I segreti di Osage County

I segreti di Osage County

mame cinema I SEGRETI DI OSAGE COUNTY - STASERA IN TV mamma e figlie
Violet Weston con le due figlie Barbara e Ivy

Basato sulla pièce teatrale Agosto, foto di famiglia di Tracy Letts, I segreti di Osage County inizia con la voce di Beverly Weston, un uomo che vive insieme alla moglie Violet (Meryl Streep), affetta da un tumore alla bocca. Un giorno, Beverly scompare e una delle figlie della coppia, Ivy, l’unica che vive ancora coi genitori, raduna le sorelle e gli altri membri della famiglia per ritrovare il padre. La riunione di famiglia, tuttavia, si rivela disastrosa, portando alla luce segreti e scandali che sconvolgeranno tutti i presenti. Alla fine, ognuno dovrà fare i conti con i propri problemi, rendendosi conto di essere solo in questo arduo compito.

Accoglienza

L’interpretazione di Meryl Streep, come sempre, è stata straordinaria. L’attrice si cala in modo impeccabile nel ruolo di una donna cinica, rancorosa e disperata, che mostra al mondo un volto duro e disilluso per mascherare la propria paura della morte e della solitudine. E le figlie, interpretate da Julia Roberts, Juliette Lewis e Julianne Nicholson, vengono messe di fronte al fallimento delle proprie vite. Lodevole anche Benedict Cumberbacht, nel ruolo del cugino impacciato e goffo delle ragazze Weston.

Ma che cosa ne pensano i critici cinematografici? James Berardinelli, di ReelViews, sottolinea l’importanza del lavoro del cast: “il film è basato tutto sulla recitazione. Questo ha un senso perché la trama non offre molto che possa essere considerato nuovo o straordinario.”

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Benedict Cumberbacht e Julianne Nicholson in una scena del film

Richard Roeper, inoltre, dice che “il film è a volte perfidamente divertente, ma in ultima analisi, un aspro, forte, racconto di una delle famiglie più disfunzionali del moderno teatro americano.” Tom Huddleston, di Time Out, definisce il tutto “un melodramma sfacciato, sboccato, consapevolmente offensivo, intermittente e perspicace ed ha un buco dove dovrebbe starci un cuore.”

Qualche critica, invece, da USA Today e Newsday riguardo al gergo volgare utilizzato dai personaggi. Altri, invece, ritengono questa scelta linguistica coerente con il contesto in cui sono ambientate le vicende.

Prime

New York, Manhattan. Rafi è una produttrice cinematografica separata di recente. Un giorno incontra il giovane David ed è amore a prima vista. Tra i due ci sono quattordici anni di differenza e, come se non bastasse, la madre di lui, Lisa, è la terapista di lei. Riuscirà a decollare questa relazione?

La stanza di Marvin

Adattamento toccante di un lavoro teatrale off Broadway di Scott McPherson su una donna che ha dedicato la sua vita di adulta a prendersi cura del padre colpito da un ictus e di una zia nervosa. Poi è costretta a chiamare in soccorso la sorella da tempo persa di vista e i nipoti perché l’aiutino con i suoi problemi di salute. Uno sguardo commuovente e acuto sui legami famigliari, le vecchie ferite, l’amore e la responsabilità, con interpretazioni tutte di ottimo livello. Cronyn aggiunge grande intensità, anche se non dice una parola. Un altro punto di forza è la colonna sonora di Rachel Portman. Debutto cinematografico per il regista teatrale Zaks. Una nomination all’Oscar per Diane Keaton.

Il cacciatore

Tre giovani amici della Pennsylvania partono per andare a combattere in Vietnam. Catturati dai Vietcong, solo due riescono a tornare a casa, mentre il terzo, disperso, si suppone imboscato a Saigon. Molto discusso alla sua uscita (venne addirittura accusato di razzismo), il film alterna momenti poetici (le sequenze di caccia) ad altri d’incredibile impatto spettacolare ed emotivo (i violenti segmenti del campo di prigionia sono a tratti quasi insostenibili). Michael Cimino, alla sua opera seconda, si affermò alla grande, per poi bruciare tutte le sue carte in seno a Hollywood con il fiasco del successivo I cancelli del cielo, western mastodontico, affascinante ma tremendamente dispendioso. Il film vinse quattro dei nove Oscar per cui era candidato: per il film, la regia, il suono e per il miglior attore non protagonista (Walken). (andrea tagliacozzo)

Non nuocere

Lore e Dave, genitori di Robbie, bambino epilettico in costante peggioramento, decidono di affidarsi a un trattamento di medicina alternativa. E il bimbo migliora.

Basato su una storia vera, un film per la tv che nelle intenzioni punta il dito contro connivenze e pregiudizi della medicina ufficiale, ma nei fatti si traduce in un prevedibile e smielato melodramma (il titolo si rifà al primo precetto del giuramento di Ippocrate). Da noi sulla pay-tv.

Julie & Julia

Julie & Julia

mame cinema JULIE & JULIA - STASERA IN TV DUE DONNE E LA CUCINA meryl
Meryl Streep in una scena del film

Scritto e diretto da Nora Ephron, Julie & Julia (2009) ha due protagoniste: la ventinovenne Julie Powell (Amy Adams) e la cuoca e scrittrice Julia Child (Meryl Streep). Nel 2002 a New York, Julie, esasperata dalla propria vita monotona, decide di cimentarsi in un eccentrico progetto che unisca le sue passioni per la scrittura e per la cucina. Sperimenta, quindi, nel giro di 365 giorni tutte le 524 ricette contenute nel celebre libro di cucina Mastering the Art of French Cooking di Julia Child. Inoltre, apre un blog in cui racconta questo progetto.

Il film segue quindi in parallelo le vicende di Julie e quelle di Julia, quest’ultime ambientate negli anni Cinquanta. Mentre Julie affronta diverse difficoltà per far emergere il proprio progetto, Julia capisce che la cucina è la sua vera strada e decide di dedicarvisi.

Curiosità

mame cinema JULIE & JULIA - STASERA IN TV DUE DONNE E LA CUCINA amy
Amy Adams in una scena del film
  • Il film presenta alcune differenze rispetto alla realtà. Per esempio, non viene detto che Julia Child è morta poco prima che Julie Powell finisse il progetto.
  • Julia Child aveva anche un fratello minore, John McWilliams III, ma nel film non appare e non viene neanche nominato.
  • Nella realtà, Julie Powell voleva fare l’attrice teatrale. E sua madre e suo fratello hanno dato il loro contributo al progetto, mentre nel film Julie si fa aiutare una sola volta da Eric e da una sua amica.
  • A differenza della sua interprete nel film, Amy Adams, Julie Powell è alta ed è sempre stata un po’ in carne anche prima di iniziare il progetto.
  • Come nella realtà, Judith Jones non è potuta venire a cena da Julie Powell, ma il suo giornalista ha accettato lo stesso l’invito della Powell, mentre nel film non si presenta neanche lui.
  • Per la sua interpretazione, Meryl Streep ha vinto il Golden Globe come Migliore attrice in un film commedia o musicale. Ha ricevuto anche una nomination agli Oscar e ai BAFTA come Migliore attrice protagonista.

Silkwood

Karen Silkwood lavora in una fabbrica di plutonio, dove è esposta quotidianamente al rischio di contaminazione. La donna, già risultata positiva ad un controllo, scopre che l’azienda, oltre a fare ben poco per salvaguardare la salute dei suoi dipendenti, permette l’immissione sul mercato di alcune barre difettose. Un’opera onesta, ma non memorabile, anche se interpretata con grande vigore dalla Streep. Brava anche Cher, già messasi in luci l’anno prima in Jimmy Dean, Jimmy Dean di Robert Altman.
(andrea tagliacozzo)

La musica del cuore

Roberta è un’insegnante di musica che persegue l’idea di un corso di violino ad Harlem. Quando i tagli del governo lasciano il progetto senza fondi, Roberta non si arrende e si dedica alla ricerca di aiuti privati, riuscendo a portare i suoi ragazzini alla Carnegie Hall. Passato a Venezia nel 1999, La musica del cuore è diretto da uno dei maestri dell’horror contemporaneo, Wes Craven. Si piange senza vergogna, e soprattutto si ha l’occasione per ammirare una Meryl Streep al suo meglio. Due nomination agli Oscar (Miglior Attrice Protagonista e Miglior Canzone).

La morte ti fa bella

Commedia nera su un’affascinante ed egocentrica star del cinema (Streep), ossessionata dal timore di invecchiare, e su una donna delusa (Hawn) che vuole vendicarsi di lei a ogni costo. Una parabola sull’assurdità degli eccessi, zeppa di effetti e condotta con scarso senso della misura, nonostante la Streep sia uno spasso nel ruolo dell’attrice piena di manie. Divertente anche il cammeo del regista Sydney Pollack nei panni di un medico di Beverly Hills. Oscar per gli effetti speciali.

La casa degli spiriti

Epica saga sudamericana che segue la turbolenta vita di una famiglia in vista dagli anni Venti fino ai primi anni Settanta. Con premesse forti (e chiaramente scritta da qualcuno per cui l’inglese non è la prima lingua), questa storia dai mille intrecci cerca di includere il misticismo del best-seller di Isabel Allende, con risultati deludenti. La Streep è del tutto fuori ruolo, e Irons è forzato nei panni di un ispanico. La figlia di 10 anni della Streep interpreta il suo personaggio da bambina. Uscito in Europa in una versione di 145 minuti. 

The Manchurian Candidate

Remake del film di John Frankenheimer del 1962, uscito in Italia col titolo Va’ e uccidi. Il capitano Bennet Marco (Denzel Washington), reduce della guerra del Golfo (quella del ’91), sbarca il lunario tenendo conferenze per conto dell’esercito. Viene così casualmente in contatto con un suo ex sottoposto che, visibilmente toccato nella psiche, gli rivela uno strano sogno che lo perseguita ogni notte, sempre identico e terrificante. Anche Marco accusa le stesse allucinazioni, giustificate dai medici militari che l’hanno in cura come «sindrome del Golfo». Marco comincia a indagare, cercando di recuperare i contatti con i superstiti della sua unità. Ma sono tutti morti. Tranne uno, Raymond Prentiss Shaw (Liev Schreiber), eroe di guerra, figlio di un’agguerrita senatrice (Meryl Streep), le cui ambizioni sono finanziate da una potente e misteriosa multinazionale, la Manchurian Global. Quando Shaw viene nominato a sorpresa candidato vice-presidente degli Stati Uniti alle primarie del suo partito, Marco ha la prova che anche il suo ex-sottufficiale – come lui e tutta la squadra – è stato sottoposto durante la guerra a un trattamento di lavaggio del cervello che fa parte di un complotto. L’obiettivo è mettere a capo dell’iperpotenza americana un fantoccio manovrabile a piacere, come un automa.
Certo non era facile confrontarsi con il film di Frankenheimer. Non certo per ragioni di «nobiltà cinematografica». Demme è regista di valore assoluto, avendo vinto un Oscar con Il silenzio degli innocenti e avendone fatto vincere un altro a Tom Hanks con Philadelphia. Qui realizza un film dove la tensione viene sempre tenuta alta, tranne alcune lentezze iniziali. Tuttavia non vince il confronto. Il clima da guerra fredda magistralmente evocato da Frankenheimer tra i postumi della guerra di Corea, viene attualizzato da Demme sostituendolo con la guerra del Golfo; l’ossessione dell’asservimento totale delle forze armate ai loro capi è tradotto nella corruzione dell’ambiente politico e istituzionale, entrambi asserviti alla dittatura dell’immagine (televisiva). Infine, la mela marcia viene trasferita dal cesto pubblico (l’esercito e il governo degli Stati Uniti) a quello privato (la multinazionale che istalla nei corpi dei soldati-cavie microchip in grado di annullarne la volontà a comando).
Non basta a Demme affidare a una Meryl Streep, come sempre fino irritante nella sua bravura – eccessiva come il personaggio di una tragedia classica – il ruolo della senatrice arrivista e malefica che sfrutta lucidamente il proprio figlio per raggiungere il potere supremo che a lei – solo in quanto donna – non sarebbe mai concesso. Il film è come bloccato su un altalenare di registri: dal thriller poliziesco alla fantascienza; dalla denuncia sociopolitica fin quasi sull’uscio del grottesco. E se il candidato manciuriano del ’62 provocò le critiche della destra come della sinistra, venendo perfino bandito dalle sale perché accusato di aver «ispirato» l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, quello di Demme è quanto meno tacciabile di cerchiobottismo. Infatti, questa volta non si è arrabbiato nessuno.
(enzo fragassi)

Innamorarsi

La libreria Rizzoli di Manhattan è il luogo del primo incontro tra Frank e Molly: lui ingegnere, lei disegnatrice, entrambi sposati. Poco tempo dopo, i due si rivedono ancora sul treno che li porta in New Jersey ed è subito amore. A guardarlo bene, il film sembra un remake non ufficiale di
Breve incontro
di David Lean (ispirato a sua volta da una commedia di Noel Coward). Ma mentre il film di Lean (realizzato nel ’45) era un capolavoro d’intensità poetica, questo di Grosbard è solo un veicolo – e neanche troppo originale – per i due interpreti, bravi ma non sufficienti a risollevare le sorti della pellicola.
(andrea tagliacozzo)

Il diavolo veste Prada

La vita quotidiana di Andy Sachs (Anne Hathaway), assistente di Miranda Priestly (Meryl Streep), direttrice della patinatissima rivista
Runaway,
è un vero inferno. Andy non è una
fashion victim
e sogna un posto al
New Yorker
ma accetta di lavorare in una rivista di moda perché un anno al fianco di Miranda le aprirà tutte le porte. Ammesso che sopravviva, naturalmente. Tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger.

La recensione

La temutissima Miranda (liberamente ispirata ad

Anna Wintour,
direttrice di
Vogue Usa)
non è certo un boss qualsiasi. Autoritaria, de

La mia Africa

Il film, pluripremiato agli Oscar (film, regia, sceneggiatura, suono, musica, fotografia e scenografia), descrive il periodo africano della scrittrice Karen Blixen (nota anche con lo pseudonimo di Isak Dinesen). Proveniente da un’agiata famiglia danese, Karen si sposa con il nobile Bror Blixen. Stabilitasi in una fattoria del Kenya assieme al marito, la donna, constatato il fallimento del suo matrimonio, s’innamora di un affascinante avventuriero inglese. Nonostante il grande successo, non si tratta di uno dei migliori lavori di Sydney Pollack che in più di una occasione tende a scivolare nel calligrafismo turistico. Impeccabili, comunque, gli interpreti – in particolare la Streep e Klaus Maria Brandauer – e la splendida musica di John Barry (non a caso premiata con l’Oscar).
(andrea tagliacozzo)

Kramer contro Kramer

Una donna, delusa da un matrimonio che si trascina stancamente, abbandona il marito e il figlio di cinque anni. L’uomo, che fa di tutto per occuparsi del bambino cercando di non fargli pesare l’assenza della madre, trascura il lavoro e finisce per essere licenziato. Un melodramma di grande successo, ricattatorio, furbetto, ma indubbiamente ben confezionato e commovente. Premiato nel ’79 con cinque premi Oscar, due dei quali ai protagonisti, Dustin Hoffman e Meryl Streep. (andrea tagliacozzo)

E’ complicato

Jane é la madre di tre ragazzi, gestisce un ristorante-panetteria di successo a Santa Barbara e ha, dopo dieci anni di divorzio, una relazione d’amicizia con il suo ex marito, l’avvocato Jake. Ma quando Jane e Jake si incontrano fuori città per la laurea del loro figlio, le cose cominciano a cambiare. Un innocente pasto insieme si trasforma in un imprevedibile problema. Jake si é risposato con la giovanissima Agness, e Jane si ritrova ad essere l’amante. Nel bel mezzo della loro ritrovata passione c’é Adam, un architetto che dovrà ristrutturare la cucina di Jane ed anche lui appena uscito da un divorzio; Adam si innamora di Jane, ma capirà presto che é divenuto parte di un triangolo amoroso. Cosa dovranno fare Jane e Jake? Continuare con le loro vite o dare una seconda opportunità alla loro storia d’amore? E’ complicato!

Mamma mia!

Mamma mia!

mame cinema MAMMA MIA! - STASERA IN TV IL MUSICAL CULT sophie
Amanda Seyfried nel ruolo di Sophie

Diretto da Phyllida Lloyd e scritto da Catherine Johnson, Mamma mia! (2008) ha come protagoniste due donne, la giovane Sophie (Amanda Seyfried) e sua madre Donna (Meryl Streep). Le due vivono sulla piccola isola di Kalokairi, in Grecia, dove gestiscono un hotel chiamato Villa Donna. Sophie sta per sposare il suo fidanzato, Sky (Dominic Cooper), ma sente la mancanza della presenza di suo padre in un giorno così importante per lei. Ma c’è un problema: lei non sa chi sia suo padre.

Un giorno, però, trova un vecchio diario di sua madre, nel quale legge che Donna ha frequentato tre uomini diversi prima della nascita della figlia. Sophie decide quindi di spedire gli inviti per il suo matrimonio ai tre uomini menzionati nel diario, nella speranza di scoprire l’identità del padre. L’arrivo dei tre sull’isola genererà non poco scompiglio e Donna dovrà fare i conti con emozioni e sentimenti che credeva perduti.

Curiosità

  • Mamma mia! è l’adattamento cinematografico dell’omonimo musical, basato sulle musiche del gruppo svedese ABBA. E, in Gran Bretagna, è diventato il DVD più venduto di tutti i tempi, con più di 5 milioni di copie al suo attivo.
  • Inoltre, è il musical che ha incassato di più nella storia del cinema, guadagnando $144 130 063 negli USA e $465 711 574 nel resto del mondo.
  • Il film si è aggiudicato gli Empire Awards nella categoria Miglior colonna sonora, ottenendo anche nomination ai Golden Globe, ai BAFTA e agli MTV Movie Awards.
  • Per il ruolo di Sam, Pierce Brosnan ha vinto i Razzie Awards nella categoria Peggior attore non protagonista.
  • Sulla scia del successo della pellicola, uscirà tra il 2018 e il 2019 Mamma mia: Here we go again!, il prequel incentrato sulla gioventù di Donna. La protagonista sarà Lily James (Cenerentola, Guerra e Pace).

The Hours

Virginia Woolf, Laura Brown e Clarissa Vaughan. La prima vive negli anni Venti, la seconda nei Cinquanta e la terza ai giorni nostri. Sussex, Los Angeles e New York. Tre storie, un unico filo conduttore: il libro Mrs Dalloway. Virginia Woolf (Nicole Kidman) nel 1921 inizia a scrivere il libro che verrà pubblicato nel 1925, Mrs Dalloway appunto. Vive fuori Londra, in una casa di campagna, accudita dal marito e dai medici. La sua malattia mentale avanza e la scrittrice se ne accorge. Laura Brown (Julianne Moore) vive a Los Angeles e nel 1952 inizia a leggere il libro della Woolf. La sua vita sembra normale: ha un marito che la ama molto e un figlio adorabile. La lettura del romanzo, però, le sconvolge la vita e mette in discussione, per la prima volta, tutte le sue certezze. Clarissa Vaughan (Meryl Streep) vive a New York e sta preparando la festa per il suo amico poeta, ex amante, Richard, malato terminale di Aids. Richard la chiama Mrs Dalloway, perché lei ne è l’incarnazione in chiave moderna. Le tre donne ricercano la propria esistenza, il significato della loro vita e, come diceva la Woolf, la vita di ognuno è legata in qualche modo a quella di altri. Tratto dall’omonimo romanzo di Michael Cunningham, pubblicato nel 1998 e premiato con il Pulitzer nel 1999, The Hours è un film sulle fragilità umane, non solo femminili. Tre spaccati di vita, in tre epoche diverse, ma tutte intercambiabili l’una con l’altra. Ottima la regia, il montaggio, la fotografia, le scene, i costumi e, ovviamente, la sceneggiatura. Come spina dorsale del film le tre attrici, al solito insuperabili. Oscar alla Kidman e altre otto nomination. (andrea amato)

Radio America

A ottantuno anni Robert Altman gira uno dei suoi film più belli, accorati e nostalgici. E se la carica vitale e satirica che nel 1975 riversava in quell’altro suo capolavoro, Nashville, che a questo rimanda, si è smussata con gli anni, il regista ha saputo compensarla con un sapiente dosaggio di umorismo rivestito di un’ affettuosa, tenera e un po’ lugubre malinconia.
La storia è stata scritta da Garrison Keilor, ideatore e presentatore di un celebre programma radiofonico, A Prairie Home Companion, che negli Stati Uniti viene trasmesso da oltre trent’anni e viene seguito ogni settimana da oltre quattro milioni di ascoltatori. Altman e Keilor, che nel film recita se stesso, hanno immaginato l’ultima serata del fortunato radioshow, prevedendo l’estinzione di un genere sotto i duri colpi del mercato dominato dalla televisione. Trasmesso da una cittadina del Minnesota, St. Paul, nell’amato Midwest del regista, dentro il Fitzgerald Theatre (Scott Fitzgerald è nato proprio a St. Paul), quasi un reperto arcaico degli anni Trenta, lo show vive la sua ultima serata in un’atmosfera di schizofrenica e patetica sopravvivenza, come in certe pièce d’antan di Tennessee Williams.
D’altra parte, tutto, nel film, è d’altri tempi, dichiaratamente, spudoratamente nostalgico, a partire dalle cantanti country alle barzellette grasse dei cowboy singer, ai vetusti messaggi pubblicitari. Sfilano davanti al microfono, applauditi in sala da un pubblico fedele, personaggi teneri e scombinati, superstiti di un modo di fare spettacolo che in Italia a suo tempo solo il grande Fellini seppe glorificare. È la stessa tenera crudeltà, lo stesso sguardo incantato che unisce da distanze siderali il regista italiano e Altman. Il quale imbastisce la sua elegia, racchiusa dentro due inquadrature alla Hopper, come un affresco corale, ricco di musica country e di numeri a parte, alternando il palcoscenico con il dietro le quinte, nell’ultima sera in cui tutto accade, nell’attesa dei «tagliatori di teste» che trasformeranno il teatro in un parcheggio, e nell’illusione dei suoi protagonisti che tutto possa andare avanti come se il mondo non cambiasse, quasi a voler fermare la morte.
Che invece puntualmente arriva, nelle vesti di una bionda chandleriana (Virginia Madsen) a significare l’angelo che annuncia, conforta e traghetta, e a dare alla vicenda una tornure da ghost-story, tra Renè Clair e Frank Capra, ma anche un po’ per celia e un po’ per non morire, per omaggiare anche il cinema di un’epoca, oltre al varietà e alla musica. Nessun regista sa muovere la macchina da presa come Altman, animare di mille sfumature le scene, dar corpo in poche sequenze a una vicenda e a un personaggio. Certo ci vuole anche la meravigliosa galleria di interpreti a suo servizio: da uno straordinario Kevin Kline nel ruolo di Guy Noir, addetto alla sicurezza del teatro, a Tommy Lee Jones in quello del gelido manager incaricato di chiuderlo, dalle meravigliose Meryl Streep e Lily Tomlin nelle parti di due sorelle residuo di un gruppo country di quattro a Woody Harrelson e John C. Reilly in quelle dei due sboccati cowboy singer. Insomma, si ride e ci si commuove in questo tardo grande Altman, che canta la sua America e la sua cultura popolare, come un mondo chiuso, una civiltà finita nel retaggio dei ricordi, come le creature smarrite e perdute che ne animarono quegli ultimi giorni. (piero gelli)

I ponti di Madison County

Francesca Johnson, moglie e madre irreprensibile, si trova sola a casa per quattro giorni, poichè il marito e i figli sono partiti per una fiera del bestiame. Robert Kincaid, fotografo di passaggio, si ferma alla sua fattoria per chiedere un’indicazione sui ponti di Madison County, che egli dovrà fotografare. Nasce così una passione sconfinata che il destino racchiuderà nel piccolo spazio di un fascio di lettere. La loro intensa storia d’amore con il ritorno della famiglia giunge a un bivio: seguire le ragioni del cuore o restare ancorati alle proprie responsabilità e agli affetti ormai consolidati. Una nomination agli Oscar.

Giulia

Lilian e Giulia, amiche fin dall’infanzia, si separano negli anni ’30, quando la prima diventa una commediografa di successo, mentre l’altra, studentessa in medicina, si trasferisce a Vienna. L’avvento del nazismo renderà a Giulia, di origini ebraiche, la vita difficile. Il film, tratto dal romanzo autobiografico di Lilian Hellman «Pentimento», è una gara di bravura tra le due protagoniste, Jane Fonda e Vanessa Redgrave, vinta sul filo di lana dall’attrice inglese. Solida e senza fronzoli la regia del veterano Fred Zinnemann. Meryl Streep, che interpreta il ruolo di Anne Marie, era al suo debutto sul grande schermo. Oscar alla sceneggiatura (di Alvin Sargent), alla Redgrave come attrice non protagonista e a Jason Robards come attore non protagonista. Tre Oscar e ben altre otto nomination. (andrea tagliacozzo)

Ironweed

William Kennedy ha fatto l’adattamento del suo romanzo vincitore del premio Pulitzer Prize sulla gente di strada, ambientato ad Albany, New York, nel 1938. Nicholson interpreta un uomo che cerca di venire a termini con una vita che gli ha voltato le spalle anni prima. La Streep è la sua compagna da molto tempo che, come lui, non riesce a stare a lungo lontano dalla bottiglia. Primo film americano di Babenco ha un’atmosfera forte ed è pieno di immagini ossessionanti: ma è lungo e ininterrottamente desolante, con davvero troppo pochi picchi drammatici. Si salva grazie a Nicholson e alla Streep ed è un privilegio guardare le loro interpretazioni. Nomination all’Oscar per Jack Nicholson e Meryl Streep.

Cartoline dall’inferno

Dal romanzo autobiografico di Carrie Fisher (la figlia di Debbie Reynolds, meglio nota per aver interpretato il ruolo della principessa Leia in
Guerre Stellari
). Il film descrive i rapporti non proprio idilliaci tra Suzanne, giovane attrice in precoce declino dedita alle droghe, e la sua celebre madre Doris Mann, ex diva del cinema dedita all’alcool. Ottime le prove delle due protagoniste, anche se non sempre riescono a sopperire alle mancanze della regia di Mike Nichols, sorprendentemente piatta e senza mordente.
(andrea tagliacozzo)

Heartburn – Affari di cuore

Il best-seller autobiografico di Nora Ephron (sceneggiatrice di
Harry ti presento Sally
) scritto per lo schermo dalla stessa autrice. Durante uno sposalizio, Rachel, giornalista, conosce il collega Mark. I due cominciano a frequentarsi e, dopo breve tempo, si sposano. Dopo la nascita del primo figlio, lei si accorge che il marito ha una relazione extraconiugale. La regia di Mike Nichols, non particolarmente brillante, è completamente al servizio dei due protagonisti, davvero straordinari. Il film, comunque, funziona a corrente alternata.
(andrea tagliacozzo)

Il ladro di orchidee

Charlie Kaufman (Nicolas Cage) è lo sceneggiatore di
Essere John Malkovich
e dopo il successo di questo film gli viene assegnato l’adattamento cinematografico del libro
Il ladro di orchidee
di Susan Orlean, che parla dell’ossessione-passione di un coltivatore di orchidee, John Laroche (Chris Cooper). A Kaufman il libro piace molto, anche perché riesce a darne una lettura molto più profonda sulla ricerca e la sperimentazione della passione. Nel frattempo suo fratello gemello Donald (Nicolas Cage) si infila in casa sua e decide di diventare anch’egli sceneggiatore. Mentre Charlie diventa insicuro nel lavoro e nella vita provata, ansioso e nervoso, incappando nel più classico dei blocchi dello scrittore, Donald invece appare deciso, simpatico, socievole, donnaiolo e in un batter d’occhio scrive un thriller che fa impazzire tutti. Il successo del fratello manda in crisi ancora di più Charlie che a un certo punto decide di inserire tutte le sue ansie di scrittore all’interno della sceneggiatura. Una sorta di doppio salto mortale e mentre le cose sembrano andare bene con la scrittura qualcosa si complica su un altro versante… Da un libro autobiografico di una giornalista che, dalla mania ossessiva di un uomo, capisce quanto sia importante coltivare le proprie passioni, un film delirante che si attorciglia su se stesso. Un gioco di specchi da fare girare la testa. Dopo il successo di
Essere John Malkovich,
già di per sé estremo come scrittura, Kaufman questa volta forse esagera, dando segnali inequivocabili di schizofrenia. Al solito Meryl Streep e Nicolas Cage: la prima brava come sempre, il secondo sdoppiato nei due ruoli opposti, che comunque contemplano le sue due uniche maschere drammaturgiche.
(andrea amato)

Una lama nel buio

Sam Rice, psichiatra, indaga per proprio conto sull’assassinio di uno dei suoi pazienti. Strada facendo, s’innamora dell’ex amante della vittima, Brooke, che potrebbe risultare tra i principali sospettati. Un omaggio non troppo riuscito ad Alfred Hitchcock da parte dell’autore di Kramer contro Kramer . Qualche buon momento di tensione e un cast di prim’ordine, ma la sceneggiatura ha troppi buchi per poter funzionare. (andrea tagliacozzo)

She-Devil

Bob, ambizioso commercialista, tradisce la corpulenta Ruth, sua moglie, con Mary, affascinante scrittrice di romanzi rosa. Per vendicarsi dell’affronto, la diabolica Ruth rende la vita della romanziera un vero inferno. Una black comedy non del tutto riuscita, ma ben diretta e con alcuni momenti davvero divertenti. La Streep tornerà a impersonare un personaggio simile in
La morte ti fa bella
.
(andrea tagliacozzo)