Born Romantic

Sei personaggi intrecciano le loro vite sullo sfondo di un clubbino londinese (chiamato, a scanso di equivoci, «Corazón») dove si balla la salsa, complice il tassista nero-angelo custode. Si formano le coppie: la curatrice tombale che fa tappezzeria va col ladro con padre arteriosclerotico a carico, la scopatrice a catena – ovviamente infelicissima e nevrotica – va col fallito che l’ha piantata dieci anni fa e se n’è pentito, la restauratrice che non crede nei sentimenti va col gestore di locali che di solito non va troppo per il sottile ma si fissa su di lei. Nulla di male nelle commedie romantiche. Nulla di male nel cinema medio inglese. Nulla di male in David Kane e nel suo film precedente (ancora in attesa di uscita)
L’amore dell’anno
. Che però, alla luce dei fatti, ora si preannuncia temibile:
Born Romantic
è infatti la summa di tutto quello che può irritare – ammesso che uno possa irritarsi per così poco – nel mare dei prodotti medi sentimental-esistenziali con vaghe pretese sociologiche, concepiti in vista della futura messa in onda nei «Bellissimi di Rete4» di tutta Europa. Ordinaria amministrazione, senonché Kane compie una serie di mosse legate non si sa se alla volontà di rimescolare le carte in tavola o al fatto che al secondo film si crede già un autore. Infatti: perché truccare e vestire Jane Horrocks come Katrin Cartlidge in
Ragazze di Leigh
? Perché far fare la bruttina a Catherine MacCormack (che invece – pare – in
L’amore dell’anno
fa la belloccia)? Non è dato sapere se Kane si sia accorto di aver sciupato le battute migliori al servizio di trovate risapute: però Muccino a confronto sembra Morrissey, e viene da rimpiangere Cameron Crowe che almeno sa caratterizzare i personaggi minori. Regia anonima, attori neanche tanto in palla, senso di inutilità complessiva che oltrepassa il limite dell’intrattenimento di servizio. Partire da
Born Romantic
per parlare della vera o supposta crisi del cinema medio pare pretestuoso, ma forse è il caso di chiedersi (pubblico e distributori) se la vitalità del prodotto industriale britannico non sia un concetto da seppellire.
(violetta bellocchio)

Thank You for Smoking

A Nick Naylor (Aaron Eckhart,

Erin Brockovich,
The Black Dahlia
di Brian De Palma, in concorso a Venezia 2006) il proprio lavoro piace. Non è un lavoro facile, ma se l’è scelto lui. Nick è un
lobbysta
al soldo di una multinazionale del tabacco retta con polso di ferro dal Capitano (Robert Duvall). In parole povere, Nick è pagato per difendere l’immagine e le ragioni dei fumatori, anche a costo di prendersi gli insulti delle associazioni antifumo, parare i colpi di un senatore del Vermont (William H. Macy) o essere sequestrato da un gruppo di salutisti-fondamentalisti e quasi mandato al creatore da un’overdose di nicotina. Per rilanciare il mercato calante delle sigarette – che comunque continuano a provocare 1200 morti al giorno – Nick ha l’idea di convincere il più potente tra gli agenti di Hollywood (un Rob Lowe sciroccato che vive come un orientale e dorme solo la domenica) a mettere in cantiere una pellicola che dovrà rinverdire i fasti del cinema dei bei tempi, quando tutti i divi fumavano come ciminiere e la sigaretta era un vero e proprio
status symbol.
Nick porta con sé il figlio adolescente Joey (Cameron Bright), nel tentativo di recuperare un rapporto incrinatosi in seguito alla separazione dalla moglie. Tutto sembra procedere bene, ma il lobbysta pecca di presunzione quando ignora i saggi consigli dei suoi migliori amici, coi quali forma il trio MDM (Mercanti Di Morte): Polly (Maria Bello), portavoce dell’industria degli alcolici, e Bobby Jay (David Koechner), lobbysta delle armi. Cede infatti alle grazie generosamente esibite da una giornalista rampante (Katie Holmes), finendo sbugiardato in prima pagina. Riuscirà a risollevarsi?

La recensione

Lungometraggio d’esordio, ben girato e divertente, sui toni della commedia (Primo Merito) di Jason Reitman – figlio di

Ivan