La casa sul lago del tempo

Terminato il suo internato in una cittadina di provincia, la dottoressa Kate Forester (Sandra Bullock) lascia a malincuore la bella casa sul lago in cui abita per trasferirsi a Chicago. Prima di andarsene lascia alla lettera indirizzata al prossimo inquilino, che sarà un giovane architetto, Alex Wyler (Keanu Reeves), trasferitosi in provincia per seguire il cantiere di un anonimo condominio. Tra i due nasce un amore a distanza, ma come incontrarsi se vivono in tempi diversi e soprattutto come cambiare il destino? 

All’esordio hollywoodiano, Alejandro Agresti gira il remake di un film sudcoreano, Siworae (Il mare), di Lee Hyun-seung. La confezione è leccata e la sceneggiatura di David Auburn si dà arie di classicità romantica, chiamando in causa Persuasione di Jane Austen.

Il mercante di Venezia

Al Festival di Venezia, alla fine della proiezione de Il mercante di Venezia, il pubblico si è come diviso in due, dopo gli applausi, meritatissimi, agli interpreti presenti in sala. Applausi pazienti, visti i ritardi, i posti scippati e le gaffes del direttore Croff. Tra i cinephiles, quelli nuovi, rigorosi (o meglio sedicenti, presunti rigorosi) decretavano il pollice verso per una trascrizione shakespeariana amorfa e piatta, inutile dal punto di vista filmico.
Quelli stagionati, quelli d’antan, tra cui mi annovero, più navigati e possibilisti, erano contenti, avendo tratto dallo spettacolo un grande piacere e una grande emozione. Forse il merito è più di Shakespeare e degli interpreti che non del regista, anche se molti di coloro che l’hanno criticato, non si sono presi neanche la briga di rileggere il testo e confrontarlo con la sua trascrizione. Pochissimi infatti hanno evidenziato le «libertà» che Radford si è preso rispetto al dramma, pur rispettandone di fondo la sua naturale ambiguità. Per esempio, il regista fa iniziare la pièce sul ponte di Rialto, dove si incontrano Antonio e Shylock e il primo sputa sull’ebreo. Nel testo l’episodio è solo raccontato da Shylock in un secondo momento. Ma così facendo il regista mette in primo piano il corno del dilemma, che è quello di un odio che nasce dalla consapevolezza o dalla paura di essere uguali e simili.
Di fatto non c’è nessuna differenza tra Antonio e Shylock, tra il gentile, il goy e l’ebreo, e nel celebre monologo l’usuraio lo affermerà con rabbia. Entrambi, sia Antonio che Shylock, prestano i soldi, l’ebreo lo fa per usura, è l’attività da cui ricava un profitto, Antonio lo fa per ricavarne un credito di affetto, un’obbligazione sentimentale. Dei due è più onesto e meno ipocrita l’ebreo. La società veneziana descritta da Shakespeare e ben evidenziata dal regista, pone il denaro in testa ai suoi valori, anche se dissimula ogni venalità nelle raffinate forme del saper vivere: l’amicizia, l’amore, certamente sono più veri e consistenti e reali se circola il denaro. È così che Bassanio conquista Porzia e viceversa. Il povero Shylock invece è senza difese rispetto all’astuzia dei suoi nemici; basta pensare a come si fa raggirare dalla figlia, che fugge con un goy veneziano portandogli via soldi e gioielli A proposito di quest’ultima, il regista chiude il film con un’immagine di lei che guarda e accarezza l’anello che ha al dito, regalatole dal padre; insinua in lei un’ombra di pentimento e di pietà che riverbera su noi spettatori: è una bella chiusa, ma nel testo non c’è: nessuna pietà per il povero Shylock.
Se il tema principale il denaro, l’altro, importante, è la vendetta. E anche qui, quanto è più ingenuo l’usuraio con la sua barbara e mitica e infantile richiesta di una libbra di carne, rispetto alla sottile perfida vendetta che i cristiani si prendono con la messa in scena legale, con le parole ipocrite di pietà e misericordia, depredandolo perfino del dovuto.
L’ultima scena, quella del processo, così affollata e oppressa, tutta giocata su primi piani, mi è parsa filmisticamente molto efficace. Una domanda che sempre ci si fa leggendo Il mercante e che anche il regista si è fatto. È antisemita questo testo? La sublime ambiguità di Shakespeare permette risposte antitetiche. A me pare, tuttavia, che se Shylock non sia «simpatico», i suoi nemici cristiani lo sono ancor meno, e quel poco di pietà che traspare dai versi del grande scrittore è tutta per il povero ebreo. Che altro dire: meraviglioso Al Pacino, straordinario Jeromy Irons, perfetti gli altri. Non credete ai critici cinefili: anche se non è un grande film, vale la pena di andarlo a vedere. (piero gelli)