Stregati dalla luna

Un carabiniere bonaccione deve sposare una poliziotta, che poco prima delle nozze gli rivela di aver avuto un’altra storia. Desolato, l’uomo va nel locale dove si era tenuta la festa di fidanzamento e viene consolato dai due proprietari e dal cameriere. Ma a un certo punto irrompe nel ristorante una bellissima turista… La produttrice Rita Rusic tenta di replicare la formula praticata quando lavorava con Cecchi Gori (cioè la tanto decantata «assenza di volgarità» dei vari Pieraccioni e Salemme), ma a forza di puntare sulle bellone giunge al paradosso di un film comico senza comici. Qui due vecchi caratteristi incollano tre o quattro esili storielle con lo sputo, sicché ogni dieci minuti la storia finisce e si cerca di farla ricominciare da un’altra parte. Anche le bellezze femminili che dovrebbero valere il prezzo del biglietto deludono: la Cucinotta è di legno, Megan Gale di gomma (gonfiabile). Mai visto un film comico così brutto. Colpa dei diritti d’antenna, a causa dei quali quella oltranzistica follia che era la forza della serie B e C deve chinarsi alle esigenze del prime-time.
(emiliano morreale)

All the invisible children

Il disagio infantile nel mondo immortalato da sette prospettive differenti e in sette Paesi diversi. Filo conduttore di tutte le vicende è il degrado e l’incomprensione a cui sono sottoposti i bambini. L’incasso della pellicola è stato devoluto al World Food Programme e all’Unicef.

007 – Il mondo non basta

Bello anche se come al solito troppo lungo, questo film che vede 007 vendicare l’assassinio di un industriale grande amico di M. Brosnan è ok, così come le sequenze d’azione: ma M (Dench) è descritta come una folle e la Richards è totalmente fuori luogo nei panni di un fisico nucleare (in pantaloni corti!), con dialoghi ridicoli in abbondanza. Carlyle è perfetto come cattivo, in un ruolo sotto le righe; la Marceau è deliziosa nella parte di Elektra. Ultimo film per Llewelyn come Q. 

Ho solo fatto a pezzi mia moglie

Una delle più sonore bufale da almeno cinquant’anni in qua. La roba di Arau è inguardabile anche se camuffata da primizia iconoclasta, antireligiosa, ricercata e originale. Il macellaio Allen fa a pezzi la moglie Stone che lo tradisce col poliziotto Sutherland e con mille altri. La mano col medio alzato di lei viene trovata da una cieca a El Niño nel New Mexico, dove tutti la prendono per un dono del cielo: compie miracoli. La Chiesa vede scandalo, ma solo perché il prete del paese si titilla nel confessionale con la prostituta Cucinotta. La storiella cretina dell’apparente santa reliquia capace di esaudire i desideri di cittadini che fanno della loro fede un mercato è la prova definitiva che siamo ormai in un paese di imbecilli. I ghirigori formali di Storaro che gira col formato Univision vorrebbero portare il film in territorio Arturo Ripstein, ma fanno piangere. Il mix di grottesco e surreale, volgare demenza e spinta eretica, stanca appena dopo l’inizio, e dopo cinque minuti ti induce a uscire. La comicità è ai livelli dei film con Gigi e Andrea, ma almeno quelli erano sanamente scemi e senza alcun secondo fine. Gli interpreti, poveretti, non sanno cosa guardare dire e fare: uno spreco di dimensioni colossali. Si accomodino pure tutti coloro che riescono a tirar fuori qualcosa di perlomeno sopportabile da questa offesa all’intelligenza di una persona anche meno che comune. (pier maria bocchi)

La bella società

Due fratelli, Giuseppe e Giorgio. Due adolescenti cresciuti senza il padre. Maria la loro giovane e bellissima madre, della quale sono gelosi come fosse la loro donna, con la quale vivono e lavorano in una casa immersa nei campi di grano di una Sicilia arcaica e dura dei primi anni sessanta. Uno splendido e assolato paese dell’entroterra siciliano. Nello, il loro migliore amico, figlio del farmacista e medico del paese, che non combina nulla di buono, sperperando i soldi del padre giocando a carte. Il giovane amante di Maria, giunto da Roma al seguito di una troupe cinematografica, che sparirà nel nulla dopo uno scontro con la gelosia di Giuseppe e Giorgio. L’anziano padre, che disperato e ossessionato, non smetterà mai di cercare il figlio scomparso, fino a diventarne matto. L’incidente che renderà cieco Giorgio da piccolo, che crescerà con a fianco sempre il fratello, diventando dipendente da lui per ogni cosa, anche per l’amore. Caterina, la segretaria del dirigente della Fiat ucciso dalle brigate rosse. La ragazza che i due fratelli da grandi conosceranno a Torino, dove sono andati, dove andranno per tentare un’operazione agli occhi di Giorgio e che porteranno a vivere con loro in Sicilia.

Un giorno della vita

1964: Basilicata. Salvatore, a soli dodici anni, finisce in riformatorio a causa della sua forte passione per il cinema. Passione che lo spinge a raggiungere ogni giorno in bicicletta, insieme agli amici Alessio e Caterina, il paese vicino al suo per poter assistere ai film di una saletta di terza visione.

Salvatore deve poi affrontare continuamente l’ostilità di suo padre, un contadino comunista che vede come fumo negli occhi la passione del figlio. Un giorno, dall’annuncio della vendita di un vecchio proiettore 16mm nasce in Salvatore l’idea di creare un piccolo cinema. L’assoluta mancanza di denaro pone però un ostacolo al progetto.

E’ solo sottraendo i soldi raccolti tra i militanti della locale sezione del Partito comunista per inviare una delegazione ai funerali di Togliatti, che Salvatore riesce ad acquistare il proiettore. Ma la felicità dei ragazzi dura poco. Infatti, le faccende degli adulti e le beghe politiche del paese, andando a intrecciarsi con il loro ingenuo sogno, portano alla scoperta del furto di Salvatore.