Eyes Wide Shut

Dopo un party, un medico riceve la confessione delle fantasie erotiche della moglie e vaga per la città. Farà strani incontri, e finirà – indirizzatovi da un amico pianista – a un’orgia mascherata in una villa. Qui verrà smascherato, e l’indomani si metterà sulle tracce del luogo misterioso… L’ultimo capolavoro di Kubrick, un autore talmente grande da dividere e sconcertare anche dopo morto. Hanno detto: un film imperfetto, incompleto. Ma che importa? Eyes Wide Shut è una costruzione terminale, definitiva, una delle descrizioni più oscure del mondo che ci circonda. Sulla scia del Doppio sogno di Schnitzler, Kubrick ci conduce nel cuore nero dell’Occidente sviluppato, con un moralismo e un pessimismo da uomo del Settecento. La Storia è storia dei rapporti di potere, il Potere è potere sui corpi. Dominio dei ricchi sui corpi dei poveri, degli uomini su quelli delle donne. Compiendo la sua parabola, uno di geni del secolo porta Barry Lyndon nel 2001. Ma fino all’ultimo non rinuncia alla sua beffarda ironia, e affida il sugo di tutta la vicenda a uno «scopiamo» detto da una stupenda Nicole Kidman al marito. Molto più che un bel film. Un film indispensabile. (emiliano morreale)

L’infedele

Marianne è un’attrice. A Bergman, un amico regista che vive da solo su un’isola, racconta la sua vita: legata al famoso direttore d’orchestra Markus, si innamora di David, migliore amico del marito e regista teatrale e cinematografico dalle alterne fortune. Markus, pur consapevole dell’attrazione di Marianne per David, finge di non accorgersi di ciò che accade sperando che si tratti di una passione passeggera. Al di là della superficialità con la quale alcuni commentatori hanno accolto questo film della Ullmann, non si può fare a meno di notare che si tratta di una straordinaria prova registica. Pur imperniato con una determinazione feroce sulla centralità della parola, L’infedele mette in campo una spietata e crudele ossessione del desiderio, che si articola attraverso una serie di primi piani e figure intere cui solo il persistere dello sguardo conferisce la tregua della compassione. Bisogna resistere alla tentazione di filtrare il film attraverso la suggestione della vicenda autobiografica (peraltro evidente). Lavoro di una durezza estrema, atemporale e avulso da qualsiasi connotazione e collocazione sociale, L’infedele tesse l’elogio della finzione, del teatro come «antidolorifico» necessario nei confronti del desiderio. Ciò che inquieta, infatti, è la completa assenza della seduzione dal discorso del film. I corpi sono abitati da una voracità desiderante che si risolve (nel caso di Markus) in una terribile pulsione autofaga che tenta consapevolmente di distruggere qualsiasi forma di vita al di là della propria percezione. Lucidamente moderno, votato a un nitore clinico – e coraggiosamente inattuale – dell’immagine, L’infedele si situa nell’alveo di una classicità disturbante che lavora la parola per intuire nuove realtà di cinema. (giona a. nazzaro)