il film di Leigh, che ci aveva già abituato a ottime indagini sul proletariato urbano britannico

(Segreti e bugie)
richiama l’attenzione su un tema come quello dell’aborto, che è ben lungi dall’aver trovato definitiva collocazione nella gerarchia dei diritti civili, anche in società mature come quella inglese (e non solo inglese). Sul piano della recitazione, il regista sessantunenne si avvale di un cast ben rodato, inserendovi attori che hanno già lavorato con lui in passato. Su tutte prevale l’interpretazione di Imelda Staunton, la cui lunga militanza teatrale (ha vinto ben tre
Oliviers,
il premio teatrale britannico più prestigioso) ci è sembrata però emergere con evidenza un po’ sospetta.

(enzo fragassi)

Another Year

La storia si svolge nell’arco delle quattro stagioni:

Primavera. Gerri, psicologa e moglie felice, e Tom, suo marito geologo, coltivano con amore il loro lotto di terra e con lo stesso affetto si prendono cura anche di Mary, una collega di Gerri che beve troppo e si lamenta della sua disastrosa vita sentimentale. La coppia ha un buon rapporto con Joe, il figlio trentenne che però è insoddisfatto perché tutti i suoi amici si sposano, mentre lui non ha ancora trovato una compagna.

Estate. Da Londra arriva Ken, amico di infanzia di Tom, cresciuto come lui a Derby e arrivato in città per passare un fine settimana con Gerri e Tom. Anche Ken si ubriaca spesso e si lamenta della sua vita disperata e solitaria.

Autunno. Ad aspettare Gerri e Tom di ritorno dall’orto una gradita sorpresa: Joe li attende a casa con la sua nuova compagna, Katie, una consulente del lavoro che conquista subito i due genitori.

Inverno. Joe e i genitori vanno a Derby al funerale della moglie del fratello maggiore di Tom, Ronnie. Il figlio di Ronnie, Carl, arriva tardi al crematorio e ha un atteggiamento aggressivo e ostile. Tornati a casa, Ronnie è molto polemico. Prima fa scappare tutti i presenti dalla veglia funebre, e poi lascia la casa infuriato. Alla fine Gerri e Tom tornano con Ronnie a Londra.

Naked

NAKED, di Mike Leigh. Un’eccezionale, contemporanea, tesa disamina dell’esistenza di un vagabondo di Manchester (Johnny- David Thewlis), che giunge inatteso nell’appartamento di una sua ex e comincia a oltraggiare – ma anche a divertire – chiunque gli capiti a tiro. Oltre a lui farà indesiderata visita in casa Jeremy, un giovane e arrogante yuppie che si presenterà come il proprietario dallo stabile rivelandosi ancora più molesto, arrivando a seviziare una delle due affittuarie, caduta ormai completamente nel panico.

Nel frattempo Johnny vagherà per Londra, usando la sua coltissima logorrea (straordinari in particolare i  dialoghi/monologhi sull’Apocalisse e il postumano) per vomitare sulla mediocrità e stolidità – di volta in volta dimessa, rapace, ingenua – degli abitanti della capitale.

Il ‘loser’ Johnny sembrerebbe esattamente l’opposto speculare dello yuppie Jeremy: l’uno povero, malconcio e spiantato, il secondo alto borghese, ben vestito, di poche e taglienti parole. Ma un regista come Mike Leigh non poteva certo accontentarsi di un dualismo così smaccato e dozzinale, una scelta che sarebbe stata troppo retoricamente ‘liberal’. I due in realtà si somigliano più di quel che sembra: sono outsider, solo che la psicopatologia di Jeremy è accettata perché coperta dal consenso dell’ugualmente bestiale ideologia capitalistica inglese contemporanea. Una vicinanza di caratteri che – come se non bastasse – viene  sottolineata dalle brillanti chiarificanti scelte di montaggio.

Con ‘Naked’ Leigh dirige un’opera indimenticabile (e purtroppo quasi dimenticata, nonostante la recente edizione DVD della Criterion), di chiara ispirazione shakespeariana, capace  di unire alto e basso in una sintesi superiore. Johnny è un personaggio fantastico, che compie lo stesso cammino infernale dei personaggi più crudi di Fassbinder e di Pasolini ma che, a differenza di loro, preferisce la risata sardonica alle scelte tragiche dell’omicidio e del suicidio. E’ un disperato che ha studiato, involontario emblema dei giovani colti e senza futuro di oggi.

Dolce è la vita

Scene di vita quotidiana di una modesta famiglia inglese che abita nella periferia di Londra. Il padre, Andy, fa il cuoco; la moglie, Wendy, è commessa in un negozio di abbigliamento. I due hanno due figlie, Natalie e Nicola: mentre la prima non ha troppi problemi, la seconda, assai turbolenta, è anoressica. Film acuto e graffiante, in linea con il resto della produzione di Mike Leigh. La protagonista, Alison Steadman, è sposata con il regista.
(andrea tagliacozzo)

Ragazze

Due amiche si ritrovano dopo anni, e le immagini di una giornata passata assieme nel presente si confondono con i pezzi di un passato rimosso che torna a incrociare i loro cammini… Non si può dire che ogni cosa funzioni al meglio in questo film che ha più il passo della fiction televisiva (genere in cui Leigh è d’altronde maestro). Apparentemente, sembra una prova minore nel cinema del regista inglese Palma d’oro ‘96 a Cannes con
Segreti e bugie
. La forza di fondo di questo cinema rimane comunque la medesima: adesione e affetto verso i propri interpreti, disincanto rispetto alla vita ma anche capacità di riderci sopra, nonché volontà di superare la fondamentale freddezza dei tipici comportamenti del vivere britannico, troppo spesso irrigidito nella propria formalità. Un cinema che – al contrario di Loach – non ci impone una realtà ma la «cerca», attraverso la sofferenza e lo sforzo dei suoi personaggi e attori. Non per nulla Mike Leigh è il più importante regista inglese vivente.
(michele fadda)