Zora la vampira

Opera seconda dei Manetti Bros.,
Zora la vampira
si rivela uno dei film italiani più interessanti degli ultimi anni. Pur inscrivendosi in una traiettoria in cui dominano il riciclaggio e il grado secondo (caratteristiche di una pratica metalinguistica che ormai si configura come una sorta di transgenere autonomo e ben definito), il film dei fratelli Manetti, piuttosto che tentare di ibridare il taglio sincretico dei videoclip con la struttura narrativa propria del cinema, opera una sorta di transcodifica della memoria legata ai generi. L’ottica ironicamente deformante adottata dai Manetti (un Dracula così «alanfordiano» da fare invidia ad Al Lewis), genuinamente impura, si rivela invece straordinariamente lungimirante. Lontano dall’autoreferenzialità saccente dei coevi prodotti americani e non (nei quali i codici esibiti sono chiamati a sostituire tout court ogni articolazione narrativa), Zora tenta consapevolmente di ricreare intorno ai propri indici culturali un ambiente nel quali calarli, per permettere loro di vivere come un patrimonio testuale partecipato e non soltanto saccheggiato. Ed è questa la chiave, riteniamo, che permette ai Manetti di evitare le trappole di un gioco sempre altalenante tra gli indici di realtà di una Roma buia, notturna e volutamente «periferica» e il glamour di un universo culturale esagitato, che vive tra le coordinate della serie B, la blaxploitation (la citazione puntualissima di Superfly), l’hip hop e Monnezza.

Zora la vampira
non opta mai per uno solo dei due poli (ovvero: né con Salvatores né con Er Piotta), ma nell’osservarne l’interazione – cosa che ci sembra essere il progetto stesso di messinscena del film – permette l’emergere di una lingua mai ascoltata al cinema. Un linguaggio, un suono profondo di parole nuove che sono un elemento da non sottovalutare assolutamente. Non si tratta di sociologismo spicciolo, quanto di una capacità di ascoltare luoghi e corpi nel tentativo di immaginare un cinema non più derivativo (notevole, in questa direzione, il montaggio che mima gli skratch di DJ Gruff). Tutto ciò permette a
Zora la vampira
di esibire gioiosamente il proprio essere luogo-narrazione di un cinema che si offre come precipitato di segni e storie provenienti da altri universi. Il diritto al nomadismo rivendicato dal conte Dracula diventa così pratica linguistica che «sampla» (in perfetto stile hip hop) frammenti eterogenei per ipotizzare linguaggi e strategie comunicative diversificate. Non meraviglia quindi che Carlo Verdone offra in Zora una delle sue caratterizzazioni più riuscite degli ultimi anni e che il film non risulti «vampirizzato» dalla sua presenza. In un universo linguistico ontologicamente «democratico» come quello di Zora nessun elemento prevale rispetto agli altri. Così, come in una specie di splendida jam, i Manetti mettono in immagini un mondo di segni (e i segni di un mondo) che il cinema italiano non è mai riuscito a catturare prima con tanta forza ed evidenza (oltre che con rispetto e partecipazione). Paradossalmente,
Zora la vampira
risulta così essere uno dei film più genuinamente cinefili degli ultimi anni: privo cioè di quel parassitismo linguistico che paralizza la grande maggioranza dei nostri cineasti.
(giona a. nazzaro)

Andata+ritorno

Dopo aver chiesto in prestito ventimila euro a una banda di strozzini, cifra che non è in grado di restituire, Dante decide di lasciare Torino e il suo mestiere di pony express in bicicletta per trasferirsi all’altro capo del mondo. Una volta giunto a destinazione finirà in galera a causa di un equivoco e perderà tutti i suoi soldi. La disavventura lo costringerà a fare rientro a casa, dove incontrerà Nina, affascinante hostess spagnola bloccata a Torino da un lungo sciopero generale. Con l’aiuto degli amici di Dante, i due cercheranno di saldare il debito con gli strozzini, onde evitare di rimetterci le penne.

Già regista del divertente

Santa Maradona,
Marco Ponti inciampa inaspettatamente su un’opera seconda che vorrebbe staccarsi dal genere commedia ma non riesce a essere null’altro che un film irrisolto. Né particolarmente divertente, né davvero avvincente, la pellicola è priva di momenti memorabili, un difetto che ne affligge anche le scene chiave condannandola alla mediocrità. Un vero peccato, perché le premesse erano buone, a partire dalla scelta di affidare i ruoli dei protagonisti al convincente Libero De Rienzo e all’affascinante Vanessa Incontrada, alla sua seconda prova da attrice dopo gli elogi ricevuti per
Il cuore altrove
di Pupi Avati. Non tutto, comunque, è da buttare: i personaggi di contorno, interpretati da Kabir Bedi, Remo Girone, Ugo Conti e altri semisconosciuti attori, sono assai ben tratteggiati, così come la Torino che fa da sfondo alla vicenda, «città laboratorio di incontri – scrive Ponti – tra persone che provengono da mondi e contesti sociali differenti e spesso in conflitto».
(maurizio zoja)