Charlotte Gray

Durante la seconda guerra mondiale, una volontaria scozzese accetta di recarsi come spia in Francia… anche per ritrovare il suo amore, un aviatore colpito. Una volta localizzato l’uomo, inizia a comprendere i sentimenti dei combattenti per la Resistenza, soprattutto avvicinandosi a un impetuoso ragazzo. Film interessante, meravigliosamente confezionato ma troppo vago, che pretende di farci considerare attori anglofoni provenienti da ogni parte del mondo come francesi. La Blanchett è incredibilmente brava come al solito. Tratto da un romanzo di Sebastian Faulks.

La diva Julia

Lo schema è quello classico delle
moralities,
lo scontro generazionale e i meccanismi della scalata al successo nell’ambiente teatrale. Nel cinema esiste un capolavoro, la cui referenza è d’obbligo: si tratta di
Eva contro Eva
del 1950, diretto da Joseph L. Mankiewicz: una celebre matura attrice, interpretata da un’indimenticabile Bette Davis, si vede soffiare il ruolo dalla sua giovane e ipocrita segretaria (Ann Baxter). Il film ebbe un tale successo che negli anni Settanta ne fu ricavato un musical,
Applause,
interpretato da Lauren Bacall.

Tutto questo lungo preambolo per affermare che
La diva Julia,
dell’ottimo Istvàn Szabò, segue tutt’altra strada, perché il modello qui è letterario e si rifà fedelmente al romanzo di Somerset Maugham, pubblicato in Inghilterra nel 1935 con il titolo di
Theatre
e, in Italia, nella collezione Medusa della Mondadori, uscì nel 1938 come
Ritratto d’attrice,
ancor oggi rintracciabile in qualche bancarella. Ma non conviene, perché l’Adelphi l’ha ristampato in un’ottima traduzione, oggi anche in edizione economica, col titolo che il film ha ripreso. Maugham conosceva alla perfezione l’ambiente teatrale londinese del suo tempo e, probabilmente quel ritratto di Julia che descrive con tanta finezza psicologica e humour si ispira a un modello reale, così come sono reali i contorni, i personaggi e i luoghi intorno a lei. La moralità, nello scanzonato, acuto ma navigato viveur Maugham, si risolve in un’amabile, per lo meno in questo romanzo, satira del puritanesimo inglese, un retaggio vittoriano-edoardiano, sopportato come una maschera di comodo: tutto è ammesso, purché non faccia scandalo.

Contrariamente al film di Mankiewicz, più duro nel giudicare la società americana, qui trionfano la furbizia e la saggezza/sagacia della maturità: la bella e stagionata Julia, che al culmine del successo teatrale s’innamora perdutamente di un giovane troppo intraprendente, che la tradisce con un’attricetta, riuscirà con un vero e proprio
coup de théâtre
col trionfare dell’infido amante e della squinzia che lui le ha messo tra i piedi. E il divertimento è assicurato, per lo spettatore, grazie anche alla sceneggiatura, calibratissima, di Ronald Harwood, vera forza del film, alle deliziose musiche d’epoca (molto Cole Porter), all’interpretazione magnifica di Annette Bening (cui presta voce italiana Mariangela Melato) e di Jeremy Irons, alla perfetta archeologica ricostruzione ambientale del regista, il quale, senza metterci troppo di suo, segue abilmente la strada ben percorsa da altri: in altre parole, più che di Szabò sembra un film di James Ivory.
(piero gelli)
                                              

Ritorno a Brideshead

Inghilterra, Oxford 1925. Charles Ryder è un aspirante pittore originario di Paddington. Qui conosce il raffinato e trasgressivo Sebastian Flyte figlio di Lord e Lady Marchmain. Il ragazzo viene rapidamente attratto dalla personalità di Sebastian e ne diventa l’amante accettando di essere invitato nella sontuosa dimora di Brideshead. Nel corso di una delle visite conosce Julia, sorella di Sebastian, innamorandosene. La famiglia Marchmain è fortemente cattolica e mentre può sopportare l’eccentricità del figlio non potrà mai ammettere che Julia possa sposare un “non credente” come Charles.

Paris by Night

Una bella signora inglese, moglie di un parlamentare e con un brillante avvenire politico all’interno del partito conservatore, ha una relazione con un giovane industriale parigino. Ricevendo anonime telefonate ricattatorie, sospetta di un vecchio socio ora ridotto in miseria. Metafora virulenta contro gli uomini (e le donne) di Margaret Thatcher. Ma rispetto al precedente lavoro di David Hare,
Il mistero di Wetherby
, il film è a dir poco fiacco e deludente.
(andrea tagliacozzo)

The Good Shepherd – L’ombra del potere

Storia avvincente di un giovane emotivamente represso che a Yale viene reclutato per un lavoro di spionaggio durante la seconda guerra mondiale e che in seguito entrerà nella nascente Central Intelligence Agency, anche se ciò significherà un enorme sacrificio della sua vita famigliare. L’immaginaria sceneggiatura di Eric Roth (basata su fatti reali) spiega parecchie vicende e offre un’ottima prospettiva interna sulla natura dello “spy business”. De Niro usa, con buon successo, Il padrino come forma drammatica. Damon è ottimo nel suo ruolo e circondato da attori ben scelti per ciascuna parte, poco importa se piccola. Eccezionale fotografia di Robert Richardson. Una nomination agli Oscar per la Migliore Scenografia.

Terra di confine – Open Range

Far West, 1882. Nelle sconfinate praterie verdi con le montagne bellissime a far da cornice, tre uomini e un ragazzo vivono la loro vita tra vacche, cavalli e un cagnolino. Vivono nella natura, dove quando piove si annega nel fango e dove quando il cielo è limpido è tutto tempestato di stelle, e lontano il più possibile dalla città. Che poi è una strada sterrata e quattro case con un’altra in costruzione… I quattro sono mandriani. Vanno per conto loro. Randagi. Liberi. Vivono e lasciano vivere. Con una loro onestà di fondo. E la cosa non piace allo sceriffo e ai suoi scagnozzi che si sentono padroni della prateria… Primi sgarri. Pestano uno dei quattro. Poi lo ammazzano e riducono il ragazzino in fin di vita. E allora i due, Boss e Charlie, si scatenano. Vanno in città per fare giustizia…
Kevin Costner interpreta, dirige e produce un film western vecchio stile, con tutti i «pezzi» al posto giusto. I buoni, i cattivi, lo sceriffo, il medico, il barista del saloon, la prigione, la donna del cow-boy. Bello. E divertentissimo. Costner, si sa, ama la natura e i vecchi miti Usa. Qui la natura è garantita, grandi spazi, tanto verde, cavalli che corrono, fiori, tramonti, nuvoloni… Le praterie sono quelle dell’Alberta, in Canada, le montagne sono le Montagne Rocciose a ovest di Calgary, sempre in Canada, luoghi selvaggi e dall’acceso difficilissimo tanto che la produzione del film ha dovutto costruire una strada per poter cominciare le riprese. Il vecchio mito, romantico, è quello del West. Con questi uomini rudi che uccidono nel nome della Giustizia e dell’Onore (ma anche della santa vendetta), con il loro passato misterioso (da nascondere? da rimuovere?), con la loro vita comunque difficile. Ebbene qui quel vecchio West c’è tutto. Kevin Costner, uomo rude (per la verità quasi sempre con un’espressione sola…) con qualche fantasma del passato che ancora lo angustia, e il suo capo Boss, un uomo vecchio, il grande Robert Duvall, giusto, saggio a modo suo, con i piedi per terra e le mani che ben sanno maneggiare pistole e fucili. Con un andamento che, almeno all’inizio, è lento si snodano le vicende dei buoni e dei cattivi parallelamente alla storia d’amore tra il cow-boy e la bella Annette Benning. E grande sceneggiatura: fotogramma dopo fotogramma, i due protagonisti e i loro avversari sciorinano pillole di buon senso, ma anche tanta retorica, tanti luoghi comuni, tante cose che sembrano fuori dal tempo… Ma che divertono assai. Perché, mentre il film scorre, ci si domanda se Costner abbia voluto fare (anche) una parodia della sua vecchia passione… E se non fosse così? (d.c.i.)

Il mistero di Sleepy Hollow

Il mistero di Sleepy Hollow

mame cinema IL MISTERO DI SLEEPY HOLLOW - STASERA IN TV scena
Una scena del film

Diretto dal famoso regista Tim Burton, Il mistero di Sleepy Hollow (1999) è ambientato nel 1799. Il giovane agente di polizia Ichabod Crane (Johhny Depp) viene inviato da New York a un piccolo villaggio di Campagna, Sleepy Hollow. Lì, infatti, sono state uccise tre persone e le loro teste sono scomparse. Lì Ichabod conosce la graziosa Katrina Van Tassel (Christina Ricci), che lo aiuterà nelle indagini. Le autorità del villaggio, inoltre, raccontano all’investigatore la storia del Cavaliere Senza Testa, un mercenario dell’Assia diventato famoso per la sua abilità nel decapitare i nemici. Una volta catturato, anche al Cavaliere è stata mozzata la testa e il suo corpo è stato sepolto nei boschi del villaggio.

Adesso, però, sembra che il Cavaliere sia risorto, tornando a seminare il terrore e a spargere sangue. Ma perché uccide? Che senso hanno questi omicidi? Quali sono i veri scopi dell’assassino? E, soprattutto, esiste un modo per fermarlo?

Curiosità

  • Come nel caso di Edward mani di forbice, Depp fu la prima scelta di Burton per la parte, benché fosse chiesto al regista di esaminare altre opzioni prima di ingaggiarlo. Fu offerto Brad Pitt per il ruolo, mentre Liam Neeson e Daniel Day-Lewis furono presi in considerazione. Burton fu alla fine capace di persuadere lo studio per Depp. Voleva inoltre ingaggiare Christina Ricci per il ruolo di Katrina, perché gli ricordava una romanzesca figlia di Peter Lorre e Bette Davis.
  • Nel ruolo del Cavaliere senza testa Burton scelse Christopher Walken, che già aveva diretto in Batman – Il ritorno. Inoltre, Burton volle nel cast anche Michael Gough che aveva precedentemente lavorato con lui in Batman e in Batman – Il ritorno. Durante il casting di Il Mistero di Sleepy Hollow, Gough era deciso ad andare in pensione, ma Burton lo persuase di unirsi al cast.
  • Christopher LeeMartin Landau (precedentemente vincitore di un Premio Oscar nel film di Tim Burton Ed Wood) e la poi fidanzata di Burton Lisa Marie sono tutti inseriti come cammei.
  • Il cast e lo staff hanno spesso detto che “La sensazione che si aveva camminando per i set di Sleepy Hollow, particolarmente nella città di Lime Tree, era quasi come se stessi camminando all’interno della testa di Burton”.
  • Con un budget stimato in 100 milioni di dollari, il film ha incassato 101 071 502 $ in Nord America e 206 071 502 $ a livello globale.

Harry Potter e il calice di fuoco

Photogallery

Nuovo anno scolastico per
Harry Potter
(Daniel Radcliffe) e quarto capitolo della saga: il maghetto che ha conquistato adulti e bambini, creato dalla penna di
J.K. Rowling,
è cresciuto ed è ormai un adolescente, così come i suoi inseparabili amici, Ron (Rupert Grint) ed Hermione (Emma Watson).

Ad Hogwarts c’è grande eccitazione per il
Torneo Tremaghi
che avrà luogo nella celebre scuola di magia diretta da Albus Silente (Michael Gambon). Non solo: per la competizione saranno ospiti della scuola i concorrenti dell’Istituto Durmstrang e le graziose candidate dell’Accademia di Beuxbatons.
A scegliere il campione di ogni scuola sarà il
Calice di Fuoco
ma tutti sanno che per partecipare è necessario avere compiuto diciassette anni. E invece, dopo aver estratto tre nomi, il Calice di Fuoco consegna anche quello di Harry Potter che si ritrova così catapultato nell’ennesima impresa più grande di lui, circondato dal sospetto e in preda a dolorose fitte alla cicatrice inflittagli da Voldemort (Ralph Finnies), presagio di un Male sempre più vicino.

Harry si ritrova faccia a faccia con un enorme drago sputafuoco; si trasforma in uomo-pesce per affrontare le acque oscure del Lago Nero; finisce sulla prima pagina della Gazzetta del Profeta… A vegliare su di lui, il nuovo professore di «Difesa contro le Arti Oscure», Malocchio Moody (Gary Oldman). Ma non è sufficiente, il clima è troppo cambiato per non turbare Harry profondamente. Imbarazzato dall’attrazione per Cho Chang, respinto da Ron, stupito dell’intesa tra Hermione e Viktor Krum, Harry si sente sempre più solo.

Alla fine, sarà la sua mano a toccare la Coppa Tremaghi, ambito premio del torneo, e non sarà la sola.
Cedric Diggory,
l’altro campione di
Hogwarts, si ritroverà catapultato insieme a Harry in un oscuro viaggio che gli risulterà fatale.

Nonostante la regia affidata a
Mike Newell,
famoso per commedie romantiche come
Quattro matrimoni e un funerale,
il film è pervaso da tinte cupe. É la perdita dell’innocenza legata sì ai primi turbamenti amorosi ma soprattutto all’incontro con il dolore assoluto, con la morte del giovane eroe buono, bello e leale. Un dolore che segna e offusca la vittoria finale del determinato Potter tanto che in Inghilterra il film è stato vietato ai minori di dodici anni non accompagnati. In questo clima dove orrori e paure prevalgono, c’è poco spazio per le magie «quotidiane» che hanno decretato il successo del maghetto. Da segnalare all’inizio del film, l’arrivo spettacolare degli ospiti del torneo, tra carrozze volanti e velieri-sottomarini. Ma, dicevamo, è solo l’inizio del film.
(sara dania)

Amazing Grace

Dramma storico sincero e illuminante su William Wilberforce che, verso la fine del XVIII secolo, impiegò 20 faticosi anni nel tentativo di convincere i suoi colleghi membri del Parlamento a bandire la schiavitù nell’Impero Britannico. L’impressionante passerella di attori dà vigore a questo film di ottima fattura, ma che in qualche modo non raggiunge mai i picchi drammatici che dovrebbe, tenuto conto della natura appassionata del suo protagonista e della nobiltà della sua causa.

Actors

O’Malley, un attore navigato (Michael Caine) e il suo giovane pupillo Tom (Dylan Moran) trascinano stancamente la loro carriera in un teatro
off
di Dublino. Preso dalla disperazione, il primo prende a frequentare un maneggione (Michael Gambon), proprietario di una bettola e padre di una avvenente aspirante attrice (che O’Malley vorrebbe, neppure tanto segretamente, concupire). Dall’amicizia tra l’oste e l’attore scaturisce l’opportunità di fregare un bel po’ di soldi a un misterioso debitore londinese del primo, giocando sul fatto che i due non si sono mai visti prima. O’Malley dovrà però ricorrere alla complicità di Tom, che finirà, tra mille travestimenti, bugie e inseguimenti, per ritrovarsi non ricco ma vivo e soprattutto innamorato della bella figlia dell’oste (Lena Headey). La nipotina di Tom (l’esordiente Abigail Iversen) saprà trarre tutti dall’impiccio e condurli verso il prevedibile lieto fine.

Invidiabile. Invidiabile commedia scritta da Neil Jordan
(In compagnia dei lupi, Mona Lisa, La moglie del soldato, Michael Collins)
e diretta senza meriti particolari da Conor McPherson, questo
Actors.
Invidiabile perché manca nel cinema italico di oggi questo tocco leggero, questo
divertissement
garbato e coinvolgente. E manca ancor di più ora che anche Nino Manfredi se n’è andato, pure lui come Sordi, senza lasciare veri e propri eredi. No, non ci dimentichiamo dei Verdone, dei Salemme, dei Virzì ma ci è troppo presente l’altro modello di commedia all’italiana, quella dei natali sul Nilo, per non invidiare questo cinema fatto di situazioni, ritmo, garbato umorismo. Certo, se non fosse per il sostegno offerto da Michael Caine, sempre più simile al Barolo per la sua capacità di migliorare con il trascorrere degli anni (siamo certi che apprezzerebbe il paragone ma per piacere non andateglielo a dire), il film non meriterebbe particolare menzione. Ma Caine c’è e quindi noi menzioniamo. Invidiabile.

(enzo fragassi)

Le avventure acquatiche di Steve Zissou

Steve Zissou è un leggendario esploratore subacqueo, «vanesio e anche un po’ stronzo» (sono parole sue). Durante la sua ultima missione il suo migliore amico nonché socio di lunga data, Esteban, è stato da divorato da un feroce squalo giaguaro. Nell’ambiente si mormora che Steve non sia più quello di una volta, una voce che l’oceanografo vuole mettere a tacere organizzando una nuova missione, durante la quale intende rintracciare lo squalo giaguaro e ucciderlo per vendicare il suo amico. Proprio alla vigilia della partenza, a un equipaggio già sufficientemente ricco di eccentrici personaggi, si aggiungono anche un’affascinante giornalista, incinta di qualche mese, e un pilota d’aerei che, presentandosi a Steve, sostiene di essere suo figlio.
Già regista del memorabile I Tenenbaum, Wes Anderson fa il bis con una strepitosa commedia girata a Cinecittà. Esilarante, geniale e a tratti toccante, Le avventure acquatiche di Steve Zissou riprende numerosi elementi del precedente film del regista (la centralità della famiglia, il mito della seconda possibilità, l’età dell’oro ormai terminata, un’estetica a cavallo fra anni Settanta e anni Ottanta, i personaggi sempre vestiti allo stesso modo, come nei fumetti) applicandoli a una nuova storia.
Un film riuscitissimo, sia dal punto di vista della narrazione, che tiene lo spettatore avvinto all’attesa di sapere cosa sta per succedere, sia soprattutto da quello delle trovate comiche, che è meglio non svelare in sede di recensione per non togliere al lettore il gusto della visione in sala.
Molto bella anche la colonna sonora, curata da Mark Mothersbaugh dei Devo e contenente diversi classici di David Bowie reinterpretati in versione voce-chitarra e in lingua portoghese da Seu Jorge, popstar brasiliana che recita anche nel film nei panni del marinaio Pelé Dos Santos. (maurizio zoja)

Gosford Park

1932, Gosford Park. In una tenuta inglese, si riuniscono per una battuta di caccia di fagiani un gruppo di aristocratici e no. Sir William, padrone di casa, e lady Sylvia, sua moglie, una coppia non propriamente affiatata né innamorata, ospitano una contessa, una coppia in crisi, un eroe della Prima Guerra Mondiale, un attore e cantante inglese, un produttore cinematografico americano… Ognuno si presenta nella residenza dei McCordle con valletti e camerieri (o cameriere) al seguito. Gli ospiti sono alloggiati nelle belle stanze del piano di sopra, la servitù ai piani bassi tra lavanderia, cucine e corridoi che non finiscono mai. I due mondi sono (sembrano) separati. La prima sera fila via liscia tra aperitivo e cena sontuosamente apparecchiata e servita. Eppure… Le coppie che non sono poi così felici, le signore ingioiellate non sono poi così ricche, le amicizie non sono poi così disinteressate… Al piano di sotto la servitù lavora, commenta, spettegola. Quando c’è buio, la padrona di casa adesca un valletto (che in realtà valletto non è), il padrone di casa fa altrettanto con una servetta, e via così con incontri clandestini che si consumano nella magione. Poi c’è il giorno della caccia, cui segue un omicidio. Sir William viene trovato morto nella sua biblioteca. Arriva l’ispettore di turno, iniziano le indagini che, però, non sconvolgono più di tanto la vita degli ospiti né della servitù… Del resto, a parte una domestica, nessunao rimpiange l’uomo.
Uno splendido ritratto della società britannica dei primi anni Trenta di Altman, perfetta l’ambientazione, perfetta la fotografia dei nobili, delle loro virtù e dei loro vizi. Ma altrettanto perfetta la fotografia del mondo del piano di sotto, di quei maggiordomi, cuoche e servette che non solo «parlano attraverso i loro padroni», ma animano un mondo tutto loro di piccoli vizi, grandi dedizioni, perfezionismo, ambizioni, snobismo e servilismo. Ecco, un umanissimo ritratto, quello in cui il regista americano è assoluto maestro. In un ordinatissimo intricarsi di classi sociali, sesso, generazioni… Un omaggio ad Agatha Christie, ma anche a Le regole del gioco di Renoir, alla commedia di maniera… Con un cast che è un who is who del cinema britannico, con una strepitosa Meggie Smith, candidata agli Oscar come miglior attrice non protagonista, nella parte della anziana zia supersnob ma senza una sterlina e di una irresistibile simpatia. Eccellenti anche Kristin Scott Thomas, nella parte della lady insoddisfatta ma che si toglie le sue soddisfazioni, Michael Gambon, il baronetto padrone di casa ucciso e da nessuno rimpianto, Helen Mirren, la governante Mrs Wilson, Eileen Atkins, la cuoca Mrs Croft… Con quella di Meggie Smith, il film si è guadagnato sei candidature agli Oscar 2002.

Sky Captain and the World of Tomorrow

Elaborato omaggio ai serial mattutini del sabato e alla loro visione del futuro, ambientato nel 1939. Law è un eroe mercenario, la Paltrow una audace giornalista sua ex fidanzata, Ribisi il suo braccio destro e la Jolie l’esotico capitano di uno squadrone anfibio. Tutte le ambientazioni sono ricreate al computer (curate dall’autore e regista Conran) e sono molto belle, ma non fanno altro che sottolineare l’artificialità del film. I vecchi serial erano dinamici, questo film è inerte. Ribisi e la Jolie sembrano quelli che si divertono di più. Il compianto Lawrence Olivier appare su uno schermo gigante, che ricorda il Mago di Oz. Law è anche co-produttore.