Japón

Un uomo lascia una città: traffico in tangenziale, strade che scorrono via, tunnel, statali deserte, fino alla campagna, un altopiano fuori da tutto… Così comincia
Japón,
viaggio dalle plurime letture alla ricerca della morte per riscoprire la vita. Siamo nel cuore del Messico più povero e contadino; qui l’uomo (Ferretis), che vuol preparare il suo suicidio, si ferma sul fondo di un canyon dove trova ospitalità nella casa malmessa di una vecchia vedova india, Ascen (Flores, attrice non professionista ma strepitosa). Lei lo accoglie senza domande, lui, per osmosi con l’intensità del luogo, riassapora desideri primitivi verso la vita e la vecchia che, dietro sua imbarazzata richiesta, gli si concederà. Intanto il nipote di Ascen, vantando antichi diritti di proprietà, si porta via le pietre del fienile, lasciando nuda la casa. Per la zia, la cui casa è tutto, la scelta migliore è seguirlo: non farà più ritorno. L’uomo, resta (forse) nella casa di lei…

Questa la storia, che ruota attorno al personaggio di Ascen, incarnazione della «carità» cristiana più aperta (può fumare una canna come parlare di masturbazione) e profonda (il suo concedersi non è debolezza ma pietà per il dramma dell’uomo). È lei a «salvare» le due opposte figure maschili: l’uomo, maschera dell’artista borghese chiuso nel morboso compiacimento del proprio cupio dissolvi, che in lei e non nella morte trova «la serenità per lasciar le cose a cui siamo abituati, ma di cui in fondo non abbiamo bisogno»; e il nipote, esempio di abiezione nata dalla miseria, che lei perdona anche se vuol dire il sacrificio.

Ma la forza del film è nell’aver saputo rendere in immagini lo sguardo stanco di chi non si riconosce più nella vita. Le frequenti soggettive in 16 mm, sgranate come visioni di occhi vecchi, le panoramiche a 360° o le sequenze fisse di pura osservazione, non sono la cornice «poetica» di una storia nichilista, bensì le facce di un luogo che assurge a metafora di una condizione dell’anima, senza tempo e riferimenti.

Al suo primo lungometraggio, Reygadas (anche sceneggiatore) confeziona un film difficile a coraggioso, molto distante dal cinema dei connazionali Iñárritu
(Amores Perros)
o Cuarón
(Y tu mamá también)
che strizzano troppo l’occhio a Hollywood. Un film che, malgrado qualche lunghezza e ambiguità, s’impone come esperienza per i sensi e il Senso.

(salvatore vitellino)