Ma che siamo tutti matti?

Questa originale commedia batte strade nuove nel raccontare gli scontri culturali in seno all’Africa. Fra i personaggi, un boscimano che entra per la prima volta in contatto con il mondo civilizzato, un’avvenente maestra a cui viene assegnata una cattedra in un villaggio sperduto e uno scienziato pasticcione, i cui catastrofici tentativi di accoglierla ricordano la commedia slapstick. Pur comparendo ingenuo a tratti, il film è assolutamente disarmante. Divenne un caso negli Stati Uniti nel 1984. Ulys, autore e produttore oltre che regista, interpreta il reverendo. Ne fu realizzato un sequel. Techniscope.

La forza del singolo

Precisamente quel che ci si aspetta quando il regista di Rocky e Karate Kid affronta un film sull’apartheid. Questa sdolcinatezza racconta con ardente entusiasmo di un ragazzo bianco del Sudafrica che promuove l’integrazione salendo sul ring con i suoi oppressi amici di colore. Offensiva volgarizzazione di un grande soggetto, ma almeno nella prima metà ci sono Freeman e Müller-Stahl nel ruolo dei mentori del giovanotto; quando nella seconda ora non sono più presenti nella sceneggiatura, guardare il film diventa una prova faticosa.

Gandhi

Ampia narrazione della vita e dell’era di Mohandas K. Gandhi, dagli esordi come semplice avvocato fino a divenire il leader di una nazione e un simbolo di pace e comprensione per il mondo intero. La narrazione ad arte è perfetta, nella migliore tradizione dell’epopea hollywoodiana, ma la seconda metà del film non è avvincente quanto la prima. Kinsley è indimenticabile nel ruolo principale. Vinse otto Oscar fra cui quello per il miglior film, miglior attore protagonista, per la regia e la sceneggiatura (di John Briley). Fate caso a Daniel Day-Lewis nei panni di uno dei tre giovani che avvicinano Gandhi per strada.