A ruota libera

Pericle Caruso rimane paralitico per la svista di un luminare e decide di fargli causa. Parte allora per Parigi con il testimone Mario Pecorella e l’infermiera Silvia. In realtà, chissà perché, la compagnia si ferma a Forte dei Marmi dalle zie Teresa e Beatrice. Come si capisce anche dai trailer, il film vale solo per le apparizioni di una bella Ferillona abbronzata e di Manuela Arcuri, tra le quali la presenza e la logorrea pseudo-troisiana di Salemme appaiono francamente importune. Ma
A ruota libera
è inferiore a qualunque attesa: non si ride mai, e se la prima parte è di una noia esiziale, l’nsensata trasferta balneare appare una versione chiattilla delle vecchie commedie scollacciate con Gloria Guida, con tanto di ninfomani, mogli ciccione e porte che sbattono. Gag riciclate da mille altri film (addirittura dai precedenti di Salemme, ed è un po’ troppo) e due citazioni finali da Totò e da
La grande guerra
. Più triste che trash, con qualche nanosecondo lunare grazie a Ceccherini. Resta il sospetto che la sedia a rotelle di Salemme, più che un aggiornamento politically correct, sia un espediente per tenere l’inquadratura ad altezza di tetta.
(emiliano morreale)

Stregati dalla luna

Un carabiniere bonaccione deve sposare una poliziotta, che poco prima delle nozze gli rivela di aver avuto un’altra storia. Desolato, l’uomo va nel locale dove si era tenuta la festa di fidanzamento e viene consolato dai due proprietari e dal cameriere. Ma a un certo punto irrompe nel ristorante una bellissima turista… La produttrice Rita Rusic tenta di replicare la formula praticata quando lavorava con Cecchi Gori (cioè la tanto decantata «assenza di volgarità» dei vari Pieraccioni e Salemme), ma a forza di puntare sulle bellone giunge al paradosso di un film comico senza comici. Qui due vecchi caratteristi incollano tre o quattro esili storielle con lo sputo, sicché ogni dieci minuti la storia finisce e si cerca di farla ricominciare da un’altra parte. Anche le bellezze femminili che dovrebbero valere il prezzo del biglietto deludono: la Cucinotta è di legno, Megan Gale di gomma (gonfiabile). Mai visto un film comico così brutto. Colpa dei diritti d’antenna, a causa dei quali quella oltranzistica follia che era la forza della serie B e C deve chinarsi alle esigenze del prime-time.
(emiliano morreale)

Cose da pazzi

Ligio e preciso, Giuseppe Cocuzza
(Maurizio Casagrande)
è un funzionario statale alle prese con la bella moglie Francesca
(Lidia Vitale)
che aspira a un tenore di vita più agiato, la figlia Giulietta
(Federica Sbrenna)
che sogna come tutti gli adolescenti un mondo griffato e la sorella dirimpettaia, Livia
(Teresa Del Vecchio),
che vive sola con il figlio un po’ lento, Renatino
(Domenico Aria),
frutto di una fuggevole relazione giovanile con un sedicente acrobata slavo (in realtà partenopeo) di nome Fedor
(Biagio Izzo).
Di ritorno dalle ferie, l’onesto statale comincia a ricevere per posta strani pacchetti, contenenti ognuno ben 50 mila euro. Il mittente è sconosciuto ma i soldi sono veri e scatenano gli appetiti dell’interna famiglia, che esercita ogni sorta di pressione sul povero Cocuzza, che deve fare riferimento a ogni energia morale (oltre alla paura di scoprire la provenienza del denaro) per non darsi alla bella vita. Nel frattempo, la famiglia comincia a ricevere le visite di equivoci personaggi – un falso ispettore dell’Inps, un postino, addirittura una suora – che ammiccano minacciosamente ai pacchetti. Fino all’agnizione conclusiva, nella quale l’autore del machiavellico piano, tale Felice Ci’
(Vincenzo Salemme),
non svela la sua identità e ricorda a Cocuzza di averlo incontrato molti anni prima, quando lui, comunista convinto, sconvolto dalla caduta del Muro e dal dissolvimento dei valori in cui aveva creduto per tutta la vita, si risolvette a chiedere la pensione per «invalidità morale». Il destino volle che proprio Cocuzza fosse il funzionario incaricato di verificare la sua posizione e infine rigettare l’istanza. Da quel momento, Felice Ci’ ripromise a se stesso che avrebbe dimostrato all’ignaro funzionario in modo irrefutabile che qualunque uomo, messo di fronte al crollo delle proprie certezze morali, si riduce a un invalido.

E sia. Detta così, la trama dell’ultima fatica cinematografica di Salemme & soci assume la veste suggestiva di operetta morale dove si ride per la comicità ampia e popolaresca ma anche si riflette sul tema del crollo delle ideologie (di cui, sia detto per inciso, caro Vincenzo, non frega più nulla a nessuno. Lo diciamo con tristezza, ma lo diciamo). Il problema è che se qualcuno avesse bisogno di dimostrare con un esempio che la recitazione teatrale e quella cinematografica sono due continenti agli antipodi, bene,
Cose da pazzi
ne sarebbe un campione perfetto.

Non funziona, non funziona la trasposizione sul grande schermo della commedia campione d’incassi a teatro, dove fu rappresentata per la prima volta nel 1992, in seguito alla drammatica «svolta» che archiviò il PCI, partorendo con dolore i fratelli-coltelli PDS e Rifondazione comunista. Fu quello un periodo di grande e vera ricerca di una nuova identità, che toccò i singoli nel profondo, provocando perfino – ricorda Salemme – la rottura di sodalizi d’amore a causa della disputa ideologica che si produsse tra i militanti o i semplici simpatizzanti della sinistra post-comunista. Tutto ciò accadeva però tredici anni fa e oggi abbiamo l’impressione che i primi a non voler rivangare quella stagione siano proprio coloro che più ne patirono.

Il film non funziona anche per un’altra ragione: la cesura netta, quasi si trattasse di un altro copione, tra la prima parte – in forma di commedia-farsa – e la seconda, drammatica e assurda, grottesca quasi. Tra le due, in quest’ultima si rintraccia se non altro un intenso assolo di Salemme che dimostra – ma lo sapevamo già – di essere un attore di non modesto talento, capace di praticare commedia e tragedia con uguale maestria, come gli ha insegnato un certo Eduardo. Con Salemme, che per il momento ha deciso di mettere da parte il cinema (tornerà a teatro l’anno prossimo con un nuovo spettacolo), nel film recita anche un cammeo l’immarcescibile
Carlo Croccolo,
spalla di Totò e anche sua «voce» in vecchiaia; interpreta con convincente laidezza la parte del nonno di Felice Ci’ (particolare curioso: a teatro, lo stesso personaggio è interpretato da un attore quarantenne, invecchiato dal trucco. Ma davanti alla macchina da presa si è preferito mettere un anziano vero). Sempre in tema di «spalle», Maurizio Casagrande tiene più che dignitosamente, dimostrando tempi comici perfetti (per il palcoscenico). Insomma,
Cose da pazzi
andate a vederlo a teatro. Per una serata al cinema si può trovare di meglio.
(enzo fragassi)

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del film

Volesse il cielo!

Durante un inseguimento per le vie di Napoli, l’auto di un ispettore di polizia sbatte violentemente contro un cassonetto dell’immondizia. Dai rifiuti fa capolino un uomo sulla quarantina che sembra aver perso la memoria per il forte colpo ricevuto. Al commissariato nessuno riesce a risalire alla sua identità e parenti e amici non si fanno vivi: all’ispettore non resta che ospitare l’uomo, la cui ingenuità spinge lui e la moglie a trattarlo come un figlio. Lo «smemorato» non sembra riprendersi e nella sua vita entra Chiara, la più bella e corteggiata fra le colleghe dell’ispettore. Tutto sembra andare per il meglio, finché una serie di circostanze non svelano la vera identità dell’uomo.

Giunto al suo quarto lavoro da regista, Vincenzo Salemme rinuncia ai tratti che maggiormente avevano caratterizzato i suoi precedenti film (la spiccata napoletanità dei protagonisti, la femme fatale, l’amicizia tra uomini) e propone al pubblico una commedia di sentimenti che punta più sulla sceneggiatura (opera dello stesso Salemme) che non su battute capaci di strappare una risata. All’abbandono del registro comico corrisponde la rinuncia a riversare sullo spettatore torrenti di parole: il protagonista del film è uno stralunato e silenzioso osservatore della realtà che lo circonda, nella quale tenta continuamente di scorgere dei punti di riferimento che lo aiutino a ritrovare l’identità perduta. Anche la protagonista femminile, che nei film del regista e attore napoletano ha sempre avuto un ruolo tutt’altro che secondario, è diversa dal solito: rispetto alle varie Herzigova, Ferilli e Arcuri, accanto a cui Salemme ha recitato nei suoi precedenti lavori, Tosca D’Aquino è una bellezza più rassicurante e materna e interpreta con dolcezza un ruolo da donna «normale».

A rovinare parzialmente un film tutto sommato gradevole interviene purtroppo un finale surreale, frettoloso e un po’ tirato per i capelli. Difficilmente
Volesse il cielo!
permetterà a Salemme di conquistare nuovi fan, ma se non altro dimostra che questo regista è in grado di uscire da Napoli, dalla sua lingua e dai suoi cliché per tentare di percorrere strade nuove. La breve apparizione di Ciro Ferrara, Fabio Cannavaro e Vincenzo Montella nei panni di tre senza tetto abilissimi con il pallone manderà in brodo di giuggiole i cinefili-calciofili.
(maurizio zoja)

Ho visto le stelle!

Napoli. Antonio, orfano di entrambi i genitori, è cresciuto con i nonni che lo hanno riempito di attenzioni. Soprattutto con il nonno, originario di Milano, il ragazzo ha instaurato un rapporto particolare, diventando il suo migliore amico e imparando a sfruttare il grande potere della fantasia. Una volta cresciuto, Antonio decide di partire per Milano con la speranza di diventare famoso. Lo accompagna l’amico di sempre, Eugenio. Antonio ha risposto ad un annuncio su Internet tramite il quale si cercano concorrenti per un reality show internazionale. Il concorso è una truffa ma Antonio non se ne accorge, rendendosi addirittura disponibile a fingersi gay per potervi partecipare e credendo che tutte le persone che incontra siano comparse pagate dalla produzione. Incapace di distinguere la realtà dalla fantasia, affronta la vita come se fosse una soap opera. Ma l’amore, quello autentico, è dietro l’angolo…

Ho visto le stelle!
potrebbe essere un
Truman Show
tarocco, comperato in un mercatino napoletani. Come la pellicola americana, anche il film di Salemme mette alla berlina i reality show televisivi. Ma il reality show non esiste. È solo una truffa in cui cade il protagonista. Niente telecamere nascoste e niente Grande Fratello che manovra i fili del destino di un uomo. Tutto si regge sull’apparenza, sulla fantasia, vero filo conduttore della storia. Intorno tanta comicità nel solco della tradizione della commedia partenopea. Salemme è il capocomico. Al suo fianco la spalla di sempre, Maurizio Casagrande. I due citano a piene mani
Totò, Peppino e la…malafemmina,
sembrano due emigrati del dopoguerra che strabuzzano gli occhi davanti alla grande metropoli, fonte di gag sul nome delle vie e sulle ragazze disinibite di città. E la memorabile scena in cui Totò e Peppino devono scrivere una lettera viene ricreata con l’ausilio di un pc portatile. È un film in cui si ride, diretto in modo onesto, in cui compare un volto noto della comicità milanese degli anni Sessanta-Settanta: Gian Fabio Bosco, in arte Gian, in una gustosa interpretazione del nonno milanese. La parte della bellona stavolta è affidata ad Alena Seredova, che durante tutto il film pronuncia circa una ventina di parole. Ma in fondo le belle ballerine della rivista non servivano solamente per stimolare il protagonista dello spettacolo?
Ho visto le stelle!
è un grande spettacolo che ruota tutto intorno alla figura istrionica del protagonista. Salemme
è
il film: recita in dialetto, fa la macchietta dell’omosessuale, e addirittura canta una canzone accompagnandosi al piano, una vera serenata napoletana.
(francesco marchetti)