Fortàpasc

Nel 1985 Giancarlo Siani viene ucciso con dieci colpi di pistola. Aveva 26 anni. Faceva il giornalista, o meglio era praticante, abusivo, come amava definirsi. Lavorava per Il Mattino, prima da Torre Annunziata e poi da Napoli. Era un ragazzo allegro che amava la vita e il suo lavoro e cercava di farlo bene. Aveva il difetto di informarsi, di verificare le notizie, di indagare sui fatti. È stato l’unico giornalista ucciso dalla camorra. Noi qui lo seguiamo negli ultimi quattro mesi della sua vita. La sua ultima estate quando, dal Vomero, dove abitava, tutti i giorni scendeva all’inferno di Torre Annunziata, regno del boss Valentino Gionta. Tutto, in quel periodo, ruotava intorno agli interessi per la ricostruzione del dopo terremoto e Giancarlo vedeva. E capiva. Lo vediamo muoversi fra camorristi, politicanti corrotti, magistrati pavidi e carabinieri impotenti, come un giglio nel fango.

Un ragazzo e una ragazza

Anna, napoletana, studia all’università di Milano. Calogero, studente di psicologia e cameriere per necessità, le fa una corte pressante, alla quale la giovane non sa resistere. I due decidono di andare a vivere insieme, ma quando lei, rimasta incinta, vuole abortire, il loro rapporto si sfalda. Classica commedia alla Vanzina: Enrico e Carlo sono infatti gli autori del soggetto. Marco Risi, che aveva già diretto Jerry Calà nel suo lavoro d’esordio
Vado a vivere da solo
, si adegua come può.
(andrea tagliacozzo)

Soldati – 365 all’alba

È il film che ha rivelato il regista Marco Risi (figlio del grande Dino), prima ancora del più noto
Mery per sempre
, girato due anni più tardi. Durante il servizio militare, un tenente, frustrato nella carriera come nella vita privata, prende di mira una recluta, che ritiene, a torto, la causa di una sua mancata promozione. Ma il giovane non intende piegarsi all’ufficiale. Convenzionale l’approccio al tema e lo schematismo del rapporto conflittuale tra la recluta e l’ufficiale. Buona, comunque, l’interpretazione di Claudio Amendola. Ridicolo, invece, il finale. Le scene notturne della camerata, sia per la musica che per la fotografia, sembrano vagamente ispirate a
Full Metal Jacket
, il film che Stanley Kubrick realizzò in quello stesso anno.
(andrea tagliacozzo)

Nel continente nero

L’italiano Alessandro (Salani), giovane manager, parte per il Kenia dove il padre, che non vedeva da più di vent’anni, è morto in un disastro aereo. Il giovanotto si ritrova poi impossibilitato a tornare in patria, almeno fino a quando non avrà estinto l’ingente debito contratto dal genitore nei confronti dell’ex socio, lo scaltro Fulvio Colombo (Abatantuono). Tentativo poco riuscito di recuperare la cattiveria della classica commedia all’italiana. Il film inizia discretamente, poi si perde rapidamente per strada. Abatantuono è bravo, ma strabordante.
(andrea tagliacozzo)

Tre mogli

Tre donne, molte diverse da loro. Bianca (Jaia Forte) è una casalinga ansiosa e ossessiva, completamente dipendente dal marito. Beatrice (Francesca D’Aloja) è la moglie di un direttore di banca, alto borghese abituata a i lussi, ma senza più amore. Billie (silke), invece, è una ragazza giovane e insolente. I loro destini si incrociano quando i loro mariti scompaiono dopo una rapina in banca. Le tre donne corrono in Argentina per cercarli. Arrivate in Patagonia, a un passo dal traguardo, si accorgono che forse non sono più innamorate e che possono fare a meno dei loro mariti. Commedia piacevole di Marco Risi, ben recitate dalle tre interpreti. Splendido il paesaggio di sfondo. Non una pellicola ambiziosa e con qualche deja-vù, ma tutto sommato spiritosa.
(andrea amato)

Maradona – La mano de D10s

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La trama

Vita e miracoli di Diego Armando Maradona, uno dei più grandi giocatori della storia del calcio. Dalla nascita in un’umile famiglia argentina ai trionfi negli stadi, sempre amatissimo o detestato, sempre sopra le righe.

La recensione

Complimenti a Marco Risi anche solo per averci provato. Fare un film sulla vita di Maradona non sarebbe stato facile per nessuno. Il figlio del grande Dino ha voluto cimentarsi nell’impresa di raccontare l’uomo e il calciatore, soprattutto l’uomo, ma ha commesso l’errore di cedere a un compromesso che ha minato la buona riuscita del film. Ha accettato quelli che lui stesso definisce “paletti, lacci e laccetti”, sottoponendo la sceneggiatura a Claudia, l’ex moglie di Maradona, ancora in buoni rapporti con il Pibe de Oro. Ne è uscito quindi un film eccessivamente agiografico, che glissa su molti punti oscuri (su tutti il figlio Diego Jr., che Maradona ha sempre fuggito e che nel film non viene nemmeno nominato).

Per celebrare la grandezza del Maradona giocatore non serviva un film, sarebbe bastato guardare i filmati dei suoi gol, delle sue giocate (qui decisamente sottoutilizzati). Come quella con cui stese la difesa dell’Inghilterra in Messico, ai vittoriosi mondiali del 1986, nella stessa partita in cui segnò il gol di mano che dà il titolo al film.

Il film sarebbe potuto servire a conoscere meglio il Maradona uomo ma Risi, come detto, ha optato per un’agiografia che sa di bugia. A partire dalla dedica finale, in cui si legge che oggi Maradona è in forma e ha risolto i suoi problemi di droga e di peso: il giorno prima dell’uscita italiana del film è stato ricoverato in ospedale.
(maurizio zoja)

Il muro di gomma

Rocco, giovane giornalista del
Corriere della Sera
indaga sul mistero del DC 9 esploso in volo nei pressi di Ustica. Ma scalfire il muro di silenzio sollevato dagli esperti militari e dai magistrati è un’ardua impresa che si protrae per più di dieci anni. Sceneggiato da Andrea Purgatori (giornalista che nella realtà ha indagato sul caso) con Stefano Rulli e Sandro Pretaglia, il film è indubbiamente ben interpretato e tecnicamente tutt’altro che disprezzabile, anche se il tono da pellicola impegnata e di denuncia, troppo scoperto e didascalico ne limita inevitabilmente la fluidità narrativa e il coinvolgimento dello spettatore. La voce del direttore del giornale, che si ascolta attraverso un altoparlante, appartiene al padre del regista, Dino Risi.
(andrea tagliacozzo)

Mery per sempre

Un insegnante viene nominato al carcere minorile di Rosaspina, e deve scontrarsi con l’ostilità dei ragazzi e degli impiegati e con le tensioni provocate dall’arrivo in carcere del «femminiello» Mery. L’incontro tra il robusto mestiere di Risi, il didatticismo democratico di Rulli e Petraglia e il naturalismo un po’ morboso di Aurelio Grimaldi (autore del romanzo-verità da cui è tratto il film) riesce a infondere vita in un cinema italiano al termine del peggior decennio della sua storia. Molti i compromessi (dall’uso della musica alla presenza di Michele «Piovra» Placido) ma è comprensibile: questo film apriva le cataratte, faceva approdare sullo schermo con forza devastante una realtà che, a dispetto di tutto il filone del cinema politico, non si vedeva da decenni. Oggi
Mery per sempre
appare un film datato ma, se rivisto con occhio di «storici», utile nell’affermare quella riscoperta della realtà che ha preparato il terreno a film come
Il ladro di bambini
.
(emiliano morreale)