Frozen River – Lago di ghiaccio

Ray Eddy è una donna che vive in una roulotte nel nord dello stato di New York. Ray sta per acquistare la casa dei suoi sogni, ma quando il marito, amante del gioco scappa con i soldi, Ray si ritrova sola con i figli e completamente al verde. Mentre cerca di rintracciare il marito, incontra Lila Littlewolf, una ragazza Mohawk che vive in una riserva che si trova su entrambi i lati del confine tra gli Stati Uniti e il Canada, che le propone un piano per guadagnare velocemente denaro. Ma i rischi sono molti: si tratta del traffico di immigrati clandestini sul fiume ghiacciato San Lorenzo, pattugliato su entrambe le sponde. Dato che ha un disperato bisogno di denaro, Ray accetta l’offerta e con riluttanza inizia a collaborare con Lila: lei guiderà l’auto e divideranno i profitti. Inizialmente il ghiaccio è ancora spesso, ma mentre i viaggi procedono, il San Lorenzo si assottiglia, e Ray e Lila scopriranno che il traffico d’immigrati ha un costo molto alto.

Le tre sepolture

A volte l’amicizia è più forte della morte. Ma la vendetta lo è sempre. Nelle terre di confine fra il Texas e il Messico, Pete Perkins (Tommy Lee Jones), cowboy dei nostri tempi, decide di vendicare l’assassinio del suo migliore amico Melquiades Estrades (Julio Cesar Cedillo), trovato cadavere nel deserto. Era un immigrato irregolare, come tanti messicani che vanno a cercare lavoro e fortuna, o semplicemente migliori condizioni di vita, nell’eldorado statunitense. Pete vuole tener fede alla promessa fatta a Melquiades, accontentandone l’ultimo desiderio: essere sepolto presso il suo paese natale, nella regione di Chihuahua. Così, si mette in viaggio con la salma in compagnia dell’assassino (Barry Pepper), che tiene sotto sequestro: espierà le sue colpe attraverso la sofferenza.

Molti dicono che l’attore, il produttore, lo sceneggiatore siano i mestieri «difficili». La regia? Quella è molto più semplice, quasi una sciocchezza. Un luogo comune, certo. Ma se si pensa alle prove recentemente offerte da gente come

Clint Eastwood,

George Clooney
o

Paul Haggis,
un dubbio si insinua. Ora, anche Tommy Lee Jones si cimenta ardimentoso nel salto di ruolo, dirigendo una pellicola molto solida che poco ha a che vedere con un’opera prima.

L’attore ha spesso sostenuto, durante le molte interviste rilasciate, di aver voluto girare un film sulla «sua» terra e la «sua» gente, sul Texas in cui è nato e cresciuto, sul Messico vicino ma profondamente distante. In realtà, il centro della vicenda – che si sviluppa in modo non lineare, attraverso continui flashback e cambi di punti di vista – è la parabola sull’espiazione, il pentimento e il perdono messa in scena dai due protagonisti, «duri» che nascondono grandi debolezze, come tutti i personaggi maschili di questa pellicola: la rappresentazione del sesso, sempre malriuscito, o peggio, fonte di fallimento e frustrazione, li smaschera completamente in questo senso.

Molto bella la sceneggiatura di Gullermo Arriaga

(21 Grammi),
fatta di dialoghi pieni di cinismo, scarni ed essenziali, conditi con ironia nera in dosi non particolarmente generose. Non a caso vincitrice della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes.
Premio anche all’interpretazione di Tommy Lee Jones, aiutato dal personaggio cucito su misura per lui. E come poteva essere altrimenti?
Aspettiamo altre prove: la strada per Jones sembra in discesa, e chissà che, come è già successo all’attore – regista Eastwood, non porti addirittura all’Oscar.
(michele serra)

Il grande odio

Nel 1943, Jack, in procinto di partire per la guerra che infuria in Europa, provoca accidentalmente la morte del padre della ragazza che ha appena sposato. In Italia assieme al proprio reggimento, Jack stringe amicizia con il commilitone Martin, senza sapere che questi è il fratello della moglie, arruolatosi per vendicare il defunto genitore. Dramma a tinte forti, a tratti eccessivamente melodrammatico, ma reso sufficientemente interessante dalla prova dei due protagonisti.
(andrea tagliacozzo)

21 Grammi

Paul Rivers è un professore di matematica, cardiopatico, cui resta solo un mese di vita. Sua moglie vuole un figlio da lui, e vuole ricorrere all’inseminazione artificiale. Cristina Peck è moglie e mamma con un bravo marito Michael e due bellissime bambine, anche se in gioventù non deve essere stata una santa. E poi c’è Jack Jordan, un balordo che ha fatto dentro e fuori dalla galera e che è diventato un integralista cattolico (altro che islamici…) al limite del ridicolo. Tre vite, tre famiglie, tre storie. Che fatalmente si intrecciano. Perché il balordo sul suo furgoncino con la scritta «Jesus loves you» prende a tutta velocità una curva, investe il marito e le bambine di Cristina e li uccide. Il cuore di Michael viene donato a Paul che sopravvive. E sarà proprio lui ad andare a cercare Cristina per saperne di più su chi gli ha ridato la vita. I due finiranno uno tra le braccia dell’altra, mentre lo sconclusionato Jack…

Alejandro González Iñárritu è l’acclamato autore messicano di
Amores Perros
(1999) che affronta anche questa volta la vita e i suoi tristi casi. Al centro della vicenda, un incidente automobilistico che stronca la vita a tre persone, la illumina a un’altra, la stravolge a una terza. Queste tre vite (moltiplicate poi per i vari componenti delle tre famiglie) si frantumano come nell’andamento, frammentario e spezzato, del film che procede per quadri, per flash back senza alcuna linearità temporale (e con qualche fastidio per lo spettatore). Nella provincia americana più anonima e più normale (all’inizio il film doveva essere ambientato in Messico) con le villette a schiera, l’oratorio, il furgoncino molto Usa, i motel… Iñárritu mette insieme tanti temi scottanti: i trapianti (ma niente a che e vedere con le emozioni trasmesse da Almodovar), gli incidenti stradali, il fanatismo religioso (irritante ai limiti della sopportazione), l’inseminazione artificiale, la disoccupazione… La morte. Ecco in questo film dal ritmo sostenuto (quasi tutte le riprese sono state fatte con una cinepresa a spalla per accentuare nelle intenzioni degli autori l’atmosfera di tensione e l’immediatezza) manca l’emozione, manca il coinvolgimento. Si guardano tragedie inenarrabili (una mamma che perde le sue bambine, un uomo rantolante che sa di avere le ore contate…) e si rimane freddi. Forse perché le tragedie sono un po’ troppe. E anche l’amore è disperato. Le vie d’uscita – quasi tutte – sono bloccate. Ma è la filosofia di Iñárritu: «Questo film – ha dichiarato – medita su alcune difficoltà della vita: la perdita, l’assuefazione, l’amore, la colpa, la coincidenza, la vendetta, l’obbligo, la fede, la speranza e la redenzione. Mi piacciono i personaggi sfaccettati e contraddittori, come sono io e come, credo, sono tutti gli esseri umani che conosco. Nessuno è semplicemente buono o cattivo. Tutti noi galleggiamo in un immenso universo di circostanze, mi piace mostrare la debolezza e la forza dei miei personaggi, senza giudicarli, perché solo allora essi riescono a rivelare la propria condizione umana».
21 Grammi
è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2003: Sean Penn per la sua interpretazione si è aggiudicato la Coppa Volpi come miglior attore. E davvero Penn è strepitoso riuscendo a passare, in modo assolutamente convincente, dalla parte del marito annoiato a quella del moribondo, dell’uomo fragile e disperato a quello dell’amante forte e protettivo. Bravi anche Naomi Watts
(Mulholland Drive, The Ring)
e Benicio Del Toro (Oscar per
Traffic).
Il titolo merita una spiegazione. quei 21 grammi sarebbero il peso che un essere umano perde nel momento del trapasso. Il peso dell’anima, insomma. «Il peso di cinque nichelini uno sopra l’altro. Il peso di un colibrì. Il peso di una barretta di cioccolata…».
(d.c.i)