Scoprendo Forrester

Jamal è un vero genius americano: campioncino di basket (e per questo ricercato da una prestigiosa high school) e promettente letterato in erba. Ma se per il pallone basta il playground sotto casa, il suo talento più autentico e segreto ha bisogno di qualcuno che lo coltivi. L’incontro fatale avviene con una personificazione del mito letterario statunitense: l’appartato e misterioso William Forrester, un po’ Salinger e un po’ Pynchon, che si incarica di impartire le indispensabili lezioni di arte-vita-arte al ragazzo traendone contemporaneamente preziosa energia vitale. C’è proprio tutto: dalla spettacolarizzazione di una professione che, come tante altre, è 95 per cento traspirazione agli stereotipi romantici del letterato, fino alle più viete sciocchezze sulla scrittura. Cos’è allora che ci impedisce di liquidare a cuor leggero questo Scoprendo Forrester ? Non la statura del suo autore, da sempre stretto fra opere d’avanguardia e film alimentari (e che comunque anche in quest’ultimo campo ha fatto decisamente di meglio: Da morire, per esempio), ma piuttosto l’importanza della domanda fondamentale del film: come impedire la devastazione del talento? Si tratta di uno degli imperativi fondamentali per gli educatori che si vogliano sottrarre all’implacabile meccanismo omologatore della scuola. Il film ha il coraggio di porlo al centro della scena con la dovuta franchezza, anche se poi tradisce le aspettative svuotando il rapporto educativo della sua più autentica componente: la passione. Probabilmente limitato nelle sue scelte da imperativi di correttezza politica e dallo statuto machista del divo Connery (anche produttore), Van Sant espunge ogni ambiguità omoerotica dal rapporto fra Jamal e Forrester, finendo per fare afflosciare il film in un mare di parole. E pensare che certi sensualissimi piani del ragazzo facevano decisamente ben sperare… Un’occasione mancata. (luca mosso)

Flashdance

Un’operaia di Pittsburgh sogna di diventare ballerina. Si innamora ricambiata del padrone, ma quello che conta è il sogno. Quando supera un provino tutto cambia… Non un bel film (non lo era neanche allora), ma a suo modo un film-simbolo degli anni Ottanta, con tanto di citazione camp (dieci anni dopo) di Moretti in
Caro diario
. Adrian Lyne rappresenta il peggio dell’estetica pubblicitaria (
Nove settimane e mezzo
, il tremendo
Attrazione fatale
) e l’unica occasione in cui sia riuscito a cavare fuori qualcosa di non banale è
Allucinazione perversa
, curioso thriller onirico sui ricordi del Vietnam. Al posto di Jennifer Beals balla una controfigura (come – pare – anche per lo spogliarello di Kim Basinger nel film successivo), ma che importa?
Flashdance
è una specie di abilissimo
Rocky
al femminile, con un inizio finto-duro (indimenticabili gli occhioni della Beals quando si toglie la maschera da saldatore), una struttura «a Cenerentola» semplice ed efficace, il gran finale con la canzone ruffianissima di Giorgio Moroder.
(emiliano morreale)

Terminal

Viktor Navorski
(Tom Hanks)
giunto all’aeroporto
JFK
di New York, scopre che durante il volo la sua patria, la
Krakozhia,
è stata oggetto di un colpo di stato. Il direttore dell’aeroporto, Frank Dixon
(Stanley Tucci),
constata una «falla» nel Regolamento aeroportuale: Viktor è cittadino di uno Stato che non c’è più. Non può essere detenuto perché non ha compiuto alcun reato, ma non può neppure varcare le porte del terminal, perché il suo passaporto non è più valido. Comincia così la divertente odissea dell’uomo (che non parla che poche parole di inglese) costretto a vivere all’interno della sala arrivi internazionali per oltre nove mesi, fino al prevedibile lieto fine. Durante questo periodo Viktor saprà farsi apprezzare per la sua onestà e bontà d’animo dai dipendenti dello scalo – che provengono dai quattro angoli del mondo – e si innamorerà di una bella hostess, Amelia Warren
(Catherine Zeta-Jones),
vogliosa ma incapace di sciogliere il suo legame con un uomo sposato.

Basato sulla vera storia di un rifugiato iraniano che soggiornò anni nell’aeroporto
Charles De Gaulle
di Parigi in attesa di un visto,
Terminal
segna il passaggio di Steven Spielberg dalle parti della commedia sentimentale. Un genere che non ha mai saputo maneggiare con l’irraggiungibile maestria dimostrata in altri campi, come quello dell’avventura
(Indiana Jones),
della fantasia
(Incontri ravvicinati, E.T., A.I.),
della storia
(Schindler’s List, Amistad, Salvate il soldato Ryan).

Occorre dire che, se non fosse stato diretto dal genio di Cincinnati,
Teminal
avrebbe spuntato un giudizio più benevolo. Tom Hanks – improbabile nella parte dello slavo – rimane un bravo attore e lo dimostra, riuscendo a sostenere l’intera durata della pellicola con la sua mimica e una gestualità appesantita da qualche chiletto di troppo. Zeta-Jones piange piange piange (avrà versato più lacrime lei o Demi Moore in
Ghost?)
Il resto del cast è formato da buoni caratteristi che però non donano alla vicenda quella coralità che avrebbe dovuto alleggerire un po’ il
one man show
di Hanks. Il messaggio sociale, che non manca mai nei film di Spielberg, è scontato, anche se è lodevole l’intento di ambientare la commedia nell’aeroporto probabilmente più sottoposto a vessatorie quanto indispensabili misure di sicurezza del mondo. Un po’ come girare un film di barzellette in un carcere di massima sicurezza. Neppure ci è parso originale il misterioso motivo che spinge il prode Viktor a imbarcarsi nell’assurda vicenda. Non sveliamo nulla per non togliere il gusto a nessuno ma ci si creda sulla parola.

Terminal
è un film divertente che strappa sorrisi ma non ammirazione, Un buon diversivo per trascorrere in serenità qualche quarto d’ora, nulla più. Distante un bel pezzo da
Frank Capra
e il suo cinema dei buoni sentimenti a cui forse è ispirato. Non si può essere maestri in tutto.

(enzo fragassi)