American Pie – Il primo assaggio non si scorda mai

Buona commedia adolescenziale su quattro ragazzi che muoiono dalla voglia di perdere la verginità. La fama del film è legata a gag fondamentalmente volgari, ma ben costruite intorno a situazioni e a personaggi credibili. In effetti si tratta di una comicità di vecchio stampo, nonostante la modernità delle battute. Con due sequel.

Ecstasy Generation

Uno di quei film migliori del titolo italiano. Uno di quei film odiati dalla maggior parte dei critici. Araki, dopo la militanza gay e le provocazioni di Doom Generation , e prima del ripiegamento di Splendidi amori , trova l’equilibrio tra la rabbia, la commedia folle e l’incubo pop dai colori caramella. In un universo popolato da star di telefilm in ruoli suicidi (Kathleen Robertson di Beverly Hills, 90210 è una lesbica sadica, Jason Simmons di Baywatch è uno stupratore con la faccia da bravo ragazzo), il tenero James Duval è in cerca d’amore. Ma la sua ragazza (Rachel True) non vuole rapporti impegnativi, e il biondo Montgomery (Nathan Bexton) viene rapito da una creatura aliena. Con il meccanismo di una sit-com impazzita, Araki descrive un mondo allo sfascio, mescolando il compiacimento a un sarcasmo disperato. E toglie allo spettatore ogni certezza, lasciandolo con una nostalgia struggente. (alberto pezzotta)

Live Virgin

Negli Usa è stato rititolato
American Virgin
, per fare il verso ad altri due film con la Suvari,
American Pie
e
American Beauty
. Ma è il tipo di film che laggiù al massimo esce in home video. Qui la stagione sbaracca, e trova spazio questo monstrum. Dove la Suvari, col suo testone e le sue grazie da lolita freak, è la figlia di un pornoregista (Robert Loggia, mediamente professionale) che decide di perdere la verginità in diretta. Mente dell’operazione è Hoskins, e qui scatta un altro elemento di imbarazzo: vedere il partner di Roger Rabbit finire con un uccello tatuato sulla fronte e prodursi in una serie di smorfie da guitto di terz’ordine mette una profonda malinconia. Il tipo di satire che non graffiano nulla, e che rimangono molto indietro (anche per audacia) alla realtà che prendono di mira. Più per masochisti che per trashofili: e la comparsa del simpatico ex pornodivo Ron Jeremy non vale il prezzo del biglietto.
(alberto pezzotta)

Le insolite sospette

La squadra di cheerleader del liceo Lincoln è formata da cinque ragazze inseparabili e ambite da tutta la scuola. Il capitano, Diane, rimane incinta del quarterback della squadra di football, idolo della città, tutto muscoli e poco cervello. I due decidono di sposarsi e di andare a vivere insieme, nonostante i genitori non siano d’accordo. Quello che doveva essere un sogno color rosa confetto, in realtà diventa ben presto un incubo, a causa delle bollette e dei soldi che scarseggiano. Guardando un film in televisione, le cinque amiche decidono di compiere una rapina in banca per sistemarsi definitivamente e realizzare i propri sogni. Ma quando tutto sembra filare liscio come l’olio… Commedia americana per teen ager, sulla falsa riga del solito (e più riuscito)
American Pie
e parodia di
Point Break,
film d’azione con Keanu Reeves. Tutto al femminile, con la solita Mena Suvari che spazia da
American Pie
ad
American Beauty,
Le insolite sospette
parte bene con una serie di battute e gag divertenti, per poi perdersi nella noia più totale della trama e della sceneggiatura. Buona prova comunque delle giovani attrici, dotate di molta ironia e adatte al ritmo della commedia.
(andrea amato)

Sonny

Appena uscito dall’esercito e in cerca di lavoro, Sonny (Franco) non ha molta voglia di tornare agli affari di famiglia di mamma Blethyn: lo sviluppo di un nuovo bordello a New Orleans. Ma anche se gli piace la nuova “impiegata” Suvari, il suo talento naturale di stallone è troppo forte per essere ignorato… soprattutto quando così tante porte gli vengono chiuse in faccia. Sovreccitato ma avvincente racconto gotico del sud che offre a Stanton il suo ruolo migliore da anni, un misterioso e malinconico amico indolente, e alla Vaccaro una variante del suo ruolo in Un uomo da marciapiede. Cage appare semi-mascherato in una delle ultime scene al bar. Il film è il primo lungometraggio diretto dall’attore.

American Beauty

Cronaca della crisi di mezza età di Lester Burnham e della sua famiglia. Lui si innamora della compagna di liceo di sua figlia, abbandona il posto di lavoro, si mette a fare pesi e si dà agli spinelli. Intanto sua moglie incontra un altro…
American Beauty
non tollera mezze misure: o lo si ama alla follia o lo si detesta con tutto il cuore. Anche lo spettatore «critico» è stato altrettanto diviso: ora salutandolo come una piccola rivoluzione nella Hollywood del 2000, ora considerandolo un’ipocrita rimasticatura di altri film ben più irriconciliati. Che la si veda in un modo o nell’altro, l’opera prima di Sam Mendes presenta più di un motivo di interesse (almeno per una visione): la si può leggere come un’ulteriore prova della capacità fagocitante di Hollywood, oppure ci si può lasciar cullare dalla sua ironia (almeno nella prima parte). A chi scrive, però, più che il fondo politico dell’opera ha colpito la sua struttura narrativa, capace di coniugare stimoli diametralmente opposti (dal glamour stile «Lolita» alla videopoesia del cinema indipendente, dall’aggiornamento di un immaginario erotico vecchio di trent’anni ai dialoghi ricchi di una verve tipica di questo decennio).

Certamente
American Beauty
è un film molto più scritto e pensato di quanto non possa apparire. L’immagine è sempre il risultato di un’alchimia costruita guardando più al botteghino che all’espressione di un contenuto coerente e innovativo; tuttavia, nel panorama amorfo del cinema mainstream contemporaneo, rimane un interessante esperimento.
(carlo chatrian)

Beauty Shop

Queen Latifah ritorna nei panni di Gina (che aveva già interpretato in Barbershop 2). Ora è ad Atlanta, madre single: stufa del suo capo, decide di rilevare un negozio e di trasformarlo in un salone di bellezza. Le battute si sprecano. La Silverstone ricopre il ruolo che fu di Troy Garity in Barbershop. Queen Latifah è anche co-produttrice. Panavision.