Autumn in New York

Will King è un noto ristoratore di New York che veleggia intorno ai cinquant’anni; ma la sua fama di tombeur de femmes offusca quella di chef e gourmet. Casualmente Will conosce la fragile Charlotte, e inevitabilmente se ne innamora. Lei però soffre di una rara forma di tumore e non ha più molto da vivere: per Will è giunto il momento di cambiare. Autumn in New York , pur non riuscendo a mantenere le sue promesse, non è un film detestabile come sarebbe lecito attendersi. Grazie al lavoro dell’operatore Changwei Gu (sua la luce, tra gli altri, di Addio mia concubina ), la regista Joan Chen riesce a filmare una New York umbratile e minimale. E se la scommessa di realizzare un mélo in minore è persa a causa della gestione poco accorta dei climax (soprattutto nel disastroso finale), resta impressa la vulnerabilità di un Gere finalmente non autopromozionale e la tenerezza severa di una sorprendente Winona Ryder. Di suo Joan Chen ci mette uno sguardo partecipe (anche se non sempre equilibrato), che rivela una grande attenzione ambientale. Peccato, perché il suo film avrebbe potuto essere una piccola sorpresa. (giona a. nazzaro)

The Exorcism Of Emily Rose

Nell’America di questi tempi, una giovane avvocatessa rampante sembra essere la persona giusta al posto giusto. Ma non è tutto oro quel che luccica, almeno per Erin Burner (Laura Linney): la sua rapida carriera come principessa del foro, grande determinazione e zero scrupoli etico-morali, è infatti giunta a una svolta. Un caso più complesso degli altri: la difesa di Padre Moore (Tom Wilkinson), accusato di aver provocato con «pratiche esorcistiche» la morte della ventenne Emily Rose (Jennifer Carpenter). Durante il processo, oltre a difendere il prete dalle accuse dell’inflessibile procuratore Etan Thomas (Campbell Scott), Erin dovrà rimpadronirsi del suo senso religioso (dopo essersi più volte definita agnostica) e, last but not least, resistere agli attacchi delle entità demoniache che si erano precedentemente scontrate con il suo cliente.
Un film che suscita alcune perplessità. Forse sono più dubbi di ordine ideologico che non prettamente tecnico-artistici. Meglio andare con ordine.
The Exorcism Of Emily Rose è difficilmente catalogabile: il suo impasto di horror e court drama è piuttosto ben equilibrato, nessuno dei due elementi prende il sopravvento in modo netto; piuttosto il film vive attraverso l’alternanza dei toni e degli stili, diversi, spesso totalmente opposti, tipici dell’uno o dell’altro genere.
Un esperimento riuscito, quello di Scott Derrickson: pur senza particolari colpi d’ala, il mix funziona in modo soddisfacente, anche se certamente le sequenze meglio riuscite sono quelle, più appassionanti, che si svolgono all’interno dell’aula del tribunale; caratterizzati da un maggior numero di cadute di stile invece i momenti prettamente horror, tanto che agli spettatori più smaliziati (o maldisposti) a volte scapperà pure qualche risata. Nonostante questi aspetti (e le due ore di lunghezza), il film trascorre piacevolmente, più un prodotto medio che un prodotto mediocre.
Veniamo ai dubbi di cui si è parlato più sopra. Il regista ha dichiarato più volte di voler stimolare la riflessione da parte degli spettatori, dando vita a un dibattito tra i sostenitori e i detrattori dell’esistenza del soprannaturale. Ma questa rimane solo una dichiarazione, perché il soprannaturale è caratterizzato esclusivamente con i tratti della simbologia religiosa cattolica e gli «agnostici», già dopo la prima mezz’ora, diventano dei miscredenti incapaci di vedere al di là del loro naso. Anche la dichiarazione iniziale «tratto da una storia vera», stride con questa dichiarata volontà di essere super partes: qual è la «storia vera»? Il processo? Ok. La possessione di Emily? Le sue stimmate?
Abbiate fede, sembra volerci dire Derrickson, ma si raccomanda anche che sia una fede da credulità popolare, da Padre Pio, da madonne che piangono, e attenzione al diavolo che è sempre in agguato. La sua è solo una indifendibile e bieca strategia commerciale, neanche troppo ben mascherata. In definitiva: film decente, ma un po’ pretenzioso e a tratti retorico dal punto di vista dello stile. Sui risvolti, meglio sospendere il giudizio. Tanto quello, prima o poi, arriva per tutti… (michele serra)

Lo spacciatore

John percorre insonne la metropoli. Di lavoro fa lo spacciatore per Ann, donna fredda e affascinante, di cui è stato l’amante. In un ospedale ritrova la moglie (dalla quale si era separato dopo una storia devastata dalla droga) che assiste la propria madre morente. Le sta vicino finché la donna, che ancora assume stupefacenti, si suicida per sottrarvisi. John allora prende una decisione…

Lo spacciatore
è uno dei migliori risultati di Schrader negli anni Novanta. Un dichiarato e sentito omaggio al Robert Bresson di
Pickpocket
, dostojevskiano percorso di delitto, castigo e redenzione. Schrader trova in Dafoe un interprete essenziale e scarno, più funzionale di De Niro in
Taxi Driver
e meno stolido di Cage in
Al di là della vita
, di cui
Lo spacciatore
è un evidente precedente.

L’ossessiva immutabilità di una routine da cui solo l’arbitrio può salvare, la claustrale oppressione della metropoli, la ricorsività delle notti bianche trovano nel volto scavato di Dafoe la manifestazione di una passione cristologica. Affetto freddo e stoico, cesellato dal calvinista Schrader nelle battute puntuali e irrevocabili dei suoi personaggi.
(francesco pitassio)

L’età dell’innocenza

Da un piccolo classico della letteratura americana, un’opera che poteva sembrare una deviazione dai temi canonici dell’autore; ci si accorge però subito che è un film tutto di Scorsese, una eziologia del suo mondo, un film «antropologico» quanto
Toro scatenato
o
Quei bravi ragazzi
. La dinamica del clan è sempre la stessa, e il confronto con i modelli alti del cinema americano pure. Il sabotaggio del romanzo storico è sottilissimo, a partire dagli straordinari titoli di testa (dei grandi Saul e Elaine Bass) per arrivare alle improvvise increspature dello stile, che hanno insegnato molto alla Campion di
Ritratto di signora
. E poi era dai tempi di
Alice non abita più qui
che Scorsese (il più grande indagatore esistente del maschilismo italoamericano) non costruiva un ritratto femminile così partecipe e inquieto. Un film migliore del miglior Visconti, fratello del miglior Scorsese, cattivo, malinconico e geniale.
(emiliano morreale)

The Family Man

Dopo aver lasciato (tredici anni prima) Kate per andare a studiare Londra, Jack Campbell è diventato uno spietato squalo di Wall Street. In attesa di condurre in porto una delicata fusione finanziaria, Jack costringe i suoi colleghi a rimanere in ufficio a fare le ore piccole anche la vigilia di Natale. A notte fonda, deciso a fare due passi, va a comprare del latte in un negozio di alimentari. Qui trova Cash, un afroamericano che in seguito a una lite col commesso coreano tira fuori una pistola. Jack riesce a ricondurre Cash alla ragione: parlando e straparlando, gli tiene pure una specie di arrogante lezione di vita. Ma Cash lo prende alla lettera e gli combina un micidiale scherzetto.

Un regista curioso, questo Brett Ratner. Specialista di commedie d’azione (
Rush Hour-Due mine vaganti
), compare in un gustoso cameo autoparodico in
Black & White
di James Toback. Sorprende quindi trovarlo alle prese con un mélo natalizio frankcapriano fotografato da Dante Spinotti, musicato da Danny Elfman e con tanto di Don Cheadle a fare le veci dell’angelo Clarence. La parabola dei buoni sentimenti è di una letale esemplarità, ma se è vero (come è vero) che di alcuni film si sa già tutto in anticipo e se è vero che – stando a Douglas Sirk – ciò che conta è vedere attraverso quali articolazioni giunge la sospirata parola «fine», allora bisogna dare atto a Ratner di aver costruito il suo intreccio con un certo acume (bello il cameo del padre di Robert Downey).

Evitando facili e moralistici manicheismi,
The Family Man
riflette amaramente sull’impossibilità di essere felici. Dopo la conclusione, forse, non resta altro da fare che sognare la vita che non si è avuta e pensare che sarebbe stata davvero «un’altra vita».
(giona a. nazzaro)