Domani accadrà

Verso la metà dell’Ottocento, Edo e Lupo, due butteri maremmani, tentano una rapina ma falliscono miseramente e si danno alla fuga. Vagabondano per le campagne della Toscana fino a quando i due arrivano alle porte di uno strano castello. Esordio alla regia di Daniele Lucchetti, non felicissimo, nonostante l’occhio vigile del produttore Nanni Moretti. Interessante, comunque, l’ambientazione della Maremma riletta quasi in chiave western.
(andrea tagliacozzo)

L’amore ritorna

Attore sulla quarantina da tempo sulla cresta dell’onda, Luca Florio sta girando un film da protagonista ed è prossimo a debuttare alla regia. Lasciati da giovanissimo la Puglia e il paese natale, è ormai un «cittadino» a tutti gli effetti e i colleghi sono la sua unica famiglia. Durante le riprese del film, viene però colto da malore e immediatamente ricoverato in ospedale. Durante la tormentata attesa della diagnosi, ripercorrerà i momenti più importanti della sua vita, fermandosi per la prima volta a riflettere su se stesso e sul suo rapporto con gli altri.

Settimo film da regista per Sergio Rubini. Dopo il deludentissimo
L’anima gemella,
l’autore de
La stazione
torna su buoni livelli con una commedia sulla memoria e sulla rielaborazione del proprio mondo interiore. Attraverso la malattia e la pausa che essa impone al suo lavoro, Luca Florio (un efficace Fabrizio Bentivoglio) scopre di essere un uomo a prescindere dal suo essere attore di successo: l’ex moglie, la nuova fidanzata, suo padre e il suo vecchio amico del paese gli si stringono intorno in maniera totalmente indipendente dal suo essere personaggio famoso, inducendolo a ripensare i valori su cui ha fondato la sua vita. Scritto assieme a Domenico Starnone, il film può contare sulle ottime prestazioni di Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno ma soprattutto su uno straordinario Rubini, lo stralunato Giacomo, medico ma soprattutto amico del protagonista, per il quale rappresenta l’ultimo possibile aggancio alla terra natia. «Siamo qualcuno anche quando non facciamo nulla, anche quando siamo obbligati a fermarci», ammonisce il regista, che ha voluto accanto a sé sul set il padre Alberto (nei panni del padre del protagonista) e diversi nomi di punta del teatro italiano (Umberto Orsini, Mariangela Melato, Giorgio Barberio Corsetti, Simona Marchini).
(maurizio zoja)

Le fate ignoranti

Antonia, felicemente sposata, dopo la morte accidentale del marito scopre che questi la tradiva. La seconda sorpresa è che, per sette anni, il compagno fisso del consorte era stato un uomo. Antonia scopre così una sorta di famiglia gay, vi si ambienta e arriva sul punto di innamorarsi dell’ex amante di suo marito…

Lo spunto non è originalissimo, per la verità, né gli sviluppi sono imprevedibili. Özpetek ha però una sua sobrietà di messinscena, riesce a non essere televisivo, tenta un film «medio» e anche un po’ buonista mettendosi in ascolto dei personaggi, lasciando spazio alle atmosfere e alle sfumature. La comune gay è piuttosto rosea, anche se ognuno dei caratteri conserva, chi più chi meno, un proprio spessore o un proprio interesse. La Buy ce la mette tutta; Accorsi per la verità pure, ma non ce la fa e rimane statico e forzato, specie quando la vicenda si dirige verso il melodramma con l’aiuto delle belle musiche di Andrea Guerra. C’è qualche scivolone (qualche momento più da commedia, la scena in cui si accenna «Gracias a la vida»); un po’ narciso e demagogico il finale, che alterna brani di backstage e riprese del Gay Pride. Ma è uno di quei film che sembrano sapere di cosa parlano, e non è poco.
(emiliano morreale)

Il caimano

Bruno (Silvio Orlando) è un produttore di film di serie Z ormai in disarmo. Durante una rassegna dedicata al genere, una giovane regista (Jasmine Trinca) gli consegna la sceneggiatura de
Il caimano,
film dedicato all’ascesa di Silvio Berlusconi, dagli inizi come costruttore ai processi tuttora in corso. La sceneggiatura parte dalla domanda che molti italiani vorrebbero rivolgere al Presidente del Consiglio: «Cavaliere, dove ha preso i soldi?». La lavorazione del film incontra numerosi ostacoli di carattere economico, perché Bruno non naviga certo nell’oro. Teresa, la regista, vorrebbe che a interpretare Berlusconi fosse Nanni Moretti (se stesso), ma questi rifiuta perché impegnato a girare una commedia e scarsamente convinto dell’utilità di girare un film del genere. «Cosa vuoi raccontare – spiega a Bruno – che gli italiani non sappiano già?». Marco Pulici (Michele Placido) accetta allora di essere lui a impersonare il Presidente del Consiglio ma alla vigilia del primo ciak lascia Bruno e Teresa in braghe di tela. Alla fine a interpretare Berlusconi sarà proprio Nanni Moretti.

L’irresistibile ascesa di Silvio Berlusconi ha preso il via da un ingentissimo finanziamento dalla natura misteriosa ed è proseguita con una «discesa in campo» finalizzata a salvare le sue aziende dal tracollo economico e se stesso da condanne penali più o meno certe. Questo ci racconta
Il caimano,
il nuovo film di Nanni Moretti ma anche il film la cui lavorazione ne occupa buona parte, attraverso l’artificio del «film nel film».

Il regista romano torna ai toni della commedia, abbandonati in occasione de

La stanza del figlio,
per realizzare una pellicola antiberlusconiana ma non faziosa. Le tragicomiche vicende di Bruno, produttore di impedibili film ultratrash come
Mocassini assassini, Il balio asciutto
e
Maciste contro Freud
sono il pretesto per mostrare, anche attraverso immagini di repertorio (rivedere il discorso di insediamento alla presidenza del Parlamento Europeo, durante il quale disse a un parlamentare tedesco che l’avrebbe visto bene nel ruolo di kapò, mette quasi i brividi) chi è l’uomo che per cinque anni ha governato l’Italia e si candida a farlo nuovamente.

La visione di Moretti non è certo imparziale, ma uno dei pregi principali di questo film è il fatto che nessuno dei suoi personaggi esprime giudizi nei confronti di Silvio Berlusconi: il regista sembra voler lasciare quest’onere allo spettatore, mettendolo semplicemente di fronte a fatti la cui veridicità è stata ampiamente appurata e a frasi realmente pronunciate dal premier. La grande sorpresa è costituita dal fatto che è lo stesso Moretti, sia pur per una sola scena (ma è quella finale, la più importante) a vestire i panni di Berlusconi, mentre nelle scene in cui Bruno immagina il «suo» film il ruolo è stato affidato a un somigliantissimo Elio De Capitani.

Il caimano
è un film complesso, in cui si intersecano tre diversi piani narrativi: la storia di Bruno, il film che lui immagina e quello che invece gira. All’interno del primo si ride spesso e volentieri, per il sollievo di chi pensava che dopo
La stanza del figlio
l’era delle commedie morettiane fosse finita per sempre. Il secondo mostra invece il lato più umano ma anche più inquietante di Berlusconi (quello populista, furbetto, imbonitore) spingendo lo spettatore a chiedersi come sia possibile che un personaggio del genere venga democraticamente eletto alla guida dell’Italia. Il terzo piano narrativo, infine, consiste quasi esclusivamente in un finale molto forte, che preferiamo non svelare.

Un film da vedere, perché la vicenda di Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio per cinque anni e candidato a diventarlo di nuovo, riguarda tutti.

Numerosi i cameo e i piccoli ruoli affidati a navigatori di lungo corso del cinema italiano: Giuliano Montaldo, Antonio Catania, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto, Stefano Rulli, Paolo Virzì, Paolo Sorrentino, Carlo Mazzacurati, Matteo Garrone, Renato De Maria e un’irresistibile Tatti Sanguineti nel ruolo del critico Peppe Savonese.
(maurizio zoja)

Il più bel giorno della mia vita

Irene (Virna Lisi) è la madre di tre figli, due femmine e un maschio. Una donna all’antica, che crede nel matrimonio come unico e imprescindibile punto saldo nella vita di una persona. Sara (Margherita Buy) è la primogenita, vedova e madre di un figlio con problemi adolescenziali, ha paura a fidarsi degli uomini. Rita (Sandra Ceccarelli) è la figlia di mezzo, madre di due bambine, sposata e con un amante. Claudio (Luigi Lo Cascio) è il più piccolo, gay, non ha il coraggio di dirlo alla madre, questo gli crea problemi di coppia con il suo uomo. Nell’arco di due week end, a distanza di due mesi l’uno dall’altro, la famiglia affronta i problemi derivati dal passato e dal presente. Il tutto è visto dagli occhi della più piccola, una bambina in attesa di fare la prima comunione, che non capisce le dinamiche sentimentali degli adulti. Un film corale, che abbraccia tre generazioni, tre modi di affrontare la vita, l’amore e il sesso. Il cast tiene alto il livello del film, che ripercorre a volte i cliché di commedie italiane di successo,
Speriamo che sia femmina
in testa. Alcune trovate registiche sono molto funzionali, dai flashback alle immaginazioni dei protagonisti che prendono vita.
(andrea amato)

Matrimoni e altri disastri

La 40enne Nanà gestisce a Firenze una piccola libreria insieme all’amica Benedetta. Da tempo single, Nanà non ha nessuna intenzione di dare una svolta alla propria esistenza: non vuole arricchirsi affermandosi professionalmente, e ha rinunciato da tempo a trovare l’uomo della sua vita. Ma qualcosa cambia in occasione del matrimonio della giovane sorella Beatrice con il simpatico Alessandro: una serie di situazioni, a partire dall’organizzazione delle nozze (assurdamente affidata alla ‘super-single’), porteranno Nanà ad aprire gli occhi sulla propria condizione e a desiderare di cambiarla.

La settimana della Sfinge

Gloria è una ragazza con la testa sempre fra le nuvole. Cameriera di una piccola trattoria, appassionata di enigmistica, la giovane si licenzia per seguire un antennista donnaiolo nel quale crede di trovare il grande amore. Commedia dai toni surreali, diretta con intelligenza e molta verve da Daniele Lucchetti (alla sua seconda prova) e interpretata da una solare Margherita Buy, divertente e scanzonata nei panni della protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Manuale d’amore

Film in quattro episodi dedicati ad altrettante fasi dell’amore fra un uomo e una donna. Nel primo episodio lo stralunato Tommaso (Silvio Muccino) si innamora della bella Giulia (Jasmine Trinca). Inizialmente non ricambiato, riuscirà far cambiare idea alla ragazza. Il secondo episodio vede invece Barbara (Margherita Buy) e Marco (Sergio Rubini) affrontare la loro prima crisi coniugale, mentre nel terzo Ornella (Luciana Littizzetto) viene tradita dal marito Gabriele (Dino Abbrescia) ma si rifà con gli interessi portandosi a letto un affascinante anchor man televisivo. Nell’ultimo episodio, infine, Goffredo (Carlo Verdone) viene abbandonato dalla donna che ama, trovando un tenue motivo di speranza nell’incontro con Livia (Anita Caprioli).
Un’occasione perduta. Allenatore, parole sue, di un «dream team» formato da alcuni tra i migliori attori di ciò che resta della commedia italiana, Giovanni Veronesi firma un film incredibilmente debole, affossato da una sceneggiatura assai banale, firmata dallo stesso regista insieme a Ugo Chiti e nata da un’idea di Vincenzo Cerami. Se il primo episodio potrebbe essere salvato per il rotto della cuffia, non altrettanto si può dire del secondo e del terzo, mentre il quarto, forse il migliore, vede un ottimo Verdone reggere da solo la baracca. Troppo poco. Con un cast del genere si poteva e si doveva fare molto meglio. Aurelio De Laurentiis, produttore del film, dice che gli incassi crollano a causa della pirateria. Forse potrebbe decidere di investire le sue risorse in film più interessanti, cosa che ci permettiamo di consigliare anche ai nostri lettori. (maurizio zoja)

Saturno contro

Un eterogeneo gruppo di amici affronta i problemi della vita quotidiana e della coabitazione tra festose cene e brevi week-end. Hanno tutti dai trenta ai quarant’anni, c’è chi deve mandare avanti una famiglia, chi di figli non ne ha e chi di figli non ne avrà mai perché non ne vuole o perché non può farli con il suo partner del suo stesso sesso. Una coppia eterosessuale affronta una repentina separazione dovuta ai continui tradimenti di lui con una fioraia di lusso dal corpo sensuale dal seno prorompente ma la vera separazione la dovrà vivere la coppia omosessuale, perché uno dei due improvvisamente muore e l’altro ha irrimediabilmente e catastroficamente Saturno contro. Un’amica finta astrologa e con veri problemi di droga, l’unica single del gruppo, rimane esterrefatta e incapace di vegliare l’amico che prima di morire “vive” gli ultimi giorni in coma. Tutti gli amici aspetteranno in ospedale la morte definitiva e cercheranno in tutti i modi di stargli vicini, ricostruendo una parvenza di stabilità.

La recensione

Il sesto film di Ferzan Ozpetek è anche quello che racconta in maniera più diretta il mondo gay. Già ne

Le fate ignoranti

La sconosciuta

Irena, ex prostituta venuta dall’Est con un passato molto ingombrante e difficile da dimenticare, riesce a trovare un lavoro come domestica in una ricca famiglia. La ricerca di una vita finalmente serena nasconde in realtà un secondo fine: la figlia adottiva della giovane coppia per cui lavora e di cui pensa di essere la vera madre. Il passato della donna si materializza nel suo ex magnaccia, che farà vertiginosamente precipitare il precario equilibrio che Irina pensava di aver costruito.

Commediasexi

Deputato, padre e marito apparentemente irreprensibile e in procinto di presentare una legge sulla famiglia, Massimo Bonfili (Bonolis) intrattiene in realtà una relazione clandestina con una soubrette in cerca di successo (Elena Santarelli). Per evitare un possibile scandalo, incarica il suo fedele e ignaro autista Mariano (Rubini) di stare vicino alla ragazza e parte per una vacanza a Parigi con moglie (la Rocca) e figlie. Le foto di Mariano accanto alla ragazza, pubblicate da un settimanale scandalistico, manderanno la moglie dell’autista (la Buy) dritta all’ospedale, dando il via a una serie di equivoci.

La recensione

Dopo aver trasformato Fabio Volo in un attore nei gradevoli (ma nulla più)

La febbre
e

Mame EditorePubblicato il Categorie CTag , , , , , , ,

I giorni dell’abbandono

Olga (Margherita Buy), donna ancora giovane e soddisfatta di sé viene improvvisamente lasciata dal marito, Mario (Luca Zingaretti). Di colpo la sua vita protetta e scorrevole si sfalda. Il tormento si porta via giornate e poi mesi senza che la donna riesca a elaborare una via d’uscita. La sua stessa vita privata si destruttura, il rapporto con i figli si irrigidisce, il lavoro scivola via. La scoperta dell’identità della giovane amante di Mario sarà solo un passaggio del suo confuso percorso. Che toccherà anche la porta di un vicino di casa (Goran Bregovic), musicista di buoni e timidi sentimenti, forse troppo inconsistenti per Olga.

Il romanzo di Elena Ferrante, da cui è tratta la pellicola, non ammette scuse. Non per il lettore, che per seguire il racconto ha l’unica possibilità di arrotolarsi nei pensieri alterati e cupi della protagonista, abbandonandosi alle spirali della sua psiche ferita. Non per il regista, che volendo affrontare un romanzo di pensieri e atmosfere così rarefatte, sa di porsi un compito rischioso come pochi. L’astrazione della parola che può attingere all’astrazione del pensiero, in confronto con la concretezza e l’obiettività rappresentativa della macchina da presa. Roberto Faenza, autore di regia e sceneggiatura si è trovato alle radici di questo conflitto espressivo.

La sceneggiatura frequenta il romanzo in maniera abbastanza fedele, pur operando inevitabili selezioni. Scene e dialoghi sono spesso riportati in modo accurato, ma la scioltezza stilistica e la densità delle immagini create da Elena Ferrante non possono essere inseguite da Faenza, che si ritrova spesso nudo nell’evocazione di certe atmosfere. Così a tratti la sceneggiatura suscita una comicità involontaria. Qua e là Faenza cerca di rivendicare il ruolo proprio e del cinema, attraverso soluzioni visive brillanti, talvolta efficaci. Ma è un terreno diverso da quello sottile e scivoloso dei pensieri e delle emozioni ferite della protagonista, che sono l’architrave del romanzo. E similmente Faenza cambia gioco quando alleggerisce il tono con tocchi di voluta comicità. Anche qui il regista si scosta dallo stile senza tregua della Ferrante. Forse la chiave, constatata l’impossibilità di seguire il romanzo sul suo terreno, sarebbe stata quella di scegliere fin dal concepimento un taglio interpretativo più netto, al limite più coraggioso.

Margherita Buy è comunque efficace in un ruolo spinoso e riesce spesso a superare le difficoltà che la sceneggiatura le pone. Una donna normale che improvvisamente diventa controversa protagonista di una quotidiana e tragica storia. Tutto lo spaesamento possibile all’interno di un racconto di formazione, o piuttosto di deformazione. Il coinvolgimento emotivo che scaturisce dal personaggio le deve molto. Anche Zingaretti colora bene il suo personaggio: un uomo mediocre, di particolare insipienza morale. Né l’incompiutezza del film va addebitata alla svagatezza romantica e troppo fragile di Bregovic o allo spaesamento (anche interpretativo?) di Gaia Bermani Amaral. C’è poco di recitativo o di tecnico cui addebitare le perplessità su questo film.

Forse si è semplicemente osato troppo. Il romanzo di Elena Ferrante può essere discusso, ma tocca corde della sensibilità femminile – e non solo – che non è frequente vedere restituite in modo così acuto e intenso. Faenza deve appoggiarsi alle parole del romanzo, che sono infatti spesso riprese dalla voce narrante nel corso del film. Ma non basta. Non tutto è traducibile, sempre. Allora forse, anziché mimarne la poesia si sarebbe potuto provare a raccontarlo in prosa, attraverso un’altra chiave di lettura, o almeno un’altra visuale. O troppo o troppo poco. Ma poche volte come in questo caso la misura giusta era proprio quella del romanzo.
(stefano plateo)

Il siero della vanità

Volonteroso. Pure troppo. Un’ispettrice di polizia (Margherita Buy), uscita azzoppata e soprattutto distrutta psicologicamente da un caso conclusosi tragicamente con la morte di un collega, viene incaricata dall’ex marito, suo superiore, di indagare su una misteriosa serie di sparizioni che mette a subbuglio il mondo dorato della televisione e provoca grande rumore nell’opinione pubblica. Aiutata da un collega che aveva già lavorato con lei in passato (Valerio Mastandrea), l’ispettrice scopre che tutti gli scomparsi avevano preso parte a una trasmissione di televisione-spazzatura, Il
Sonia Norton Show,
condotto da una cinica telegiornalista (Francesca Neri), che non esita a sfruttare a proprio vantaggio ogni sorta di «caso umano». Procedendo per esclusione, i sospetti si indirizzano su un personaggio e parte la caccia all’uomo…

Infascelli, forte del soggetto scritto da Niccolò Ammaniti, porta sul grande schermo un thriller psicologico dai toni cupi e claustrofobici che sembra promettere molto ma poi non riesce a mantenere quanto lasciato pregustare dalle prime inquadrature. L’azione si svolge a Roma e l’ambiente preso di mira è quello della televisione-spazzatura, dei casi umani, dei divi del nulla, quelli decotti, pronti per i reality show. Il cast è di tutto rispetto, la Buy e la Neri sono all’altezza della situazione, anche se la seconda (Sonia Norton nel film) è un po’ penalizzata da alcune scelte di dubbio gusto (il caschetto biondo alla Carrà è eccessivo e il riferimento al Maurizio Costanzo Show troppo evidente). Anche la Buy, a dire il vero, pur con tanto tanto talento, riesce convincente solo quando deve tratteggiare i risvolti psicologici del personaggio, mancando invece sul lato “fisico” della rappresentazione. Il film, dove abbondano le riprese “sporche” fatte con la camera a spalla – efficaci – e le ambientazioni cupe, persino un po’ gotiche, pecca gravemente nella mancanza di ritmo e, non riuscendo a decidersi tra satira di costume e thriller psicologico, scorre senza mordere fino allo scontato finale. Le musiche, di Morgan Castoldi – ex Bluvertigo, sono angoscianti quanto basta ma manca il riff di genio (il “suocero” Dario Argento potrebbe venire in soccorso). Insomma, come dicevamo all’inizio, film volonteroso. Pure troppo.

(enzo fragassi)

Chiedi la luna

A Verona, Marco manda avanti assieme al fratello, lo scapestrato Giacomo, un’agenzia di noleggio auto. Quando Giacomo scompare sottraendo cinque milioni alla cassa dell’azienda, Marco va a Perugia, dove vive la fidanzata del fratello, nel tentativo di rintracciarlo. La giovane non ha notizie del ragazzo, ma decide di aiutarlo nella sua ricerca. Il prototipo dei film intimisti all’italiana a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta: ben recitato, gradevole, ma irrimediabilmente piccolo piccolo. Comunque migliore della media.
(andrea tagliacozzo)

Lo spazio bianco

Maria aspetta una bambina, non è incinta più ma aspetta lo stesso. Aspetta che sua figlia nasca, o muoia. E se c’è una cosa che Maria non sa fare è aspettare. E’ per questo che i tre mesi che deve affrontare, sola, nell’attesa che sua figlia Irene esca dall’incubatrice, la colgono impreparata. Abituata a fare affidamento esclusivamente sulle proprie forze e a decidere con piena autonomia della propria vita, Maria si costringe ad un’apnea passiva che esclude il mondo intero, si imprigiona nello spazio bianco dell’attesa. Ma questo sforzo di isolamento doloroso consuma anche l’ultimo filo di energia a disposizione: la bolla di solitudine in cui Maria si è rinchiusa è messa a dura prova e alla fine esplode. E’ necessario che Maria salvi se stessa per riuscire a salvare la bambina. Non c’è che una soluzione: consentire al mondo di irrompere nella propria esistenza e concedersi il privilegio di ritornare a vivere. E così inventarsi la forza per accompagnare Irene alla nascita.

Genitori & figli – Agitare bene prima dell’uso

Il confronto-scontro tra il mondo degli adulti e quello dei giovani di oggi attraverso lo sguardo disincantato della quattordicenne Nina (CHIARA PASSARELLI). Quando una mattina il suo professore d’italiano Alberto (MICHELEPLACIDO) – reduce da una furibonda lite con il figlio Gigio (ANDREA FACHINETTI) – assegna alla classe un tema del titolo “Genitori e Figli: istruzioniper l’uso”, per lei è l’occasione di parlare, per la prima volta a cuore aperto, della sua famiglia: dei due genitori, Luisa (LUCIANA LITTIZZETTO), caposala d’ospedale, e Gianni (SILVIO ORLANDO), che ha lasciato moglie e figli per vivere su una barca; dell’amicizia che lega la madre a Clara (ELENA SOFIA RICCI), insospettata amante dell’ex marito, e di quella un po’ particolare con il collega Mario (MAX TORTORA); dell’inspiegabile razzismo del fratellino Ettore (MATTEO AMATA) e di una misteriosa nonna (PIERA DEGLI ESPOSTI) che ricompare all’improvviso dopo vent’anni. Ma soprattutto Nina racconta di sé: delle sue amiche, della prima tragicomica serata in discoteca, delle uscite con i ragazzi più grandi e del suo primo innamoramento per Patrizio Cafiero (EMANUELE PROPIZIO), un buon ragazzo dall’ancora più buon soprannome, Ubaldolay. Lapenna di Nina riserverà non poche sorprese anche ad Alberto e a sua moglie Rossana (MARGHERITA BUY) che, dalla lettura del tema, scopriranno di Gigio, cose che in vent’anni, non avevano mai nemmeno sospettato.

Ma che colpa abbiamo noi

Otto pazienti sono in una seduta di analisi di gruppo. Mentre raccontano i loro problemi e i loro sogni, la dottoressa che li cura muore di vecchiaia. Gli otto, tre donne e cinque uomini, decidono così di fare una terapia autogestita, senza l’aiuto di uno specialista. Gegè è figlio di un industriale severo, ne è ancora vittima alla sua età. Di nascosto frequenta una ragazza più giovane di lui, appassionata di palestra. Ha un figlio in Argentina che non vede da una decina di anni, perché ha paura di viaggiare in aereo. Flavia è una professoressa, nevrotica per le scarpe e amante di un uomo che non lascerà mai la famiglia. Chiara è una studentessa di architettura, bulimica, innamorata di un compagno di chat, che non ha mai visto. Marco è figlio di un ambasciatore, silenzioso e introverso. Ernesto ha tradito la moglie, che lo ha cacciato, e adesso vuole riconquistarla. Per riuscire a dormire deve prendere il treno. Luca è un omosessuale innamorato di un bisessuale sposato. Alfredo è un orchestrale obeso, molto cattolico, che vive ancora con la madre. Gabriella è una donna eccessiva, che non vuole rassegnarsi al passare del tempo. Il gruppo di analisi riesce a sopravvivere grazie all’unità, all’amicizia e alla solidarietà reciproca, che ogni tanto però sembra soccombere all’egoismo di ognuno. Un film sulle fragilità umane, sul disperato bisogno di aggrapparsi al proprio analista come se solo lui potesse riuscire a trovare la via della salvezza. Un film corale, con un ottimo cast, per una commedia che non fa ridere, ma che fa sorridere sulle debolezze comuni. Dopo tre anni di silenzio, e 22 anni di carriera, Carlo Verdone ritorna sul grande schermo con una pellicola che ricorda Compagni di Scuola e Maledetto il giorno che ti ho incontrato, ma che comunque riscopre il piacere di raccontare la nostra Italia, dopo il flop di C’era un cinese in coma. Non uno dei suoi film migliori, ma ben lontano dal peggiore. (andrea amato)

Maledetto il giorno che t’ho incontrato

Bernardo, giornalista musicale, e Camilla, attrice di pubblicità, s’incontrano casualmente. Sono entrambi ipernevrotici e si servono dello stesso psicanalista. Bernardo è stato appena lasciato dalla fidanzata, Adriana, e sta cercando di riprendersi dallo choc. Assistendosi a vicenda, senza implicazioni sentimentali, i due cercano di vincere le proprie paure. La simpatia dei due interpreti e qualche battuta divertente non riescono a riscattare una sceneggiatura zoppicante, un finale irritante e, soprattutto, la regia mediocre e incolore di Verdone. (andrea tagliacozzo)

La stazione

In un piccolo scalo ferroviario, la notte di Domenico, giovane capostazione, è ravvivata dall’arrivo dell’affascinante Flavia, in lite con il violento fidanzato. Costretta ad attendere il mattino per prendere il primo treno utile, la ragazza comincia lentamente ad apprezzare il carattere sincero del giovane. Buon esordio dell’attore Sergio Rubini dietro alla macchina da presa. Notevole la sicurezza con cui conduce la storia: un inizio da commedia, poi l’atmosfera si fa sempre più cupa fino a sfociare in un violento finale.
(andrea tagliacozzo)

Caterina va in città

Settembre 2002. La famiglia Iacovoni, Giancarlo, Agata e la figlia Caterina, si trasferisce a Roma da Montalto, paesino della provincia laziale. Tutti e tre vivranno una piccola rivoluzione. Giancarlo, insegnante di ragioneria, vuole uscire dall’anonimato e sfondare come scrittore. Per questo spinge la figlia a frequentare compagne di classe appartenenti a famiglie influenti. Caterina, tredicenne con la passione per il canto polifonico, si trova così catapultata nel mondo di Margherita, piccola leader di sinistra, figlia di una scrittrice e di un intellettuale. Poi partecipa alle feste esclusive di Daniela, figlia di un politico della maggioranza di governo. Anche Agata, nel suo piccolo, vivrà un grande cambiamento, trovando in un altro uomo l’attenzione e la gioia che il marito, troppo occupato ad inseguire sogni di gloria, le nega.
Paolo Virzì rispolvera il canovaccio usato per tutti i suoi precedenti film: quello dell’incontro-scontro tra mondi diversi. Da una parte la gente cosiddetta normale e dall’altra i privilegiati: politici, scrittori, vip. Gli eletti e gli esclusi. Da un lato l’ambiente ricco della nuova destra al governo e quello degli intellettuali di sinistra, girotondisti e un po’ snob. Dall’altro la famiglia Iacovoni: Caterina, che vuol vedere tutti felici; Agata, che desidera una vita semplice e Giancarlo che non ci sta e vorrebbe stare tra gli eletti. Imbarazzante, ingombrante e senza talento, finirà per ammalarsi di depressione. La moglie e i parenti burini di Montalto, ha detto lo stesso regista, sono invece parte di un’Italia ancora pura, che non mira a diventare famosa. In “Ovosodo,” il protagonista trovava la felicità facendo l’operaio in una fabbrica e mettendo su famiglia. Qui il messaggio è simile: meglio coltivare il proprio orticello che cercare di entrare in un mondo che non è il proprio, perché ci si scotta e si finisce per soffrire. Troppo buono questo Virzì. Predica la grazia e l’innocenza, racconta la genuinità delle borgate, ma dal suo film emerge lo snobismo di una sinistra che ha perso il contatto con la gente, oltre che le elezioni. Gli attori sono bravi, Castellitto su tutti, e la giovane protagonista Alice Teghil è una bella sorpresa. La storia però è troppo piena di cliché. Una commedia di buon livello, divertente in molti punti ma troppo simile ai precedenti capitoli della filmografia del regista. (francesco marchetti)