Funny Games

Ann, George e il piccolo Georgie sono in viaggio verso la loro seconda casa, dove passeranno l’estate. I vicini di casa, Fred e Eva, sono già arrivati e si organizzano per vedersi tutti il giorno dopo per una partita di golf. Mentre suo marito e suo figlio sono al lago per sistemare la barca a vela messa recentemente a nuovo, Ann inizia a preparare la cena. All’improvviso si ritrova faccia a faccia con Peter, un ragazzo gentile, ospite dei vicini di casa, venuto a chiedere delle uova. Ann si appresta a dargli le uova ma, tutto a un tratto, esita: come ha fatto Peter a entrare in casa? Le cose prendono rapidamente una strana piega e si precipitano verso un’inaspettata esplosione di violenza.

Storie

Un dedalo di vicende – dal valore che si vorrebbe altamente simbolico – si intrecciano, attraverso l’uso di articolati piani-sequenza, alla ricerca di un «codice sconosciuto» (titolo originale della pellicola). Michael Haneke è un regista che pensa troppo. E verrebbe voglia di aggiungere: troppo e male. Cineasta profondamente normativo, diffida dell’immagine che – come si evince dai precedenti
Benny’s Video e Funny Games
– ritiene fonte di (quasi) ogni male.
Funny Games
, a causa della sua crudeltà e violenza, è stato frainteso per un polemico saggio di messinscena, ma il bluff non è durato molto. Storie rivela, in formato «cinema di qualità all’europea», tutta la pochezza di un autore incapace di fermare e imporre il proprio sguardo sul reale. Infatti ciò che rivela tutta la filmografia di Haneke è la sua distanza – siderale – dal mondo. In
Storie
, per la verità, sembra quasi tentare di svincolarsi dal suo metodo abituale, in cerca di uno smarrimento che potrebbe restituirlo a una condizione di soggettività filmante. Ma il suo aprirsi al caso, di matrice profondamente (e immobilmente) letteraria, rivela purtroppo le articolazioni artritiche del suo pensiero, incapace persino di alimentare il proprio progetto. Il surplus di morale – che tuttavia non si trasforma mai in moralità cinematografica – si trasforma in un’incapacità di vedere, sottolineata ulteriormente dall’evidenza del virtuosistico e inutile dispositivo di riproduzione utilizzato.
(giona a. nazzaro)

Il tempo dei lupi

Giunta nella sua casa di villeggiatura, una famigliola borghese la trova occupata da sconosciuti, che subito uccidono il padre. Per la madre (una Huppert sottotono) e i due figli comincia così un’odissea surreale in una campagna che, colpita da un inspiegabile disastro, sembra ritornata all’anno zero (mancano acqua, cibo, luce e trasporti). Approdati in uno scalo merci abbandonato, che ospita altri «superstiti», i tre sopravvivranno con un’umanità espropriata di sé, nell’attesa collettiva di un fantomatico treno che li porti via.

Dopo una partenza analoga al suo
Funny games
(la serenità familiare spezzata dalla violenza di intrusi), questa volta Haneke sceglie di mirare alto e mettere in scena (si è forse ispirato come metafora e idea di fondo al romanzo
Cecità
di Saramago?) quel che resta dell’uomo in un mondo da «day after». Ma le premesse non vengono sviluppate, perché non basta adottare il punto di vista degli oggetti e della natura indifferente, o descrivere con crudezza l’abbrutimento sociale nel crollo dell’ordine, quando sono in ballo i grandi temi morali e filosofici di simili tragedie. Il rischio è che i personaggi risultino senza spessore e, pur nell’assurdità della storia, senza credibilità. Così il film finisce per sembrare l’osservazione «neutrale» di un esperimento antropologico non riuscito. Lo conferma il finale aperto, spiraglio di speranza per lo spettatore, ma che sa di escamotage, usato dal regista per sbrogliare una matassa che non sapeva più come trattare. Estraniante e solo per volenterosi.

(salvatore vitellino)