Chorus Line

Sedici ballerini, usciti da una selezione di centinaia di concorrenti, affrontano un provino per un musical in allestimento. A giudicarli sarà il regista Zack, alle prese con problemi personali. Debole trasposizione cinematografica dell’omonima commedia musicale che a Broadway tenne cartello per numerosi anni. Nonostante lo sforzo degli interpreti, il film, ambientato tutto nella sala del teatro dove si svolgono le audizioni, finisce per risultare statico. Molto belle, invece, alcune delle canzoni composte da Marvin Hamlish, già premiato con l’Oscar nel ’73 per la colonna sonora di Come eravamo. Meno riusciti gli arrangiamenti, dai suoni tipicamente anni Ottanta. (andrea tagliacozzo)

Condannato a morte per mancanza d’indizi

Un onesto magistrato, in crisi di coscienza perché troppo spesso costretto a prosciogliere imputati accusati dei crimini più agghiaccianti, entra a far parte di un tribunale massonico che s’incarica di riparare con l’omicidio alle mancanze della giustizia. Un thriller di discreta fattura, confezionato con indubbio mestiere da Peter Hyams. Buono anche il cast.
(andrea tagliacozzo)

La guerra dei Roses

Oliver e Barbara si conoscono casualmente a un’asta, s’innamorano e, dopo breve tempo, si sposano. Dopo diciotto anni di matrimonio, durante i quali lei ha rinunciato a costruirsi una carriera, cominciano ad affiorare alcune incomprensioni. Quando Barbara chiede il divorzio, tra i due coniugi si scatena una vera e propria guerra. Senza esclusione di colpi. In una Hollywood ancora reaganiana e nostalgica, Danny De Vito (che due anni prima aveva già diretto una commedia nera, Getta la mamma dal treno ) sforna una delle pellicole più cattive dell’epoca. Douglas e Turner capovolgono uno degli schemi classici della commedia hollywoodiana, quello del «ri-matrimonio»: una coppia sposata all’inizio del film entra in crisi, si lascia e alla fine torna insieme. Qui invece il percorso conduce all’annichilimento fisico dei due coniugi. Ma è l’ossessione americana della casa, più ancora che la dinamica della coppia, a venir devastata con allegria sempre più cupa. De Vito si diverte a distruggere una ricca abitazione, e accumula violenze e disastri con cinismo sorprendente. Come regista non è male, e si rifà a certe cose dei Coen più demenziali. Come attore – già lo sapevamo – è irresistibile. Le due star protagoniste stanno al gioco, rivivendo al rovescio i cataclismi di All’inseguimento della pietra verde . La Turner, in particolare, è una Erinni sensualissima e grottesca, memore dell’ Onore dei Prizzi . (emiliano morreale) .

Coma profondo

A Boston, una dottoressa di un noto ospedale rimane perplessa quando un’amica, ricoverata per un’operazione d’aborto nello stesso istituto, entra in coma e poi muore. Indagando per suo conto, la donna scopre che si erano già verificati numerosi casi analoghi e inspiegabili. Dal romanzo di Robin Cook (adattato per lo schermo dal regista e scrittore Michael Chrichton), un thriller avvincente e ben costruito.
(andrea tagliacozzo)

Traffic

Un giudice d’assalto incaricato dalla Casa Bianca intende sgominare il traffico di droga tra gli Stati Uniti e il Messico, ma deve rassegnarsi a occuparsi dei risvolti privati della questione quando scopre che sua figlia è una tossicodipendente. Il referente messicano del giudice si rivela essere al soldo di una grossa organizzazione locale; la moglie di un uomo d’affari americano scopre che il benessere nel quale vive è il frutto del traffico di stupefacenti e fa di tutto pur di conservarlo. Con Steven Soderbergh, tornato alla ribalta grazie al successo di
Out of Sight
e
Erin Brockovich
, il problema è sempre lo stesso. È un cineasta senza personalità né stile, ma che – alla stregua di Oliver Stone – si impegna a fondo per ostentarne uno, o anche più di uno come accade in
Traffic
. La cosa, naturalmente, può dare ai nervi; ciò malgrado in questo film, assai meno gratuito de L’inglese, funziona a sufficienza la scelta di intrecciare tre e più storie, dando allo spettatore la costante impressione di smarrire la bussola. O meglio, funziona finché il meccanismo non si logora e non diventa ripetitivo e accademico. Visivamente, il film al quale
Traffic
assomiglia maggiormente è
JFK
del sunnominato Stone, poiché l’obiettivo è un po’ quello di restituire un quadro frammentato e formicolante di un traffico che non può essere debellato negli Stati Uniti per la semplice ragione che l’economia del Paese prolifera proprio grazie al commercio illecito.

Soderbergh esibisce un massimalismo stilistico abbastanza estetizzante, con ciascun ramo del racconto connotato da una visualizzazione adeguata e artificiosa (tutta la vicenda ambientata in Messico, per esempio, ha un taglio documentaristico, con largo impiego della macchina a mano e una dominante cromatica giallo-ocra). Tuttavia rivela un discreto spessore creativo l’idea di elaborare un tessuto narrativo e iconografico «meticciato» e multiculturale, al cui interno l’immagine del caos rimanda alla varietà di razze, stili di vita e condizioni sociali coesistenti, e dove il «traffico» stesso diventa metafora delle relazioni umane, da esso inevitabilmente condizionate. E le sequenze situate nel ghetto afroamericano, come già in
Out of Sight
, forniscono un contrappunto fortemente antagonista all’upper class infida, corrotta o anche solo benpensante e integerrima. Troppo lungo? Troppo sconclusionato? Troppa carne al fuoco? Prendere o lasciare, questo è Steven Soderbergh: il quale, sedotto dalle lusinghe hollywoodiane, avrebbe potuto anche fare di molto peggio.
(anton giulio mancino)

Sindrome cinese

Mentre la giornalista televisiva Kimberly Wells sta realizzando un servizio alla centrale termonucleare di Ventana, si verifica uno strano incidente. I responsabili dell’impianto si affrettano a minimizzare. Ben costruita e interpretata da un terzetto d’eccezione, la pellicola anticipò curiosamente l’incidente poi verificatosi nella centrale di Three Miles Island, in Pennsylvania. Classico film d’impegno civile americano, con i pregi e difetti del caso. Il film è prodotto dallo stesso Michael Douglas (che in questa veste, nel ’75, aveva ottenuto un clamoroso successo realizzando Qualcuno volò sul nido del cuculo ). (andrea tagliacozzo)

Un’estate da ricordare

Un giovane sordomuto, introverso e scontroso, non vede di buon occhio il nuovo compagno della madre. La singolare amicizia con un intelligentissimo orango, con il quale riesce a comunicare attraverso il linguaggio dei segni, lo aiuta a uscire dal guscio. Nonostante l’origine televisiva, un ottimo prodotto, interpretato da un cast decisamente eccellente.
(andrea tagliacozzo)

Delitto perfetto

Divertente storia di suspense che aggiunge alcune interessanti svolte al film omonimo originale. Douglas è il marito a sangue freddo che ingaggia qualcuno per uccidere sua moglie: ma stavolta, l’uomo che ingaggia è l’amante di lei! Le star sono perfettamente in parte, e la storia si svolge in maniera ingegnosa e abile. La Paltrow è una perfetta sostituta anni Novanta per Grace Kelly. L’edizione speciale homevideo include un finale alternativo.

Un alibi perfetto

C.J. Nicholas è un giovane e ambizioso giornalista (Jesse Metcalfe) che indaga su un procuratore distrettuale corrotto facendosi passare per il maggiore indiziato di omicidio e finendo, con l’essere incriminato a sua volta dallo stesso procuratore (Michael Douglas) che ha scoperto l’inganno.

Remake del film diretto da Fritz Lang nel 1956.

Un corpo da reato

Liv Tyler circuisce uomini e il suo uomo li svaligia. Si innamora di un barista, che la aiuta a farla franca quando lei accoppa il marito. Tra i due comincia un vita di coppia, resa interessante dal fatto che lei è un’autentica bomba del sesso. La stessa storia viene raccontata da tre personaggi diversi: il barista la racconta a un killer, suo cugino avvocato la racconta allo psicanalista, il poliziotto la racconta a un prete. E ben presto viene fuori come questa donna ha devastato le loro vite…
Che quello di Liv Tyler fosse ancora, come recita il brutto titolo italiano, Un corpo da reato , potevano dubitarne gli spettatori che ne avessero seguito lo sviluppo, dal bocciolo seguito dal botanico decadente Bertolucci alla versione matronale della svagata lesbica di Dr. T e le donne . Ma eccola sbalordirci, tinta di rosso, in uno di quei film fatti apposta per rilanciare un’attrice mettendole a disposizione guardaroba (anche intimo), bronci e ralenty. E lei ricambia: è così sexy che tiene in piedi il film come di rado avviene.
La commedia, pur andando un po’ a scartamento ridotto, con un’aria dimessa da cable Tv, in realtà è piuttosto cattiva: una satira misogina del matriarcato che mostra come una donna per costruirsi il nido, non arretri dinanzi al furto, al pluriomicidio e alla seduzione multipla. La Tyler si prende amabilmente in giro, così come gli interpreti maschi, una bella collezione di loser mammisti, affetti da varie turbe sessuali. La sceneggiatura fila via liscia, la messinscena utilizza con originalità le manipolazioni digitali per costruire un universo femminile kitsch pastello, a un passo dal John Waters più morbido. Carina, in teoria, l’idea di mettere la musica dei Village People sulla sparatoria finale (anche se il regista non ha la più pallida idea di come si filma una sparatoria). (emiliano morreale)

Tu, io e Dupree

Molly e Carl sono appena tornati dal loro esotico matrimonio organizzato alle isole Hawaii da Mr Thompson, il severo e potente padre di lei. In quella suggestiva cornice, la loro unione sembrava avere le più rosee prospettive ma, abbandonato quel paradiso, iniziano i problemi. Carl, impiegato nell’azienda di costruzioni di Mr Thompson, riceve una promozione che invece di dargli fiducia lo mette in forte crisi: il suo progetto, il quartiere residenziale
Le querce di Mesa Vista,
viene completamente rimaneggiato e ridicolizzato dal suo capo fino a diventarne l’esatto opposto. Per non parlare poi dell’incredibile proposta di Mr Thompson di sottoporre Carl a una vasectomia. In tutto questo, Dupree, il migliore amico di Carl nonché suo testimone di nozze, cade in disgrazia ritrovandosi senza lavoro e senza casa. Carl e Molly decidono di dargli ospitalità: all’inizio sembrerà una pessima idea, ma alla lunga l’ingombrante e bizzarra presenza di Dupree li aiuterà a fortificare il loro rapporto.

La recensione

Dopo aver duettato con Ben Stiller in
Zoolander
e con Vince Vaughn in

2 single a nozze,
Owen Wilson recita al fi

Mani di velluto

Un ingegnere milanese, diventato miliardario grazie all’invenzione di un nuovo vetro antiproiettile, s’innamora di una graziosa borseggiatrice. Per compiacere la ragazza, l’uomo partecipa a una serie di furti sensazionali. Praticamente nessuna variante (compresa la mediocre qualità) rispetto alle altre commedie realizzate da Castellano e Pipolo assieme al
molleggiato
. Nel 1982, Celentano e la Giorgi torneranno a lavorare assieme in
Grand Hotel Excelsior
, sempre diretti dalla stessa coppia di registi.
(andrea tagliacozzo)

Wonder Boys

Ex ragazzo prodigio delle lettere americane, Grady Tripp è ormai un ciabattante insegnante cinquantenne il cui secondo e attesissimo libro stenta a raggiungere la parola «fine». Durante il week-end che precede il Wordfest (occasione nella quale l’università locale sfoggia i suoi presunti talenti) la vita di Grady si incrocia inestricabilmente con quella di James Leer, proabilmente il suo unico studente dotato di genio letterario. Dopo l’esaltato ma incredibilmente manierato
L.A. Confidential
, Curtis Hanson – in altre occasioni dignitoso mestierante (
Cattive compagnie
,
The River Wild
) – è stato indicato come un erede del grande artigianato hollywoodiano (e tutto questo semplicemente per aver tradito Ellroy). Ovvio che da
Wonder Boys
fosse lecito non aspettarsi nulla di buono. Invece il film, pur confermando che Hanson non è in possesso di uno sguardo autonomo, può contare su un’ottima sceneggiatura (da sempre àncora di salvezza dei mediocri), che – caso raro – permette di affezionarsi alla svagata umanità dei personaggi. Sarà merito dell’aria autunnale del film, delle canne che si fa Michael Douglas, delle canzoni di Bob Dylan, Neil Young, Leonard Cohen & co. o della straordinaria bravura di Robert Downey jr. (che sta ancora marcendo in galera per questioni di droga, capro espiatorio nei confronti di Hollywood), ma
Wonder Boys
riesce a farsi voler bene nonostante l’assoluta mancanza di un’idea di regia. Non è proprio moltissimo ma, considerato l’attuale stato di salute del cinema americano, nemmeno pochissimo. Per una volta chi si accontenta gode (o quasi).
(giona a. nazzaro)

All’inseguimento della pietra verde

Divertente pellicola d’avventura sulla falsariga de I predatori dell’arca perduta . Una bella scrittrice si ritrova coinvolta con un avventuriero nella caccia ad una mitica e preziosa pietra verde tra i mille pericoli della giungla colombiana. Robert Zemeckis, degno allievo di Spielberg, evita le trappole del derivativo e del già visto puntando su una serie quasi ininterrotta di trovate, sul ritmo sostenuto del montaggio e delle sequenze d’azione, nonché sull’ironia e la simpatia degli interpreti, praticamente perfetti nei ruoli ideati dalla sceneggiatrice Diane Thomas (e, non accreditato, Lem Dobbs). Lo stesso terzetto d’interpreti tornerà l’anno nel meno riuscito Il gioiello del Nilo. (andrea tagliacozzo)

Basic Instinct

La bellissima Catherine Tramel, scrittrice di romanzi gialli, è sospettata dell’omicidio di un ex cantante rock. Il detective Nick Curran, al quale è stato affidato il caso, si lascia ammaliare dalla donna, che ostenta un comportamento provocante e disinibito. Thriller intrigante, furbo e ben fatto, quasi un aggiornamento anni Novanta dei noir dell’epoca d’oro di Hollywood (dove il sesso non era mai mostrato ma solo suggerito). Non tutto funziona, ma la dinamica regia di Paul Veroheven attenua le cadute di tono della sceneggiatura. La Stone aveva già lavorato con il regista olandese due anni prima in Atto di forza. (andrea tagliacozzo)

Wall Street

Bud Fox, giovane e ambizioso agente di borsa, fa di tutto per entrare nelle grazie di Gordon Gekko, affarista senza scrupoli ricco e potente. Per poter lavorare con questi, il giovane non esita a fornirgli informazioni riservate. Oliver Stone descrive l’universo della finanza con un ritmo vertiginoso, fino quasi a stordire lo spettatore con le continue evoluzioni della macchina da presa. La storia, però, è prevedibile e didascalica, e il tono moralistico che emerge soprattutto nel finale è quasi insopportabile. Michael Douglas, nel ruolo del magnate, vinse l’Oscar 1987 come miglior attore protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Attrazione fatale

Un procuratore di New York, felicemente sposato, ha una breve relazione con un’affascinante dirigente di una casa editrice. Quando vorrebbe troncare ogni cosa, però, la donna lo perseguita in un crescendo ossessivo, fino a minacciarne direttamente i familiari. Un thriller efficace, diretto discretamente, anche se poco originale: il grande Clint Eastwood aveva affrontato lo stesso tema sedici anni prima in
Brivido nella notte
. Sei nomination agli Oscar, ma nessuna statuetta. Finale cambiato per il mercato giapponese.
(andrea tagliacozzo)

La rivolta delle ex

Il famoso fotografo dei divi Connor Mead (MATTHEW McCONAUGHEY) ama la libertà, il divertimento e le donne… in questo ordine preciso. Scapolo incallito, sostenitore delle relazioni libere, non ci pensa due volte a rompere con varie ragazze contemporaneamente, mentre si sta già preparando per la sua prossima conquista… Il fratello di Connor è un tipo più romantico, e infatti sta per sposarsi. Purtroppo, alla vigilia del grande evento, la considerazione di Connor dell’amore si dimostra una catastrofe per Paul, per la festa del matrimonio e anche per tutte le persone presenti, tra cui l’amica d’infanzia di Connor, Jenny (JENNIFER GARNER), l’unica donna che è sempre risultata immune al suo notevole fascino. Proprio quando sembra che Connor riuscirà anche da solo a rovinare il matrimonio, l’uomo riceve la visita del fantasma di suo zio Wayne (MICHAEL DOUGLAS), il festaiolo, leggendario playboy sulle cui gesta ed avventure Connor ha modellato tutta la propria vita. Lo zio Wayne ha un messaggio urgente per il suo prediletto, e riesce a farglielo avere grazie ai fantasmi delle fidanzate piantate, quelle passate, presenti e future, le quali lo accompagneranno lungo un’odissea rivelatrice e divertente che percorre tutte le sue relazioni fallite. Insieme, scopriranno che cosa ha fatto diventare Connor il playboy senza vergogna che è diventato e soprattutto se gli sarà concessa una seconda possibilità per scoprire -e questa volta tenere stretta- la donna della sua vita.

Alla scoperta di Charlie

Abbandonata dalla madre e senza il padre, ricoverato per cure psichiatriche, la sedicenne Miranda ha lasciato la scuola e lavora in un fast food. Autonoma e determinata, riesce a cavarsela da sola fino a quando il suo equilibrio viene ribaltato dal ritorno a casa del padre, per niente guarito dalle sue fissazioni e anzi con un progetto ben chiaro in mente: recuperare un tesoro di dobloni spagnoli sepolti, secondo una vecchia mappa, sotto un centro commerciale. Ma forse il vecchio Charlie non è così matto come sembra e la ricerca del forziere è solo un mezzo per recuperare il rapporto con la figlia e fare per lei, finalmente, per una volta almeno, qualcosa di importante. (gerardo nobile)