Sunshine

Nel 2057 il Sole, l’astro che riscalda la Terra e vi rende possibile la vita, minaccia di spegnersi per sempre, condannando l’umanità all’estinzione. Otto astronauti vengono lanciati nello spazio con uno strumento che potrebbe salvare la stella e dunque la Terra. Ma il viaggio è pieno di insidie e l’equipaggio perde il collegamento radio. Poi, una serie di accadimenti pone seriamente a rischio tutta la missione…

Memorie di una geisha

Photogallery

Tratto dall’omonimo romanzo di Arthur Golden,
Memorie di una geisha
è il suggestivo affresco di un mondo misterioso visto attraverso gli occhi di una geisha.

Venduta a un
okiya,
una casa di geishe, dalla poverissima famiglia, la piccola Chiyo lavora come serva, cercando di sopravvivere alle angherie della geisha Hatsumomo (Gong Li). Il suo destino cambia improvvisamente quando, quindicenne, riesce a diventare la geisha Sayuri (Ziyi Zhang), grazie all’appoggio e all’influenza della leggendaria Mameha (Michelle Yeoh) che ne fa la sua protetta. Grazie al suo talento e alla sua bellezza, Sayuri ottiene un successo tale da essere scelta come erede dell’okiya, garantendosi così un futuro nell’
hanamachi,
il quartiere che delimita il mondo delle geishe. Un mondo fragile, indissolubilmente legato a rituali, tradizioni e convenzioni improvvisamente stravolti dalla Seconda Guerra Mondiale e dai suoi esiti. Solo una certezza resisterà intatta nel cuore di Sayuri: l’amore e la dedizione per il Presidente, l’uomo che ha ineluttabilmente segnato il suo destino.

Il film, diretto da Robert Marshall, già regista di

Chicago,
vanta un cast d’eccezione: da Ken Watanabe (

L’ultimo Samurai)
a Michelle Yeoh e Ziyi Zhang (entrambe in

La tigre e il dragone)
, senza dimenticare la più famosa delle star orientali, Gong Li, al suo debutto in una produzione americana. La polemica derivata dalla scelta di protagoniste non giapponesi (Gong li e Ziyi Zhang sono cinesi, Michelle Yeoh è di origine malese) e l’accusa di occidentalizzare, semplificando con superficialità, la tradizione giapponese appaiono quantomai sterili.

Lo splendore e le miserie di una geisha, questo il tema centrale del film: né moglie, né prostituta, bensì artista capace di intrattenere uomini importanti. Un destino non scelto ma cui è impossibile sottrarsi. «Dal punto di vista culturale era una delle storie più affascinanti che avessi mai letto» ha dichiarato Steven Spielberg, produttore del film, riferendosi al libro.

Una storia coinvolgente, drammatica e romantica al tempo stesso, interpreti di indiscutibile bravura, abiti e scenografie spettacolari, una fotografia in grado di ricreare sapientemente l’atmosfera pervasa di chiaroscuri che contraddistingue la vita stessa delle geishe: il film ha tutte le carte in regola per incontrare l’apprezzamento del grande pubblico e per far intravedere, se non conoscere, l’anatomia di un mondo che non esiste più, dove l’arte della seduzione si giocava tutta in pochi centimetri di pelle, lasciati intravedere servendo il tè.
(sara dania)

La tigre e il dragone

Durante la dinastia Ching, il maestro d’arti marziali Li Mu-bai affida la sua preziosa spada all’amata Yu Shu-lien. L’arma però viene trafugata e i sospetti di Shu-lien si indirizzano verso la giovane Jen, allieva segreta della criminale Jade Fox, che aspira a seguire la vita dei cavalieri erranti.
La tigre e il dragone
non sarà il miglior film d’arti marziali mai realizzato, ma di certo potrebbe passare alla Storia come la chiave di volta di un genere da troppo tempo sottovalutato, nonché come definitivo atto finale di un pregiudizio che in Occidente – e specialmente negli Usa – ha finora limitato la diffusione su larga scala di pellicole interpretate da attori con gli occhi a mandorla. Comunque lo si giudichi, il film di Ang Lee – clamoroso successo negli Stati Uniti – ha finalmente riportato il cinema d’arti marziali nel suo contesto originario. «Dal creatore dei duelli di
The Matrix
» (Yuen Woo-ping, n.d.r.), recita lo slogan del film. Proprio il film dei fratelli Wachowski aveva dimostrato tutte le potenzialità del genere, contaminato per l’occasione con un’abbondante dose di effetti speciali digitali. A capitalizzare il successo di
The Matrix
sono in seguito arrivati
Romeo deve morire
,
Charlie’s Angels
e, in minima parte,
X-Men
. Ma si è trattato sempre e solo di un saccheggio iconografico di superficie, irrimediabilmente banale. A suo modo,
La tigre e il dragone
restituisce dignità e lignaggio al genere «cinese» per eccellenza, ma piuttosto che guardare ai più recenti wuxia o gong-fu pian di Hong Kong, Lee sembra ispirarsi direttamente alle fonti letterarie di tali film: ciò gli permette di ritrovare – seppur artificialmente – la grazia dei primi capolavori di King Hu, rispetto ai quali i trampolini che consentivano agli interpreti dei vari
Dragon Inn
e
A Touch of Zen
di sfidare la forza di gravità vengono qui sostituiti dai ritrovati della moderna effettistica. In campo cinematografico, il parente più prossimo de
La tigre e il dragone
sembra invece essere
The Sword
, elegantissimo wuxia postmoderno realizzato più di vent’anni fa da Patrick Tam. I due film condividono lo stesso tema della supremazia del singolo nel mondo delle arti marziali, nonché l’oggetto-simbolo di tale contesa, ovvero una spada di pregevole foggia. Sulla base di un intreccio piuttosto elementare, Ang Lee riesce inoltre a fondere le peculiarità del melodramma cinese con la spettacolarità dei combattimenti, confezionati da Yuen Woo-ping con uno stile elegante, fluido e cristallino, aiutato – ma solo in parte – dalla grafica digitale. Il risultato, seppur edulcorato per facilitarne la fruizione a un pubblico occidentale, è decisamente affascinante e, non di rado, una vera delizia per gli occhi.
(andrea tagliacozzo)