Il sesto giorno

Adam Gibson è un uomo come tanti altri, con tanto di famiglia a carico, un passato nell’aeronautica militare, una serie di decorazioni e una piccola società che noleggia elicotteri. Tutto filerebbe liscio se Adam non dovesse improvvisamente fare i conti con un perfetto sosia che si è inserito nella sua vita. Quando scopre che il suo «doppio» altro non è che un clone illegale messo in circolazione da un miliardario senza scrupoli a capo della Replacement Technologies, Gibson torna all’azione che gli è più congeniale, eliminando uno dopo l’altro avversari riproducibili all’infinito. Due Schwarzy al prezzo di uno. Sembrerebbe allettante l’offerta de Il sesto giorno, se un film del genere non l’avessimo già visto troppe volte (
Atto di forza, Terminator e Terminator 2
, solo per citare i film con Schwarzenegger. E naturalmente
Screamers
e
Face/Off
). Peccato che in questa operazione di stanco riciclaggio si sia fatto coinvolgere un regista (e soprattutto ex montatore) un tempo bravo come Roger Spottiswoode (
Sotto tiro
e
Sulle tracce dell’assassino
, ma anche uno dei tanti 007 dell’ultima generazione,
Il domani non muore mai
), che ha evidentemente deciso di dedicarsi al reparto confezioni. Il vero guaio è che Il sesto giorno non lascia a desiderare solo in fatto di originalità, ma anche per quel che concerne il ritmo e la concatenazione degli eventi. Insomma, è noioso, pasticciato e banale.

Il tema della clonazione, qui, è ben lontano dall’insinuare autentiche inquietudini identitarie: serve solo a dare spessore a un banalissimo intrigo avventuroso che in fondo potrebbe persino prescindere dalla fantascienza, dalle preoccupazioni legate alla biogenetica e persino dall’impiego massiccio e sprecato di tecnologia avanzata e computer graphic. Sulla clonazione, dopotutto, continuiamo a preferire
Jurassic Park
e
Mi sdoppio in quattro
, mentre in materia di futuro, nonostante qualche ostentazione colta (il protagonista si chiama Gibson, come il più noto autore di letteratura cyberpunk), occorrerà puntare su formule più austere e – possibilmente – meno movimentate. Magari senza scomodare Philip K. Dick e David Cronenberg. Al pur simpatico Arnold Schwarzenegger, impegnatissimo a riciclarsi, consigliamo invece di usare più il cervello dei muscoli o delle macchine da guerra. Quanto a Spottiswoode…
(anton giulio mancino)

Magic Numbers

Russ Richards (John Travolta), piccola celebrità della televisione locale di Harrisburg in Pennsylvania (legge le previsioni del tempo), ha problemi finanziari per colpa della sua seconda attività: vende motoslitte e quello del 1988 è l’inverno più caldo della storia. Ormai sull’orlo della bancarotta decide di affidarsi a un amico discutibile, che gli propone di truccare le estrazioni del lotto. Per fare questo si deve servire della valletta televisiva, ambiziosa e cinica (Lisa Kudrow). Si innescano una serie di complicazioni che portano la storia fino al surreale, ma alla fine… Dalla stessa regista di C’è post@ per te , Nora Ephron, si poteva correre il rischio di assistere a un altro film assurdo, melenso e noioso. Non che Magic Numbers sia granché, ma almeno non caria i denti come il precedente. Un Travolta forse sfruttato male, ma sempre grandissimo. Due o tre volte si ride molto, per il resto prevedibile e banale. (andrea amato)

Men of Honor-L’onore degli uomini

Il primo capo Billy Sunday è un feroce istruttore di palombari che fuma una pipa regalatagli da MacArthur in persona. Carl Brashear ha un solo sogno: entrare in marina e diventare un primo capo. Sunday, determinato e razzista, non ha alcuna intenzione di aprire il suo corso di addestramento agli afroamericani. Carl, però, è ancora più determinato di lui nel voler perseguire a tutti i costi il suo obiettivo. «I have a dream», diceva il dottor King, e come per incanto la pursuit of happiness si salda, senza colpo ferire, con il sogno dell’integrazione razziale secondo Hollywood. Inevitabilmente il film di Tillman jr. risulta tutto già visto, per cui non si sa bene se stroncarlo a causa della sua prevedibilità o se divertirsi affidandosi alla melodia del déjà vu. Anche se la prima ipotesi sarebbe quella teoricamente preferibile, non si può fare a meno di notare come l’aurea mediocrità d’altri tempi del film (con i suoi ritmi soporiferi e ultradilatati), l’appello a un tranquillo e pacato sdegno civile, l’ecumenismo «cromatico» che mette in ombra l’istituzione al cui interno si combatte cotanta nobile pugna, sembrano contenere in sé gli anticorpi di qualsiasi obiezione critica. Tutto già visto? Quindi tutto potenzialmente da rivedere. C’è qualcosa del segreto stesso dell’artigianato high budget hollywoodiano nella serena banalità di questo film. E perciò ci si arrende: si ripercorrono luoghi noti, ci si commuove dove richiesto, si ride quando previsto. E un po’ ci si sorprende del valore pedagogico che sortisce la colorita espressione «culo nero» che, date le circostanze, viene mondata di qualsiasi intento dispregiativo. «I have a dream», diceva il dottor King. Anche noi.
(giona a. nazzaro)

Criminali da strapazzo

Uno sfigato appena uscito di galera affitta un negozio e vi monta una vendita di ciambelle a mo’ di copertura per svaligiare la banca adiacente attraverso un tunnel. Capita però che la moglie sia così brava a far frittelle da diventare miliardaria, rapidamente e legalmente. Le cose si complicano quando l’ambiziosa signora assume un infido «maestro di buone maniere» per essere accolta in società. La prima mezz’ora segna il ritorno di Allen a un cinema di pura comicità, anche fisica: quello per intenderci di Bananas e Prendi i soldi e scappa (anche se per noi italiani gli echi de I soliti ignoti sono fortissimi). Si ride, e parecchio, senza tanti pensieri. Ma l’idea regge appunto per mezz’ora, dopodiché Allen ci incolla un altro film e cominciano i guai. Perché Allen, grande autore di tragicommedie, se la cava male con la sophisticated comedy, e nel tentare la strada lubitschiana ( Mancia competente ) finisce per limitarsi alla satira – scontata e ripetitiva – dei parvenus. Senza il polo tragico, Allen non sa dare profondità alla frivolezza, e diventa superficiale. Ma in realtà il vero problema del film (meglio, della sua seconda parte) è Hugh Grant, attore sempre mediocrissimo, incapace di rifare decentemente i cicisbei alla Ralph Bellamy. (emiliano morreale)