Febbre a 90°

Godibile e sagace ritratto di un insegnante malato per il calcio, e della collega che si innamora di lui ma non riesce a capire (o ad accettare) la sua ossessione per la sua squadra del cuore. Nick Hornby (Alta fedeltà) ha adattato il suo romanzo, che offre uno sguardo fresco sulle differenze fra uomini e donne. Rifatto nel 2005.

Le forze del destino

New York, 2021: John (Joaquin Phoenix) giovane professore universitario diretto in Canada, raggiunge la moglie Elena (Claire Danes) per farle firmare le carte del divorzio. Lei è campionessa mondiale di pattinaggio artistico, ed è il perno del business miliardario della sua famiglia. Presto l’idillio col parentado viene spezzato da oscure minacce: Elena confida al marito il timore di complotti a suo danno, lui vuole vederci chiaro e rinuncia a partire. Scappano, capiscono di amarsi ancora e di non poter vivere senza l’altro, vengono ripresi. «Vi voglio bene», dice il capofamiglia, ma intanto assolda un killer per ucciderli. Con l’aiuto del fratello di lei tentano di raggiungere la natia Polonia, ma moriranno assiderati in una landa innevata…
Non è ben chiaro se Thomas Vinterberg (lo stesso di “Festen,” coautore con Lars von Trier del Dogma di cui qui ribalta i principi) abbia voluto realizzare un thriller romantico con nuance futuristiche, o un dramma sentimentale in una cornice apocalittico-fiabesca. Di certo, gli elementi surreali e simbolici sono la parte migliore del film. Il mondo in cui John ed Elena riscoprono di amarsi ricordando il loro incontro nell’infanzia (allusione a un ritorno alle origini?) è un mondo dal clima schizofrenico (la neve a luglio a New York, africani morti congelati, escursioni termiche di venti gradi in una notte sola) che si avvia verso la glaciazione; un mondo il cui il «disordine» si ripercuote sulle comuni leggi umane sovvertendole (i poveri ugandesi volano come angeli e i ricchi americani muoiono a centinaia ogni giorno per misteriosi «infarti di solitudine»); un mondo in cui contro la disgregazione di ogni ordine e senso ci si può appellare solo all’amore e alle forze del destino (cantati «dal cielo» come fa Sean Penn, il fratello di John, che in seguito a una cura sbagliata contro la paura di volare non può più fare a meno dell’aereo e passa la sua vita in volo sciorinando irritanti sproloqui sui legami fra l’uomo e il mondo).
Un film allegorico più che di trama, dunque? È lo stesso regista che risponde: «Ovviamente esiste una storia, una trama, una drammatica catena di eventi. Ma in un certo senso questo è meno importante. Mi immagino che la trama sia lì per trasmettere i nostri pensieri… Penso che “Le forze del destino” sia una fiaba, una fiaba sulla vita…». In verità, spandendo simboli a manciate si rischia di disperderli in rivoli isolati che non seguono una corrente principale. Il risultato è un’aura di millenarismo dislessico che finisce in tragedia mentre dovrebbe dare speranza e confonde solo le idee. A poco valgono le belle ricostruzioni di New York negli studios di Trollhättan, in Svezia, e le musiche di Zbigniev Preisner (prediletto di Kieslowski). (salvatore vitellino)

Un poliziotto da happy hour

Thriller comico ambientato sulla costa Ovest dell’Irlanda. Il Sergente Gerry Boyle è un agente di polizia in una piccola cittadina, dalla personalità aggressiva, l’umorismo sovversivo, una madre in punto di morte, una spiccata simpatia per le prostitute, e ,assolutamente, nessun interesse per il traffico internazionale di cocaina, motivo per il quale, un bel giorno, l’agente dell’FBI Wendell Everett bussa alla sua porta. Sebbene sembri più interessato a sbeffeggiare Everett e a mettergli i bastoni tra le ruote, che a lavorare attivamente per risolvere il caso, Boyle non può fare a meno di farsi coinvolgere dagli eventi: il suo nuovo collega scompare, la sua prostituta preferita cerca di ricattarlo e, alla fine, i trafficanti di droga cercano di corromperlo, come hanno già fatto con tutti gli altri poliziotti locali. Questi eventi offendono automaticamente il torbido codice morale di Boyle. Il quale capisce di dover risolvere il problema personalmente. Ma l’unica persona di cui si può fidare è Everett. E così tutto è pronto per un finale esplosivo.

Oliver Twist

Charles Dickens e Roman Polanski: sulla carta l’accoppiata sembrava vincente: il sadismo necrofilo dello scrittore inglese con la necrofilia sadica del regista polacco: roba da far venire l’acquolina in bocca, da leccarsi i baffi.

Invece, per le oltre due ore che dura il film, si passa da un’attesa speranzosa a una strisciante progressiva sbadigliosa noia. Certo, il fanciullo prescelto dal regista come protagonista ha l’espressività di un polpo e meriterebbe di essere picchiato e maltrattato più di quanto già non gli capita. Ma il guaio non sta lì. E intanto ci si chiede:
Mais ou sont les neiges d’antan?
Dove è finito il regista magistrale de
Il coltello nell’acqua
(1962), di
Repulsion
(1965), di
Rosemary’s Baby
(1968), per citarne solo alcuni?

Forse troppi anni sono passati e Polanski è uscito dal giro, forse i quattrini scarseggiano insieme al coraggio; così lui punta su uno spettacolone per famiglie televisive e, magari, il pubblico gli darà ragione. Ma ne dubito: a chi interessano oggi i patemi d’un orfanello legnoso, impostato e antipatico? La soluzione avrebbe potuto correre solo sul filo del «grottesco», su cui entrambi, scrittore e regista, la sanno lunga. E il
grotesque,
si sa, dopo gli sberleffi di Wilde e la sufficienza di Huxley, è la chiave che ha permesso di rileggere e recuperare tutta la grandezza di Dickens; e rimando per questo alle pagine magistrali di Giorgio Manganelli. In ogni caso, di tutti i romanzi dickensiani in cui si narrano le peripezie di orfanelli seviziatissimi,
Oliver Twist
è il più tetro e il più filantropicamente didattico – nell’intenzione di insegnare ai lettori quale sia la scuola di delinquenza dei ragazzi di strada, oppure di quali nequizie e ipocrisie si travesta la classe borghese per sfruttarli – proprio per questo, Polanski, per lo meno il Polanski degli anni Sessanta e Settanta, avrebbe saputo rileggerlo e ritrovare in filigrana attuali consonanze, e non limitarsi a un’illustrazione pedissequa, senz’altro ben decorata, con tanti richiami all’oleografia ottocentesca e alle incisioni delle prime edizioni, figurativamente efficace ma adagiata sulla sicurezza di un prodotto per tutti. Perfino fastidiosamente ipocritamente
politically correct.

Uno dei personaggi più celebri e memorabili del romanzo è l’ebreo Fagin, il sinistro ricettatore con la sua banda di ragazzi. Una figura della potenza e della forza dell’
Ebreo di Malta
di Marlowe, o di Shylock dello shakespeariano
Mercante di Venezia,
o dell’Isacco dell’
Ivanhoe
di Walter Scott. Nel film, superbamente interpretato da Ben Kingsley, non si allude mai alla sua ebraicità, nel timore di accuse di antisemitismo. Inoltre, quello che nuoce a Polanski sono gli inevitabili confronti, perché Oliver Twist, dal dopoguerra a oggi ha avuto almeno tre versioni cinematografiche. http://www.delcinema.it/hdoc/presfilmografie.asp?xml=leavventurediolivertwist La prima, del 1948, in bianco e nero, è di David Lean (con un grande Guinness nel ruolo di Fagin), ed è la migliore. Poi nel 1968 Carol Reed girò la versione del musical (Fagin era Hugh Griffith); infine, per la regia di Clive Doner, un’altra edizione modestissima nel 1982, comunque più svelta e sapida del film di Polanski.

Che segue la vicenda con aderenza al testo, sacrificando però l’agnizione finale per semplificare, col risultato che tante allusioni al
deja-vu
di molti personaggi rimangono come sospese. Insomma, a parte alcuni momenti iniziali, come le scene dell’ospizio e la caratterizzazione apolide di ben Kingsley, la pellicola (come si diceva ai tempi del fascio), è una muffa da dimenticare volentieri.
(piero gelli)

The Way Back

Una notte del 1940, durante una bufera di neve, sette prigionieri scappano da un Gulag sovietico. Sono uomini liberi, ora, ma sono anche quasi certamente uomini morti … la loro fuga ha poche possibilità di riuscita, perché le terre che devono attraversare sono a dir poco spietate. Con poco cibo, nessun equipaggiamento a disposizione e senza avere idea della loro posizione, tantomeno della loro meta, questi uomini si avventurano in un viaggio che gli riserverà difficoltà e tragedie inimmaginabili.  Spinti dai soli istinti animali, sopravvivenza e paura, e affidandosi a tratti umani evoluti, compassione e fiducia, vivranno delle esperienze allo stesso tempo profonde e terribili, angoscianti ed estatiche. Nel corso della loro vicenda, seguiranno un solo, unico principio: andare avanti, andare avanti, andare avanti …