Sette anni in Tibet

La lunga ma avvincente storia dell’alpinista e avventuriero austriaco Heinrich Harrer, il cui tentativo di scalare una strabiliante vetta dell’Himalaya nel 1939 viene interrotto dalla seconda guerra mondiale, e le cui successive avventure lo portano in Tibet e nella città santa di Lhasa, normalmente chiusa agli stranieri. Lì incontra e fa amicizia con il quattordicenne Dalai Lama. Pitt è eccellente nel ruolo di Harrer, un personaggio dal carattere difficile, egoista e arrogante, finché non impara l’umiltà in Tibet. Le riprese sono magnifiche. Panavision.

Uno sconosciuto alla porta

A San Francisco, i giovani conviventi Patty e Drake affittano uno degli appartamenti della loro nuova casa a un individuo dall’aria misteriosa, Carter Hayes. L’uomo, uno psicopatico, si diverte a rendere la vita dei due un vero inferno. Ogni tentativo da parte della coppia di cacciarlo fallisce miseramente. Thriller non originalissimo, ma condotto con grande mestiere dal veterano John Schlesinger. Efficace Michael Keaton nel ruolo del “cattivo”, anche se a volte si ha quasi l’impressione che stia facendo il verso a Jack Nicholson. Tra gli interpreti compare, non accreditata, Beverly D’Angelo.
(andrea tagliacozzo)

Tucker – Un uomo e il suo sogno

A Detroit, nel 1946, Preston Tucker progetta un’auto rivoluzionaria. Sulla strada della costruzione del prototipo trova ostacoli d’ogni genere, disseminati dalle potenti industrie concorrenti. Il film, splendidamente fotografato da Vittorio Storaro, è un sentito omaggio di Francis Ford Coppola alla fantasia e all’intraprendenza dell’americano medio. E non è difficile scorgere tra le righe un parallelo tra il mondo dei motori e l’ambiente del cinema (e, di conseguenza, tra Tucker e lo stesso Coppola). Tecnicamente, è uno dei migliori lavori del cineasta americano. Purtroppo non ha avuto la fortuna che avrebbe ampiamente meritato. (andrea tagliacozzo)

Un’agenda che vale un tesoro – Filofax

Alla vigilia di un importante incontro d’affari, l’agente pubblicitario Spencer Barnes smarrisce la propria agenda – contenente, tra l’altro, tutte le sue carte di credito – e si ritrova nei guai. Il prezioso taccuino finisce nelle mani di Jimmy Dworsky, un detenuto uscito dal carcere con uno stratagemma per assistere ad una partita di baseball. Il film, scorrevole e diretto con mano sicura del veterano Arthur Hiller, deve molto alla brillante performance di James Belushi. Privo di grandi sorprese, comunque.
(andrea tagliacozzo)

Il monaco

Tibet, 1943. Un monaco, addestrato alle arti marziali, riceve dal suo maestro il compito di proteggere un antichissimo manoscritto. Chi lo possiede guadagna l’immortalità e il potere assoluto. Ma sulle tracce del manoscritto c’è anche il gerarca nazista, Struker. Comincia una caccia all’uomo che si protrae per sessant’anni. Ci ritroviamo così, con un salto temporale, nell’America del 2003. Qui il Monaco incontra Kar, un ladruncolo dei bassifondi che vive in un cinema. Intravede in lui il suo «seguente», cioè colui che dovrà prendere il suo posto e proteggere il manoscritto. Ma i due dovranno però guardarsi da Struker, che, ormai vecchio, è spalleggiato dalla bella nipote Nina. Ci riusciranno?

Dopo il super tecnologico
Matrix Reloaded
pensavamo di esserci saziati. Invece ecco un nuovo film che mescola arti marziali, filosofia ed effetti speciali. Ancora una volta duelli sospesi per aria che hanno fatto la fortuna dei predecessori
Matrix
e
La tigre e il dragone. Il monaco
nasce come fumetto alla fine degli anni Novanta, caratterizzato dallo stile d’azione di Honk Hong e dalla filosofia orientale. Anche il film viaggia su queste due frequenze. Il regista Paul Hunter, autore dei video musicali di Jennifer Lopez ed Eminem e di spot pubblicitari per Coca Cola e Nike, è qui alla sua prima esperienza cinematografica. Per alcuni momenti si dimentica degli effetti speciali e il film si avvicina ad alcuni prodotti anni Ottanta. Gli inseguimenti tra i bassifondi dei quartieri orientali sembrano quelli di film come Grosso guaio a Chinatown. Il personaggio di Kar, l’occidentale che deve salvare l’oriente ricorda Eddie Murphy ne
Il bambino d’oro
. Non si lascia scappare l’occasione di citare il genere arti marziali alla Bruce Lee. A modo suo ne guadagna in originalità. I rimandi ad altri film sono comunque tanti. Hunter non si lascia scappare nemmeno l’occasione di citare il cinema-arti marziali alla Bruce lee. Nostalgia? Ma non finisce qui, perché c’è anche il nazista cattivo alla ricerca di un’antichità preziosa (episodio storicamente corretto poiché Hitler mandò più volte spedizioni in Tibet alla ricerca del Graal) in stile
Indiana Jones.
E poi c’è il mito dell’uomo immortale, sempre giovane che attraversa il tempo come in
Highlander
. Insomma un bel mix, apprezzabile dai fan del genere che dopo
Matrix
sono già in astinenza e dai nostalgici degli anni Ottanta.
(francesco marchetti)

Conan il distruttore

Seguito di
Conan il barbaro
. Il prode Conan viene assoldato dalla regina Taramis per vegliare sulla nipote, Jenna, in procinto d’intraprendere un viaggio pieno di pericoli per recuperare un corno magico. Strada facendo, alla comitiva, scortata dal perfido capo delle guardie Bombaata, si uniscono il mago Akibò e la guerriera Zula. Poco o nulla a che spartire con il precedente film di Milius. Inutile.
(andrea tagliacozzo)

Pearl Harbor

1941. Rafe McCawley e Danny Walker, amici fin dall’infanzia, hanno coronato il loro sogno di diventare piloti dell’aviazione degli Stati Uniti. Alla vigilia della partenza per l’Inghilterra, dove affiancherà i piloti della RAF che si battono contro i nazisti, Rafe s’innamora dell’infermiera Evelyn, alla quale promette di tornare sano e salvo. Ma nel corso di uno scontro aereo sui cieli della Francia, Rafe viene abbattuto. Credendolo morto, la ragazza si consola tra le braccia di Danny. Intanto, gli strateghi dell’apparato militare giapponese preparano un attacco a sorpresa al nemico statunitense. Obiettivo: le basi americane di Pearl Harbour, nelle Hawaii. Michael Bay è probabilmente uno dei registi americani più sottovalutati. Tre anni fa il suo Armageddon – un piccolo gioiello nel suo genere, talmente kitsch e ridondante da diventare sublime e commovente – venne fatto a pezzi dalla critica (in Patria, ma anche da noi), riuscendo a consolarsi (eccome!) solo con i suoi incassi da record. La storia ora si ripete, con i recensori americani pronti coi fucili spianati a far fuori il mastodontico bestione. Ma anche stavolta, il buon Bay ne esce fuori con le ossa intatte (75 milioni di dollari incassati nei primi tre giorni) e un prodotto d’intrattenimento tutt’altro che disprezzabile. Anzi, per certi versi persino notevole. Il regista – e il suo fido produttore Jerry Bruckheimer, la vera mente del duo, probabilmente – riesce nella non facile impresa di coniugare lo spirito di Howard Hawks (l’amicizia virile, la dedizione alla causa, la retorica dell’eroismo; basti vedere Rivalità eroica, Brume, Avventurieri dell’aria e, soprattutto, Arcipelago in fiamme ) con l’estetica parapubblicitaria degli spot del Mulino Bianco (sembrerebbe una considerazione negativa, ma non lo è…). La critica si è lamentata dei dialoghi del film – secondo alcuni ai limiti del ridicolo – senza rendersi conto che frasi simili potrebbero venir fuori direttamente da un qualsiasi classico degli anni Quaranta, magari pronunciate da un James Stewart o un Cary Grant del caso. E, fatte le debite distanze, Pearl Harbor potrebbe addirittura essere considerato una rilettura postmoderna di quei classici tanto amati (ma evidentemente da tempo non più visti). Quanto all’estetica patinata di Michael Bay, altrove deprecabile, nel suo caso è ormai diventata una cifra stilistica, un tocco quasi autoriale, portata avanti con così ostinata convinzione da risultare incredibilmente creativa. Non tutto è calibrato alla perfezione, ovviamente, a partire dalle semplificazioni storiche, dalle sviste di sceneggiatura e dall’eccessiva durata. Eppure la storia d’amore appassiona e coinvolge, mentre sul piano puramente spettacolare i 40 minuti dell’attacco giapponese sono semplicemente straordinari, tanto da farti dimenticare di essere per buona parte frutto delle magie digitali. (andrea tagliacozzo)