Irma Vep

Appassionata e penetrante satira del cinema e del disordine che circonda il processo della creazione cinematografica. Un’attrice hongkonghese di film d’azione (Cheung, nella parte di sé stessa) arriva a Parigi per lavorare in un remake della serie Les Vampires (1915-16) di Louis Feuillade. Comunque, l’ispirazione per il suo personaggio non è tanto Feuillade quanto la Catwoman di Michelle Pfeiffer di Batman — Il ritorno. Zeppo di riferimenti cinematografici e di critica mordente della cinematografia contemporanea. Per inciso, il titolo è l’anagramma di “Vampire”.

Hero

Col marchio consolidante di Tarantino e un successo quasi planetario (in Cina e negli Stati Uniti è stato record d’incassi), questo film è stato salutato con molti elogi anche in Italia da una critica, salvo eccezioni, facile all’entusiasmo, che ormai raggiunge vertici francesi, dove ogni fregnaccia è «absolutement a voir» (e qui invece «imperdibile»).
Ebbene, per me, anche nel ricordo del grande Zhang Yimou di una volta, Hero è di una soporifera inconsistenza, un guscio vuoto coloratissimo, un’abile mescolanza del video-cinema americano d’azione con Kurosawa e molto Bruce Lee. A parte, naturalmente, La tigre e il dragone di Ang Lee, di cui sembra la brutta riproposte di genere. Ma quanto era più vario e divertente e poetico il film di Ang Lee! La storia, epico-storica, racconta (si fa per dire) del primo imperatore della Cina, colui che costruì la famosa muraglia, dopo aver unificato con guerre continue vari territori indipendenti in lotta fra loro. Contro di lui, tre giovani eroi, due uomini e una donna, esperti in arti marziali, cercano di ucciderlo fingendosi in realtà rivali, in modo che almeno uno di loro possa raggiungere la sua impenetrabile fortezza. Nessuno può avvicinarlo, se non a venti passi di distanza. La realtà viene raccontata attraverso varie versioni dei fatti, come in Rashomon di Kurosawa e attraverso interminabili duelli, durante cui i protagonisti volano, fanno capriole, uccidono innocenti passanti e dicono enormi cretinerie sul rapporto tra calligrafia e arti marziali, che il pubblico si beve attonito perché pensa si tratti di profondo pensiero taoista.
Ci sono, effettivamente, momenti di vero cinema, affascinanti sequenze di un talento visivo eccezionale, già mostrato in Sorgo rosso e Lanterne rosse. Ma siccome i tre «spadatori» nonché serial-killer, sono dei ciglioni patentati, e le loro motivazioni ci sembrano ebefreniche, non riescono a comunicare un minimo di emozione, di partecipazione a una vicenda di cui oltretutto noi occidentali sappiamo poco. Gli unici palpiti emotivi che risvegliano da repentini colpi di sonno sono il fascino cromatico e l’abilità stilistica di un regista che ben diversamente ci ha stupiti in passato. Ho l’impressione che questo film segua paradigmaticamente l’occidentalizzazione economica della Cina e che Yimou, da regista censuratissimo, sia diventato autore di regime. Ma non è per questo che ho trovato noioso il suo film, bensì perché costruito a freddo. Soprattutto se confrontato, restando nel campo del cinema epico-storico, con il lavoro di registi ben più emozionanti, epici e profondi come Kurosawa e l’Olmi de Il mestiere delle armi. (piero gelli)

In the Mood for Love

Maggie Cheung e Tony Leung sono vicini di casa. Complice la solitudine, fra i due nasce un’amicizia che si carica progressivamente di valenze erotiche sempre più esplicite. Quando scoprono l’ovvio, cioè che i rispettivi coniugi sono amanti, invece di dare libero corso alla passione i due si limitano a replicarne le forme in un lezioso gioco di raddoppiamenti. Nel doppio teatrale che dà forma alla frustrazione, alternativa alla virtuosa sublimazione «occidentale», c’è probabilmente il lascito della tradizione dell’opera cantonese; ma nel complesso la storia sembra costruita su misura per il pubblico occidentale, che vi ritrova, aggiornate, le atmosfere di Breve incontro (anche se qui, fuori-campo, qualcosa succede). Non si discute la sapienza registica di Wong Kar-wai, che si conferma cineasta capace di padroneggiare perfettamente materiali e ascendenze disparate e che qui trova una nuova direzione per il barocchismo della propria regia (ma attenzione, non c’è alcuna differenza di sostanza fra l’esagitazione dei film precedenti e la compassata eleganza di questo: il controllo era ed è totale). Quello che non convince è il senso generale dell’operazione, programmatica all’eccesso e intimamente frigida. E, alla fine, anche la bellezza di Maggie Cheung si limita ad annunciare sotterranee deflagrazioni del sentimento che non arrivano mai. (luca mosso)

Clean

Trascurabile resoconto della vita d’inferno di Cheung, moglie di un musicista rock di secondo piano, dopo che questi muore di overdose. Lei stessa tossicodipendente, cerca di rimettere in sesto la propria vita. È difficile emozionarsi di fronte a un personaggio così inverosimile, sebbene la storia si faccia più coinvolgente man mano che prosegue. Nolte è la cosa migliore del film, offrendoci una performance toccante nel ruolo del padre affranto del musicista morto. Scritto dal regista. Super 35.