Midnight in Paris

Midnight in Paris

mame cinema MIDNIGHT IN PARIS DI WOODY ALLEN - STASERA IN TV scena
Una scena del film

Una coppia di americani in vacanza a Parigi: lei, Inez (Rachel McAdams) vuole una vita e un matrimonio stabile e convenzionale, mentre lui, Gil (Owen Wilson) è uno sceneggiatore di successo che però vorrebbe diventare uno scrittore. Da qui si mettono in moto le vicende di Midnight in Paris, un film che riscopre l’antico fascino della capitale parigina. Il personaggio di Gil si ritrova a passeggiare a mezzanotte per le strade parigine e sale su una bella vettura d’epoca, venendo così trasportato magicamente indietro nel tempo. Incontra quindi gli esponenti della cosiddetta Generazione Perduta”, su cui ha sempre avuto fantasie. Cole Porter (Yves Heck), Ernest Hemingway (Corey Stoll), Salvador Dalì (Adrien Brody), Francis Scott (Tom Hiddleston) e Zelda Fitzgerald (Alison Pill) chiacchierano con lui di idee e teorie culturali. E l’affascinante compagna di Pablo Picasso, Adriana (Marion Cotillard), condivide con Gil il suo amore per Parigi. E non solo.

Ma cosa farà Gil? Accetterà di tornare alla sua vita di sempre, lasciando il sogno di scrivere un romanzo nel cassetto? Oppure la sua surreale esperienza parigina cambierà per sempre le sue priorità e il suo modo di vedere il mondo?

Curiosità

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Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda
  • Fa parte del cast anche Carla Bruni, nel ruolo della guida di un museo. Compare persino l’attrice francese Léa Seydoux.
  • L’anteprima mondiale del film è avvenuta l’11 maggio 2011, quando è stato proposto come film d’apertura del Festival di Cannes.
  • In Italia, la pellicola è stata distribuita il 2 dicembre dello stesso anno dalla Medusa Film, sbancando il botteghino. Midnight in Paris, infatti, è il film di Woody Allen che ha ottenuto gli incassi più elevati nella penisola.
  • Il film ha vinto un premio Oscar e un Golden Globe nel 2012 rispettivamente per la Miglior sceneggiatura originale e Miglior sceneggiatura.

Amami se hai coraggio

Sophie e Julien hanno solo otto anni ma hanno già sperimentato la durezza della vita. Lei è polacca e viene presa in giro dai compagni di scuola a causa della sua «diversità». Lui ha perso la mamma e vive assieme a un padre malato di depressione. Per farsi coraggio e tenersi compagnia giocano a sfidarsi in azioni sempre più audaci, continuando ad alzare la posta delle loro scommesse. Una volta diventati adulti continueranno a giocare e sfidarsi ma scopriranno anche di essersi innamorati l’uno dell’altra.

In Francia è stato campione d’incassi, da noi difficilmente ripeterà l’impresa. L’opera prima di Yann Samuell, il cui titolo originale è il più calzante
Jeux d’enfants,
punta sull’espediente della storia d’amore raccontata man mano che i suoi protagonisti crescono. Questi ultimi, Guillame Canet e Marion Cotillard, giocano a fare gli eterni bambini che hanno paura del vero amore, mentre in sottofondo si ascoltano le note de
La vie en rose,
eseguita in differenti versioni. Tutto molto semplice. Fin troppo, tanto che è difficile spiegarsi il motivo di tanto successo. Sarà forse l’umorismo lieve utilizzato anche nei momenti più scabrosi (si fa per dire), oppure l’elemento fiabesco che ha già decretato il trionfo de
Il favoloso mondo di Amélie,
o ancora il desiderio d’amore che la maggior parte delle persone prova e vorrebbe vedere realizzato almeno al cinema. L’esordiente regista non se la cava male ma i cali di tensione sono molti e molto frequenti, un difetto non da poco per una commedia che vorrebbe essere brillante. Il cinema francese, in questo momento, propone di meglio:
I sentimenti
di Eoémie Lvovski, pur non essendo un capolavoro, si fa preferire di gran lunga a questa incerta opera prima.
(maurizio zoja)

La vie en rose

Presentato in apertura del Festival di Berlino 2007, il film ripercorre la straordinaria esistenza della cantante Edith Piaf (1915-1963), dagli esordi in povertà fino ai trionfi internazionali. Dotata di una voce e un carisma fuori dell’ordinario ma penalizzata di un fisico gracile e non aggraziato che le valse il soprannome di “passerotto”, visse una storia d’amore con il pugile Marcel Cerdan che si concluse tragicamente. Morì non ancora cinquantenne, di polmonite. Premio Oscar come miglior attrice protagonista a Marion Cotillard. 

Big Fish

Edward Bloom ha sempre raccontato storie fantastiche, eccessive, surreali. A se stesso, agli altri e soprattutto a suo figlio. Che vuol capire finalmente chi è suo padre. Vuole capire una volta per tutte dov’è la realtà e dove la fantasia. Perché teme che il padre racconti tutte quelle storie per nascondere qualcosa d’altro. Edward Bloom infatti sta morendo. Will ascolterà ancora una volta tutte quei racconti favolosi, per comprendere forse che quel padre non è stato poi così svitato, infantile e fantasioso…

Tim Burton firma un film visionario, folle, fantastico, poetico, bellissimo. Una favola. Tra Fellini e
Il mago di Oz,
tra
Alice nel paese delle meraviglie
e
Freaks.
C’è una madre che vuol far fare la pace a un padre e a un figlio prima che sia troppo tardi. E allora ecco che con una serie di flash back il protagonista – da vecchio è un bravissimo Albert Finney, da giovane Ewan McGregor
(Moulin Rouge!, Abbasso l’amore)
davvero somiglianti – racconta per l’ennesima volta (questa volta alla giovane nuora incinta) la sua vita. Da quando stava stretto nel suo paesello e voleva andare alla conquista del mondo in compagnia di un gigante (numero di piede 62½, Guinness mondiale). Ma prende una strada sterrata e si ritrova in un paese di sogno dove tutti sono a piedi scalzi, non fanno nulla se non sorridere e da dove nessuno se n’è mai andato… Ecco, qui comincia l’avventura meravigliosa di questo ragazzo che con la fantasia, l’ottimismo e la tenacia ha conquistato la donna dei suoi sogni (Jessica Lange che, da ragazzina negli anni Cinquanta, è Alison Lohman), è riuscito a farsi la casa con la balaustra bianca… Ha camminato in foreste magiche, si è imbattuto in una donna con un occhio in cui si vede il futuro, in un lupo mannaro, in due gemelle siamesi, in un pesce enorme che non si fa catturare… Un lungo viaggio tra magie e incubi che scivola via come un sogno. Bravi tutti i protagonisti (con perle di Danny De Vito e Steve Buscemi), perfetta la ricostruzione degli anni Cinquanta della provincia americana, mai pesanti gli eccessi di fantasia, splendida la fotografia. Un film per sognare e per evadere. Perché «senza storie, ci resterebbero solo la politica e i supermarket. E che razza di mondo sarebbe un mondo così?».
(d.c.i.)

Mary

Un regista e attore di Hollywood (Matthew Modine), abituato a sguazzare nello
star system,
gira in Terra Santa un film sulla passione di Gesù, intitolato
This is my blood
(Questo è il mio sangue). L’attrice che interpreta Maria Maddalena (Juliette Binoche) subisce una profonda crisi religiosa e decide di non lasciare Gerusalemme per continuare la sua personale ricerca nella fede. Finirà però per sperimentare anche le drammatiche contraddizioni della lotta che oppone israeliani e palestinesi. Intanto, oltre Oceano, un telegiornalista (Forest Whitaker) che conduce un seguito programma su questioni teologiche, è pronto a tutto pur di avere in trasmissione il regista e l’attrice. Per farlo è costretto a trascurare la moglie (Heather Graham) in attesa del primo figlio, arrivando fino al tradimento.

Non si può ignorare questo film di Abel Ferrara, passato in concorso a Venezia nel 2005 e premiato dalla critica. Ma non lo si può neanche amare, per la supponenza con la quale il regista – (ri)trapiantato da tempo in Italia – pretende di: a) muovere una critica neanche tanto velata alla gibsoniana e papalina

Passione di Cristo;
b) rappresentare la forza connaturata alla ricerca genuina della fede; c) rivalutare il ruolo biblico della Maddalena recuperandone l’immagine di «tredicesimo apostolo» contenuta nei vangeli apocrifi; d) mostrare l’abisso di abiezione in cui cade l’uomo quando: d1) nega a se stesso la fede o quando (d2) un insieme di uomini, un intero popolo, negano giustizia a un altro popolo, mantenendo inalterato il loro credo in un Dio che considerano infallibile giusto e compassionevole; e) lanciare uno strale contro l’onnivora industria cinematografica. Non che in questo coacervo di questioni sensibilissime non si colgano lampi di cinema di adamantina purezza; non che la prestazione del trio di attori principali non valga di per sé una visione. Ma l’insieme risulta opprimente e a tratti gotico, lasciando lo spettatore un po’ sgomento. Né turbato, né edificato.
(enzo fragassi)