Aitanic

Parte come un teatrino classico napoletano – con interni sottoproletari, battute ingenue, situazioni quasi tardoneorealiste – il primo vero film da regista di Nino D’Angelo (aveva già co-diretto uno dei suoi vecchi musicarelli, ma è questo l’esordio vero). Aitanic è diviso in due: la parte «a terra», girata in ambienti reali e improntata a uno strambo realismo, e la parte «in mare», decisamente surreale.

Siamo lontani da quello che potrebbe sembrare l’apparente modello, e cioè la Torre di Tano da morire , dove il confronto tra due mondi creativi era tenuto saldamente nelle mani della regista che entrava e usciva, ironizzava, mediava. Qui D’Angelo speaks himself, senza mediazioni, e – nonostante sia protagonista, sceneggiatore, regista delle musiche e regista – schiva l’idea del film d’autore. Aitanic è schiettamente popolare, commerciale. Vuole competere con Pieraccioni e Salemme, non con Martone. Non si tratta però di un film sgangherato o casuale: c’è una certa cura nella costruzione, con le storie che si intrecciano modello Vanzina, ma molto più solidamente che nei Vanzina. E soprattutto ci sono figure abbastanza inedite, e poco antipatiche. C’è il padre separato cui la madre contende il figlioletto, un orrendo cantante neomelodico su cui D’Angelo si accanisce senza pietà, un milanese borioso che vende panettoni scaduti (la figura più da «commedia all’italiana», ma in versione ferocemente anti-nordista; e c’è da dubitare che questo film venga molto amato a nord di Roma) e infine la famiglia di morti di fame che, durante uno sciopero, ruba un traghetto e organizza un servizio di trasporti abusivi per Capri. Una volta saliti sulla nave, il film cambia registro e regala almeno un paio di momenti esilaranti.

Naturalmente D’Angelo-regista è ancora incerto, si appoggia in più di un punto al montaggio di Giogiò Franchini, gli attori sono spesso molto ruspanti, le coreografie ancora stile Tano, e paradossalmente non tutte le canzoni sono all’altezza (ma i numeri di Pietra Montecorvino e quello di Peppe Lanzetta sono stupendi). Una cosa sembra però avere individuato il nostro «autore»: una via imprevista e curiosa a un cinema genuinamente popolare, ingenuo e oculato, che a momenti sembra venire dritto dalle farse di Scarpetta e in altri supera per oltranzismo gli americani alla Abrahams & Zucker. Le gag sono spesso gag di cinema, non di cabaret, e le citazioni sono aguzze e pertinenti (da Don Camillo¸ con un bel cameo di Aurelio Fierro, a Pretty Woman , Ladri di biciclette e ai D’Angelo prima maniera di Mariano Laurenti). Come dice lui, è il film di un «ninosauro». Sì, ma di un ninosauro postmoderno. (emiliano morreale)

Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo… me

Riprendono le avventure dei tre incalliti tifosi Donato (il milanista), Tirzan (lo juventino) e Franco (l’interista). Donato ha passato tutto questo tempo sull’isola di Ibiza e solo oggi decide di tornare nella sua amata Milano. Qui trova una situazione inaspettata: Ginevra, la sua fidanzata di un tempo, gli confessa di aver avuto un figlio da lui che, sfortunatamente per Donato, è uno sfegatato ultrà interista.
Tirzan invece ha passato gli ultimi vent’anni in un letto d’ospedale, a causa di un incidente stradale occorsogli mentre era alla guida del suo camion. Risvegliato dal coma non si ricorda più nulla, neanche della sua Juventus. Ritrova però la bella Nunzia, sua moglie, che nel frattempo si è legata all’uomo coinvolto vent’anni prima nell’incidente di Tirzan. Colpito da un pallone, riacquisterà la memoria.
Franco l’interista è sommerso dai debiti a causa della sua passione per il gioco. Il bar di cui è proprietario è preda dei creditori ma un giorno, durante una trasferta a Zurigo, scambia la propria valigia con quella di un malavitoso. All’interno trova centocinquantamila euro, cifra sufficiente a rimetterlo in piedi. Ma la mafia rivuole i suoi soldi e, per non finire con le scarpe di cemento, Franco dovrà scendere a patti con i boss.
Alla fine ce l’hanno fatta. Diego Abatantuono insieme a Carlo ed Enrico Vanzina, già autori del primo episodio, resuscitano un classico della commedia italiana realizzando un sequel di tutto rispetto. Un film comico all’italiana in senso tradizionale, non volgare e non sempre brillante ma dalla battuta puntuale e verace, esaltata da storpiature e sbeffeggiamenti calcisticamente corretti che si snodano lungo tutta la durata della pellicola. La sceneggiatura gioca molto su alcuni elementi e caratterizzazioni presenti nel primo Eccezzziunale (la situazione «sentimentale» da tifoso e non di Donato e i problemi di soldi di Franco, per esempio) e ne rimescola le carte nell’impostazione del nuovo episodio: i tifosi sfegatati e burloni sono ora i milanisti interpretati dal quartetto comico i Turbolenti, nessuno dei quali dimostra di essere un grande attore (nel primo episodio, invece, gli sfegatati e burloni erano gli interisti Abatantuono, Conti, Teocoli e Boldi, questi ultimi due oggi rimpiazzati da Mauro Di Francesco e, miseramente, da Raffaello Tonon), mentre ora al centro di un triangolo amoroso si trova l’ex camionista Tirzan che, risvegliandosi dal coma, ritrova la formosa moglie Nunzia, Sabrina Ferilli, accanto a un altro uomo (nel primo episodio era invece Donato a trovare l’amore in Loredana, fidanzata di Sandrino, smemorato capo ultrà interista, ora patrigno del figlio di Donato).
Un gioco ben riuscito e sapientemente dosato dai tre sceneggiatori, senza eccessivi colpi d’ingegno, qualche banalità del tutto concessa e una chiusura scontata ma dal sapore antico. Diego Abatantuono, ancora una volta uno e trino, non delude riprendendo un personaggio ormai sepolto nel suo passato (e qualche palata anche lui gliela aveva data) ma è chiaro, anche da questa prova, che ormai i ruoli che meglio interpreta sono quelli meno grotteschi: nel nuovo Eccezziunale gli calza perfettamente il personaggio di Franco, mentre è meno convincente in quello di Donato Ras della Fossa. Al tempo fu il contrario. Viuuulenza!!! (mario vanni degli onesti)

Abbronzatissimi

A Rimini, in piena estate, s’intrecciano numerose vicende: un cantante corteggia la moglie del proprietario di uno stabilimento balneare; due operai, che si spacciano per facoltosi industriali, vengono truffati da una coppia di ragazze; una giovane, innamoratasi del medico del pronto soccorso, si provoca una congestione per poterlo avvicinare; una prostituta approfitta della vacanza per fare degli straordinari. Commedia sciatta e senza idee, che si snoda stancamente in una serie di situazioni già viste e riviste. (andrea tagliacozzo)

Il paramedico

La vincita di una splendida fuoriserie a un concorso cambia radicalmente la vita di Mario Miglio, modesto infermiere. Sfortunatamente, però, un gruppo di terroristi si appropria dell’auto e il povero infermiere, scambiato per uno di loro, finisce in prigione. Gag a raffica, ma solo poche risultano realmente divertenti. Enrico Montesano si adegua alla mediocrità generale. L’attore romano era stato anche tra i protagonisti del precedente film di Sergio Nasca,
Stato interessante
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(andrea tagliacozzo)

Sapore di mare 2 – Un anno dopo

Enrico e Carlo Vanzina tornano, stavolta solamente in veste di sceneggiatori, alla Capannina, sulla spiaggia della Versilia, nei favolosi anni ’60. Qualche personaggio del film precedente è rimasto, qualche altro manca, ma le situazioni sono invariate: le solite avventure sentimentali, i soliti scherzi in riva al mare. Insomma, niente di nuovo sotto il sole! Film stupido e scontato. Anche se messo a confronto a prodotti come Abbronzatissimi diventa quasi un capolavoro. (andrea tagliacozzo)